13 storie inospitali

Francesca Matteoni



La cifra inospitale delle storie di Hans Henny Jahnn, isolato scrittore tedesco e costruttore di organi della prima metà del Novecento, tradotto per la collana Arno di Lavieri da Elisa Perotti, corrisponde all’elemento fantastico, al perturbante per cui il tempo si trasforma all’interno della narrazione, lasciando entrare lo smarrimento, domande costanti che pongono l’inquietudine e l’ossessione per l’inesprimibile quali fondamenta dell’essere, dello spirito connaturato al corpo. Storie inospitali perché non riconducibili a nessuna tensione morale, abitate dall’angoscia più che dalla salvezza, diversamente dal mondo fiabesco a cui pure Jahnn deve aver attinto per le sue ambientazioni, e tuttavia volte alla ricerca di un’armonia radicale, senza secondi fini o tentativi di fuga ultraterrena, per una sorta di volontà mimetica con la voce più intima e con le forze primordiali. Il desiderio, la morte e la perdita di sé nell’amato, l’altro come doppio (motivo che si evidenzia nell’amore omosessuale), sono tra le linee tematiche di questi racconti, indicazioni più che uniche chiavi di lettura, che aspettano di convergere in qualcosa di rivelatore quanto inatteso. Spiega Andrea Raos nella sua postfazione: "Jahnn scrive complesso, stratificato, asimmetrico, crudamente sensuale e sempre delicatissimo, trasognato, risolutamente non cattolico nel suo non scindere mai mente e corpo – l’interrelazione è sottile: il corpo è sì la sede delle più spericolate sperimentazioni escatologiche, ma queste sono sistematicamente disinnescate da uno "spirito" che, a sua volta, non è altro che un sogno di carne e sangue". Ed è la scrittura, la sua qualità sospesa, che apre, ad ogni punto che spezza le frasi, un altro respiro nel lettore, immergendolo nella sensazione dei paesaggi, interiori come esteriori senza soluzione di continuità, più che nella loro descrizione. Così ad esempio ne I mangiatori di marmellata, la rottura di un tabù sociale (l’omosessualità) e l’allontanamento dei due personaggi da un quadro di relazioni fiacche, infelici, basate sull’abuso sottile dell’altro più che sul rispetto, avvengono nell’apparire del tutto straordinario eppure naturale del nuovo ambiente che li circonda: "Il calore del giorno era nel muschio, nelle erbe del terreno del bosco. I rami dei pini scintillavano rossi per il soffio che veniva dalle case occidentali del cielo. I due non furono più trattenuti dai sentieri. Spaziavano come ubriachi nell’aria grassa, tra gli alberi. Si arrampicavano sui massi. Se trovavano bacche per terra s’imboccavano a vicenda". O ne Il tuffatore, lo straniamento iniziale dovuto al contesto esotico discende nella bellezza e nella precarietà del corpo di un indigeno, nell’incomunicabilità tra il protagonista e l’oggetto del suo desiderio, una solitudine di fondo, "Siamo nella solitudine e non sappiamo nulla – dirà un altro enigmatico personaggio - . Non abbiamo testimonianza di noi stessi", cristallizzata, stretta come un pegno, un residuo fisico nella morte. O lo sguardo del bambino in Un fanciullo piange che si riempie di lacrime e silenzio, di tutto l’assoluto che sta nell’infanzia e nell’adolescenza e che si dirada, si dimentica nelle analisi a vuoto dell’età adulta. Un linguaggio fatato, nel senso più appropriato del termine, indice di destino funesto, presenze inspiegabili e ostili, percorre la tragica vicenda d’amore in apertura Ragna e Nils, dove la morte per acqua (la morte nell’elemento della vita) richiama antiche leggende e terrori del folklore nordico ed europeo, scatenando la follia nei personaggi, l’alienazione della protagonista all’interno della comunità, l’infrangersi di norme socio-culturali stabilite (sospetto di incesto, uxoricidio e infanticidio) e lasciando un turbamento profondo in chi legge, l’impressione che nella storia, come in ogni vincolo saldo, la parte principale resti il non detto, il non compreso – poiché specie mortale, anche i significati muoiono in noi. Un incanto demoniaco pervade anche Kebad Kenya, il cui omonimo protagonista è però totalmente padrone di se stesso e della sua anomala fortuna oltre l’esistenza: nella storia l’altro con cui Kebad Kenya tenta un congiungimento è l’animale, i cavalli che, da vivo come da morto-in-vita, sfinisce nelle sue corse notturne, riducendo la sua e la loro carne a brandelli, quasi a fondersi dolorosamente, ed evocando la visione dell’incubo, del demone che opprime il petto nel sonno, ha muso equino e mente feroce. Ma è nelle parole di Ajax von Uchri, in Un signore sceglie il suo servo, che si esplicita quella che sembra una dichiarazione di poetica, un senso ultimo dell’invenzione letteraria come lingua contro la lingua, restituzione disturbante e chiara, specchio antitetico e pietra dei sogni. "Sono una nullità. Vorrei ripagare tutte le persone che mi piacciono piacendo loro. A tal punto si è fatui e bisognosi. Ma io non ho qualità che siano solo mie; a rispecchiarsi in me sono sempre le qualità degli altri. Qui non sono che un ospite indesiderato". Non esiste un altrove in questa letteratura o un’entità sacra e benevola – esistono tutto lo sgomento e lo stupore del mondo materiale, tradito o calpestato proprio dove chiede compassione, empatia, accettazione della sua meraviglia tremenda o più semplicemente che l’etica non sia un codice del consenso armato, ma il riconoscimento della dignità di qualsiasi aspetto dell’umano.

[Hans Henny Jahnn, 13 storie inospitali, Lavieri, 2010, € 16,00]








pubblicato da s.baratto nella rubrica libri il 2 febbraio 2011