Antigone. Metamorfosi di un mito

Serena Gaudino



Antigone. Metamorfosi di un mito è stato pubblicato nella "Miscellanea teatrale "L’artigogolo 2016" pubblicata da "ChiPiùNeArt Editore S.r.l.s" a cura di Cecilia Bernabei.
Oltre al mio testo, tra gli altri, c’è anche Perché la guerra di Alessandro Izzi, vincitore della sezione Drammaturghi in Azione.
Il testo Antigone. Metamorfosi di un mito è prodotto da Arti e spettacolo con Tiziana Irti e la regia di Giancarlo Gentilucci. Le musiche sono di Doriana Legge.



Parte prima
Fatti, antefatti e storie dell’antica Grecia

Corifeo - I (Di Tebe, da cui tutto ebbe inizio)

La battaglia si è appena conclusa.
Sul suolo restano i corpi dei guerrieri:
tebani e argivi,
vincitori e vinti,
morti chi per difendere Tebe,
chi per espugnarla.
Le porte della città
ora sono chiuse.
All’interno,
lungo il perimetro delle sue mura,
si contano le vittime,
i sopravvissuti.
Si curano i feriti,
si seppelliscono i morti.
Tebe è una città maledetta:
funestata da gente violenta,
déi senza scrupoli.
Famiglie assetate di sangue e di potere.
Famiglie criminali.
L’ha costruita Cadmo,
con l’aiuto degli Sparti:
strane divinità di terra e fango,
nate dai denti del drago
che lui stesso aveva ucciso.
Sopra una rocca,
Tebe domina
la valle.

Il sangue l’attraversa:
Agave sbrana Penteo,
suo figlio.
Laio, col suo amore,
spinge Crisippo
al suicidio.
Pelope maledice Tebe,
maledice il suo re,
gli proibisce
di procreare.
Invece,
nasce Edipo:
il figlio non voluto,
il figlio dell’inganno,
l’uccisore di suo padre;
il marito di sua madre;
il padre dei suoi fratelli.
Edipo,
il ragazzo che vince la Sfinge,
che diventa re
che sfida l’oracolo,
s’accusa, s’acceca e muore.
Ma prima di morire
obbliga i suoi due figli
Eteocle e Polinice
a un duello tremendo.
Che porta,
inevitabilmente,
alla loro morte.


Corifeo - II (Del duello e delle pene)

Eteocle e Polinice
vogliono entrambi
regnare su Tebe.
E contro la terra tebana Polinice
guida l’esercito argivo.
Lanciando grida acute
vola verso Tebe
sotto l’ala
degli scudi
tra molte armi
e molti elmi
dalle criniere equine.

L’esercito argivo
incombe sopra le case.
Con le lance avide
di sangue
e le fauci spalancate
intorno alla città
dalle sette porte.
Rimbombano
i suoni funesti
delle pesanti armature,
le urla dei guerrieri
impazienti
di iniziare
a combattere.

Risuona
lo scalpitio dei cavalli.

Sette guerrieri
per sette porte:
schierati gli uni
di fronte agli altri:
forti come tori,
malvagi come draghi,
imbattibili.
A ogni porta…
è assegnato
un uomo.
Sette guerrieri
per sette porte….
«Chi c’è schierato
alla settima porta?»,
chiede Eteocle.
«Schierato
alla settima porta
c’è…
Alla settima porta c’è tuo fratello Polinice»
Risponde il messaggero.

Eteocle contro Polinice schiera se stesso.

Dilaga il fragore della guerra.

Le lance si scontrano.
I cavalli cadono.
Sulla piana
davanti a Tebe
c’è confusione di corpi,
di grida.
La terra si sporca di sangue:
uomini e bestie
muoiono insieme.
Zeus che odia
chi si vanta,
quando li vede
venire avanti
come un torrente in piena,
nelle armature d’oro risonante,
scaglia la folgore
e abbatte Capaneo
che sugli spalti
sta già per intonare
il grido di vittoria.
Cade fulminato
sulla terra
che rimbomba
Capaneo,
il guerriero che prima,
con la torcia in mano
nel suo folle slancio
soffiava venti d’odio.

Questa è la sua sorte.

Dilaga il fragore della guerra.

S’uccideranno
l’un l’altro,
si divoreranno
l’un l’altro.
Moriranno.
E la polvere berrà sangue
in neri grumi.

Un colpo di tamburo. Poi silenzio.

La terra beve il sangue,
sgorgato da mutua strage.

