L’unicità di Pinocchio

di Enrico Macioci



Pinocchio non ha generi né parentele. E’ una fiaba? No. Una storia per bambini? No. Per ragazzi? Non solo. Per adulti? Non solo. Fa ridere? Sì. Fa piangere? Sì. E poi ancora: è antico o moderno? Avanzato o retrogrado? Ingenuo o cinico? Dissacrante o moralista? Non si sa. Pinocchio è Pinocchio.

Mi sembra che il mistero inizi – e si concluda – con una manciata di parole verso la fine del primo capitolo. Le pronuncia Geppetto quando sente una voce uscire dal pezzo di legno che sta intagliando per ricavarne un burattino: “Ma di dove sarà uscita questa vocina che ha detto ohi?... Eppure qui non c’è anima viva. Che sia per caso questo pezzo di legno che abbia imparato a piangere e a lamentarsi come un bambino? Io non lo posso credere. Questo legno eccolo qui: è un pezzo di legno da caminetto, come tutti gli altri: e a buttarlo sul fuoco c’è da far bollire una pentola di fagioli. O dunque?” E’ qui che Collodi, forse senza nemmeno avvedersene, compie il balzo; è qui che realizza il suo capolavoro. Le parole di Geppetto non si limitano infatti a creare la sospensione dell’incredulità, quel congegno fatato eppure meccanico per cui gli scrittori si dannano l’anima e che spesso li porta a giustificarsi, fornire chiarimenti o, peggio ancora, cercare alibi; no. Collodi, con una potenza per certi versi analoga a quella di Genesi, propone un fatto inspiegabile e inspiegato: c’è una vita umana – una coscienza umana – racchiusa dentro un pezzo di legno. Non si sa come questa coscienza sia caduta lì dentro, né per quale prodigio conosca il mondo prima di averlo vissuto (la voce imprigionata nel legno parla, si burla di Geppetto apostrofandolo con l’odiato soprannome di Polendina, ride, soffre il dolore, eccetera); nel pezzo di legno dimora, potremmo dire, una coscienza preumana; ma l’ipotesi, al pari di ogni altra, si situa già al di fuori del cerchio magico tracciato da Collodi. Un fenomeno impossibile si realizza, punto e basta. Se il lettore accetta il fenomeno – e la naturalezza con cui Collodi lo riferisce ne rende l’accettazione necessaria – accetterà il seguito per pura e semplice coerenza, sull’onda primigenia del folgorante annuncio, cavalcandone la meraviglia. Se in un ciocco si nasconde (o magari attende?) una personalità (una personalità che, crudele paradosso, il lavoro di Geppetto riduce a burattino), allora i gatti e le volpi possono architettare crimini, i grilli distribuire perle di sapienza, i gufi e le civette esercitare la medicina, gli scimmioni amministrare la giustizia, i serpenti fumare dalla coda e morire dal ridere, le lumache fungere da beffarde cameriere, i discoli trasformarsi in ciuchi, le fate materializzarsi in casine perse nei boschi per poi assumere le fattezze di bimbe, donne, capre. L’incipit di Pinocchio è così audace che l’intera narrazione diventa non già realistica, bensì reale. Il mondo di Pinocchio è trasfuso nel nostro. Accanto agli animali parlanti e alle creature mitologiche si muovono carabinieri, contadini, mugnai, vecchietti, osti, scolari. L’amalgama tra realtà e fantasia è talmente perfetto che i contorni dell’una sfumano in quelli dell’altra, e nessuna delle due esiste più; esiste solo la loro fragile, fuggevole somma. Ciò non accade in nessuna opera narrativa che io conosca. Perfino grandi maestri del soprannaturale come Edgar Allan Poe o Stephen King si mantengono lontani da un risultato del genere. Nel libro forse più visionario di King, La storia di Lisey, la protagonista migra nell’universo plasmato dal genio del marito scrittore, ma i passaggi dal nostro a quell’universo rimangono visibili a chi legge. King inscena uno slittamento di piani artificioso, per quanto ben reso; e continuiamo a distinguere il noto dall’ignoto. In Pinocchio viceversa l’ignoto combacia col noto. Sciamano letterario, Collodi infetta la realtà con l’irrealtà e l’irrealtà con la realtà. Prendiamo, allora, La metamorfosi di Kafka, il cui incipit ci scaraventa dentro una situazione assurda: un uomo trasformato in insetto. Il mondo resta identico a prima, è solo il povero Gregor Samsa che cambia; e né i familiari né i lettori accettano la sua mutazione, semmai la subiscono. Leggendo La metamorfosi non abbassiamo la guardia, non scordiamo di assistere a un dramma fittizio; il realismo onirico kafkiano rimbalza (ahimè, o per fortuna) contro la diga del buon senso. L’insetto è un orrore vero che, isolato nell’ambito di un contesto normale, possiamo mettere da parte per poi liberarcene; è un orrore che possiamo espellere dai fatti. Leggendo Pinocchio invece – un libro ricco di brani feroci o strazianti – ci scopriamo inermi, non elaboriamo strategie di controllo, non metaforizziamo: accettiamo l’inaccettabile e procediamo. Collodi scardina le nostre difese quando, perentorio, certifica una presenza cosciente nel pezzo di legno, e di lì in avanti non ci rimane che credere alla sua oscura fantasmagoria.

Quali le conseguenze di uno scrivere così immediato e assoluto? Quali gli esiti di un’opera che si presta a deformare e ciononostante incarnare la “rugosa realtà”? Forse il rischio è di percepirsi fin troppo precari. La letteratura, con le sue diverse dosi d’impegno, evasione, approfondimento, esplorazione e affabulazione, regala una maggiore ricchezza emotiva e cognitiva, penetrando le complesse dinamiche della natura umana; ma Pinocchio, al pari di Don Chisciotte, si risolve in un gigantesco e penoso (dis)inganno. Bruscamente ci seduce e bruscamente ci abbandona. Mentre però nel Don Chisciotte la figura di Sancho Panza mantiene il lettore coi piedi per terra, Pinocchio fluttua in un clima ambiguo, fiabesco e concreto al tempo stesso. Mancano gli appigli. Collodi non sospende l’incredulità, bensì proprio il contatto con l’oggettività. Essa diviene effimera, un’opzione fra le tante. Credo sia questo il motivo per cui il libro, a dispetto del tono apparentemente giocoso, suscita un’immensa malinconia. Leggerlo e metterlo da parte equivale a risvegliarsi da un sogno intensissimo, in cui ogni cosa è più viva. Oltre a deluderci, Pinocchio ci infligge una coltellata spirituale. Ci rigetta nel nostro cosmo angusto dopo avere aperto uno squarcio sull’alterità. Ci lascia più indifesi perché più aperti, più delusi perché più candidi. Nell’ultimo capitolo (quando Pinocchio è divenuto un ragazzo in carne e ossa) Collodi distrugge l’incantesimo alla velocità con cui l’aveva costruito, nell’arco di poche, riarse parole: “ – Eccolo là – rispose Geppetto; e gli accennò un grosso burattino appoggiato a una seggiola, col capo girato sur una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto.” Il problema è che, letto il romanzo, quel burattino disarticolato siamo noi.








pubblicato da e.macioci nella rubrica libri il 13 dicembre 2016