Le mosche cherubiche

Chiara Donnini



Tepore di corpo, umore appiccicoso, risalire la china del pozzo, il dolore come un lampo che attraversa il cranio. Occhi chiusi, occhi aperti. Occhi chiusi, occhi aperti. Palmo della mano freddo, odore di ruggine, bocca secca, tranne un rivolo di bava sul lato sinistro. Il taglio della luce sul muro dice che è pomeriggio. Ha solo dormito, forse; il sonno che arriva alle spalle, ti copre piano, è neve, nessun motivo per resistergli, sei bambino di nuovo. Ha mangiato troppo, forse. Il pensiero gli scivola come un’ombra sul muro. Pane, pasta, sugo di pomodoro, caffè, acqua. La lista della spesa che ha fatto ieri, oppure era l’altro ieri? Occhi chiusi, chiodo alla tempia schiacciata nel sangue. Occhi aperti, il sangue si allarga per terra, la tensione molecolare della superficie vischiosa dà volume alla pozza, sembra mercurio evaso dal termometro. Vede la sua mano nodosa, un’estranea, è inerte, un ramo scorticato gettato sulla rena dalla furia della mareggiata; la guarda e cerca con l’intensità dello sguardo di rianimarla quel tanto che basta per muoverla sul pavimento come un ragno moribondo. Tic, tic, tic, il ticchettio delle unghie ingiallite tiene compagnia. Vuole raggiungere il sangue rovesciato dai suoi vasi spaccati per scaldarsi la mano gelata. Da quella prospettiva la polvere sul marmo sembra vegetazione del deserto australiano. Prova a stringere le labbra per soffiare e provocare una tormenta nel fascio di luce che ora lo colpisce in faccia. Ride dentro, è acqua che picchietta le rocce, la sindone che gli si è impressa sul volto non ride, lei no. Lavare il pavimento, questo è il suo compito del venerdì. Forse è venerdì. Nessuno lo verrà a cercare, non troveranno che carbonio, azoto, calcio e fosforo. È quasi un sollievo perché se l’è appena fatta sotto. La vita lo abbandona come uno sciame di topi che deborda da una nave che affonda. Il piscio gli pizzica la pelle, lo sente frizzare tra i pochi peli storpi del suo pube da vecchio animale. Anche quello di Fosca gli bruciava le labbra. Le leccava la fica e lei godeva e pisciava, era l’emozione di un cucciolo; ma questo è successo nella steppa vuota di ieri che è diventato il suo cervello. Occhi chiusi, occhi aperti, lo rianima la sirena di un allarme, lo chiama alla coscienza, gli canta la sua testarda illusione ancora una volta. È buio e sta correndo a perdifiato, ha perso gli altri, si sono divisi per sfuggire alla polizia che vuole sfondargli la testa col bastone. Grida di rabbia col fumo negli occhi, le bugie di un lavoro che ti sfinisce, un asino attaccato al basto della macina che divide la farina dalla pula, il meglio dallo scarto. E quel no (no! no! no!) che gli fa scagliare sassi e spezzare gambe a calci. Anche lui su quel pavimento ora è spezzato, è bastato uno schianto e si è aperto, il varco che ha sempre cercato. È spezzato come il pane sul tavolaccio la domenica, ne esce la fragranza, uno sfiato di calore carico di ciò rimarrà nelle ere geologiche della vita vissuta: uno sguardo obliquo che sgrana i pensieri, il guizzo di una lingua tra le labbra, una mano che afferra la spalla e blocca un passo troppo lungo, l’odore dolciastro che è tana e volo insieme. Una mosca gli plana in fronte, si posa come un bacio di sua madre, il bacio, quello della buonanotte, che aspettava quando, chiuso il libro e spenta la luce, lei si allontanava con passo lieve di ballerina.

I colpi alla porta rompono quasi la barriera del suono, ma lui non li sente, oramai non più. A profanare il sepolcro entra una folla di gente. Il cadavere sembra una mummia sbendata, un pezzo di carne secca messa sotto sale. Ha superato anche l’irrealtà da statua di cera che succede alla morte. Giace al centro di una macchia scura, secca anche lei, è ricoperto di mosche che mandano bagliori metallici. L’insolito crocchio sembra mormorare litanie funebri: le mosche cherubiche. Da giorni lo vegliano, instancabili, uniche testimoni di quella morte solitaria. Soli si nasce, soli si muore. Innumerevoli fulgidi soli.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 5 dicembre 2016