Un colpo di tamburo. Poi silenzio.

L’esercito argivo è sterminato.
E tra le spoglie
ammassate
ci sono anche quelle di Eteocle
e Polinice,
i figli di Edipo,
i fratelli di Antigone.
Morti
l’uno sotto la spada
dell’altro.
Colpiti al fianco sinistro.
Straziati dalla spada,
eccoli là.
Il sepolcro paterno
li aspetta.
Col cuore rabbioso
si sono spartiti la loro eredità:
in parti uguali.
Come un lamento
Sei stato colpito
e hai colpito
Sei stato ucciso
e hai ucciso
Con la lancia
hai ucciso
per la lancia
sei morto.
Hai ucciso.

Corifeo - III (Della legge: Creonte sfida gli déi)

Creonte
il nuovo re di Tebe,
dice
«Ora Tebe ha bisogno di nuove regole».
Per rimettere ordine
nella città distrutta,
per spezzare la catena di morti
e di violenza.
Regole,
che tutti i cittadini
sono obbligati a rispettare.
Senza compromessi.
Creonte dice
che per combattere il degrado,
il disordine,
la disperazione,
ci vuole una legge.
La legge della città
e dei cittadini.
La legge della comunità:
giusta e necessaria.
«Ci si salva solo in una città ben organizzata»,
così dice Creonte.
Creonte il folle
sfida gli dèi.
«Eteocle che ha amato la sua terra,
dovrà essere sepolto
in questo suolo
che gli sarà benigno.
Perché lui
ha scelto di morire
da cittadino.
É caduto sul campo,
dove è bello
per un giovane morire.

«Ma il cadavere di Polinice
sarà buttato fuori dalle mura
e resterà insepolto.
Lasciato
in pasto agli uccelli,
in pasto ai cani.
«Resterà a marcire sotto il sole.
«Nessuna mano versi
sul suo corpo
la terra di una sepoltura,
nessun lamento,
in toni acuti,
sia cantato per
rendergli omaggio.
«Non avrà onori funebri
né cortei di parenti
ad accompagnarlo.
Così ha deciso il governo dei Cadmei».

Creonte il folle sfida gli dèi.

Un colpo di tamburo. E poi silenzio

Antigone

« Ah sventurato!
Non mangeranno
la sua carne i lupi famelici, no.
Non credetelo.

«Io lo seppellirò.
Io gli scaverò la tomba.
Io, Antigone, una donna.
Porterò io stessa
la terra
tra le pieghe della mia veste.

«E lo coprirò.
Lo nasconderò
agli occhi delle belve.
Nessuno può fermarmi».

Corifeo

In molti abbiamo provato a fermarla.
«Non opporti al volere del re»,
le hanno detto in tanti.
Ma lei non ha ascoltato nessuno.
E nel cuore della notte,
raggiunto il corpo di Polinice,
lo ricopre di terra.
La prima volta
nessuno se ne accorge.
La sera dopo, torna.
E quando si inginocchia
a intonare i canti,
i soldati la catturano.
Come bestie
le saltano addosso,
le bloccano le mani,
le legano le caviglie,
la portano davanti al re.
Antigone non si ribella
Antigone non si oppone al volere
di Creonte,
anzi,
si accusa.
Conferma e dà
la sua versione dei fatti.
Antigone vuole morire.

Antigone

«Il divieto
non l’ha proclamato Zeus
e neanche Dike,
ma tu.
Tu!
Un uomo.
Un mortale.
E che diritto hai tu
di proclamare una legge che offende gli dèi?
«Mi hai preso.
Uccidimi.
Ma adesso, devi uccidermi.
Davanti a tutti.
Cosa aspetti Creonte?
Uccidimi.
«Credi di essere nel giusto?
Uccidimi.
Quale giustizia divina
ho trasgredito?
Uccidimi.
Mi hai giudicata empia
per un atto di pietà.
Uccidimi, uccidimi, uccidimi».

Un colpo di tamburo. E poi silenzio

Corifeo - IV (Della condanna, e il pentimento)

Antigone è stata portata via.
É salita su un carro trainato
da dodici cavalli neri
che corrono veloci,
attraversando la polvere,
saltando fossi.
Il suo corpo
è scosso
dai colpi e dal pianto.
Creonte non ha avuto il coraggio
di andare anche lui là,
a vedere come le guardie
sigillavano il sepolcro.
Vuole parlare con Tiresia.
Lo attende da solo nel suo palazzo. _
Quando arriva,
l’indovino
non vuole ascoltare,
non vuole parlare.
É lì solo
per ordine del re.
Ma Creonte insiste,
gli ordina di esprimersi,
di intervenire nel conflitto.
Gli chiede
di mettersi nei suoi panni,
di capire le sue ragioni.
Alla fine Tiresia cede
ma le sue parole sono pesanti.
Non scagionano
da alcuna colpa il re,
anzi,
lo accusano.
Con più forza.
«Sappi allora che ti muovi
sul filo della sorte»
urla il povero cieco.
«Cosa dici? Mi fai rabbrividire»
risponde Creonte.

«Capirai.
Capirai se mi ascolti»
dice Tiresia
e comincia a raccontare.
Profondamente impressionato.
Sedeva sul suo antico seggio
lì dove uccelli di ogni specie
si radunano per lui
quando…
comincia a sentire strani suoni,
uno schiamazzo selvaggio e furibondo;
dalle ali che sbattono.
Capisce che si stanno dilaniando
a sangue fra loro,
con gli artigli.
Tiresia è preso dal timore
e prepara i sacrifici
sugli altari ardenti.

Ma dalle vittime sacrificali,
il fuoco non divampa,
sulla cenere
il grasso delle carni cola,
si consuma,
mandando schizzi e fumo.
«La città è malata, ed è per causa tua»
gli sussurra Tiresia.
«I nostri altari,
i nostri focolari
sono contaminati
dalla carne che cani e uccelli,
hanno strappato
al corpo
dello sventurato Polinice.
«Figlio, rifletti!
Tutti gli uomini possono sbagliare,
ma saggio e fortunato è colui che
nell’errore non persevera,
anzi,
cerca di rimediare al male.
Mostrarsi irremovibile è da sciocchi.
Cedi di fronte a chi non è più,
non infierire contro un cadavere.
Che prodezza è uccidere un morto?
Che prodezza è l’ostinazione?»

Parla così Tiresia.

Ma Creonte non cede.

«Tutti contro di me! –urla il re -
neanche gli indovini
mi risparmiano.
Ma quel cadavere
non lo metterete in una tomba,
neppure se le aquile di Zeus
andassero a cibarsi
con i brandelli della sua carne
presso il trono del dio.
Neanche allora
avrò paura della contaminazione,
neanche allora
lascerò che sia sepolto».
Tiresia è furibondo:
«Allora, Creonte caro
il sole non compirà
molte volte
i suoi veloci corsi,
che tu darai,
in cambio di quei morti,
un morto,
nato dal tuo stesso sangue:
perché hai costretto sotto terra
una persona
che appartiene al mondo,
hai chiuso in una tomba
un essere vivente,
in modo indegno.

«E sulla terra trattieni,
invece,
un corpo
che appartiene
alle divinità infernali,
abbandonato,
insepolto,
senza onore».
Solo ora Creonte
afferra il pericolo.
E decide di rinunciare
ai suoi piani.
Ha capito
che contro il destino
è inutile lottare.
Raduna intorno a sé
tutti gli amici,
i servi e inizia,
la sua corsa
con asce e sciabole,
verso la tomba di Antigone.

Ma è troppo tardi.

Corifeo - V (Del coraggio e della morte)

L’hanno abbandonata
delirante
nella sua tomba.
«Decideranno gli dèi cosa farne di lei»
aveva detto Creonte.

Nella caverna buia
Antigone cammina
avanti e indietro.
Non ha paura,
non trema,
non è pentita.
Con le mani tasta
il giaciglio sul pavimento,
con i piedi misura
l’ampiezza della sua tomba.
Antigone piange.
Si copre il volto
con il velo
che ha sulle spalle.
Si agita.
Cerca qualcosa,
una cosa qualsiasi
a cui aggrapparsi.

Dalla parete
sporge uno sperone.
Si avvicina,
si arrampica,
lega un lembo
della sua lunga stola
a quell’appiglio,
l’altro, con un doppio giro,
se l’assicura al collo.
E si lascia cadere.

Il collo si allunga e cede.

Creonte in ritardo
entra nel sepolcro,
Antigone è già morta.
Uccisa da se stessa.
Dietro di lui c’è Emone,
suo figlio.
Emone abbraccia il corpo della sua amata,
estrae la lunga spada
e si uccide.
Sotto gli occhi di suo padre.

Il melograno che i tebani piantarono dove s’uccise Antigone è ancora lì.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica teatro il 11 dicembre 2016