Il sasso caduto nel profondo

Tiziano Scarpa



Questa è la mia prefazione a Frammenti ricomposti. Storia d’amore e di giustizia, di Emilia Rosati, che è stato pubblicato in questi giorni.
Sulla lotta per ottenere anche in Italia una legge che riconosca, a chi è stato abbandonato alla nascita, la possibilità di conoscere le proprie origini biologiche, sono intervenuto alcune volte, su riviste e libri (per esempio qui, qui e qui)
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Se sto scrivendo queste parole, lo devo a uno dei regali che la vita e la letteratura mi hanno fatto. Ve lo racconto in breve.

Io sono nato in un posto che una volta era un orfanotrofio. Il reparto maternità dell’ospedale civile di Venezia, fino all’inizio degli anni Sessanta, si trovava nello stesso edificio in cui, tanto tempo prima, i bambini venivano abbandonati. Mia madre me lo disse quando ero piccolo. Certe volte, passando da quelle parti, me lo ricordava: «Tu sei nato qui, ti ho partorito qui, dove una volta i bambini e le bambine crescevano senza famiglia, perché erano orfani, o perché le loro mamme erano sole e povere…»

Molti anni dopo mi sono immedesimato in una di quelle bimbe abbandonate, vissuta tre secoli prima di me, in quello stesso posto. Ho immaginato le sue angosce e le sue recriminazioni, in un luogo che, comunque, le ha offerto una via d’uscita nel mondo, perché in quell’orfanotrofio le ragazzine più dotate imparavano a suonare e cantare, e fra gli insegnanti che scrivevano musica per loro c’erano compositori formidabili, come Antonio Vivaldi.

Poco dopo la pubblicazione del romanzo, sono stato contattato da una bella signora, in rete. Mi ha detto che aveva letto il mio libro, e lo avevano letto anche altre sue amiche e amici che facevano parte di un’associazione che non conoscevo: un gruppo di persone che si stavano battendo perché venisse riscritta una legge ingiusta, che impedisce a chi è stato abbandonato alla nascita di avere almeno una possibilità di conoscere l’identità della propria madre biologica.

Sono stato invitato a una loro riunione, a Napoli, e ho conosciuto un mondo.

«Sento come un buco qui», è stata la frase più ricorrente che mi dicevano, segnandosi un punto sotto lo stomaco, quando mi parlavano della sensazione che provavano pensando alla loro madre sconosciuta. Va anche detto che si consideravano persone contente della loro vita: per quanto ho potuto intuire, avevano un lavoro soddisfacente, una famiglia, spesso dei figli, erano state cresciute con amore dai genitori adottivi. Un po’ come dice la protagonista di questa storia:

«Avevo avuto un cognome, una casa, giocattoli, la scuola che amavo, avevo avuto capricci soddisfatti, vestitini eleganti, la vita comoda, vacanze, mare, amiche, amore. Non c’era niente da recriminare, e niente chiedevo, se non di conoscere il mio passato».

Insomma, il buco sotto lo stomaco non dipendeva da un’eventuale scontentezza per la loro situazione attuale. Era qualcosa di primario, che andava al di là delle circostanze, e veniva prima di tutto. Con grande generosità, alcune di loro mi dissero di avere letto con partecipazione il mio romanzo, e di essersi ritrovate nei sentimenti della protagonista.

La signora che mi invitò a quell’indimenticabile giornata è l’autrice di questo libro. Dopo quell’incontro, in maniera intermittente e a distanza, ho cercato di mantenermi informato sulle sorti delle proposte di cambiamento di quella legge crudele.

Vi chiedo scusa di questa premessa personale, ma serviva a farvi capire a che titolo, e per quali precedenti io mi trovi adesso ad avere l’onore di scrivere qualche parola di introduzione a questo libro, che è il mio modo di dire grazie alla sua autrice per averlo scritto.

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I cerchi d’acqua

Immaginate un sasso che cade in acqua. Si formano dei cerchi sulla superficie, si allargano, si disperdono. Ora invece immaginate che quei cerchi vogliano tornare indietro, alla ricerca del loro centro. Perché questa, in un certo senso, è la storia incredibile che leggerete qui dentro. Io cercherò di descrivere soltanto alcuni di quei cerchi, partendo da quello più esterno, e in un certo senso anche il più esteriore.

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Il cerchio esterno

Si può leggere questo libro come un romanzo d’inchiesta, pieno di sorprese e colpi di scena. Lo so, è un atteggiamento un po’ superficiale, ma ve l’avevo detto che avrei cominciato dal cerchio esteriore. E però ci si appassiona alle scoperte che si susseguono una dopo l’altra. Prima sono casuali, poi ansiose, poi vengono messe da parte per anni, poi si ridestano e spingono a riavviare la ricerca… Fra le sbalorditive scoperte che si susseguono, ci sono anche quelle che non si potranno mai fare, e che allora vanno ricostruite con l’immaginazione, le fantasie fondate sui pochi elementi certi, come quelle reintegrazioni che i restauratori dipingono sulle chiazze degli affreschi scrostati, per riempire le lacune.

Ho detto che questo è un modo esteriore e un po’ superficiale di leggerlo: ma fino a un certo punto. Non vi posso e non voglio svelare i colpi di scena che vive Emilia Emiliani, la protagonista, cercando di sapere da chi e come è stata messa al mondo, ma voglio almeno mettere in evidenza una cosa che mi ha fatto molta impressione: Emilia vive facendo continue congetture. A ogni passo avanti, per ogni tappa, per ogni pezzetto di verità che riesce a conoscere (che in certi casi si rivela una verità provvisoria, manchevole e falsa) si mette a fare delle ipotesi. La sua è una vita immersa nel pathos delle ipotesi, è un continuo “forse…”, “ma allora…”, “si vede che…”, “oppure…”, “magari…”: «Come potevo infatti arrivare al totale della somma in mancanza degli addendi?», si chiede Emilia.

Per caso, proprio prima di leggere questo libro, avevo appena riletto La macchina del tempo di H. G. Wells. Anche la storia raccontata da Emilia Rosati è un viaggio nel tempo. E, come lei, il protagonista del romanzo di Wells, sebbene il suo sia un viaggio nel futuro e non nel passato, ci tiene a raccontarci non solo gli avvenimenti, ma anche quali erano le ipotesi che lui faceva via via, per interpretare il mondo ignoto che vedeva per la prima volta: le riporta anche se erano ipotesi provvisorie, fondate su pezzettini di verità, che poi sono state superate da ulteriori verità, e quindi sono state sostituite da ulteriori ipotesi…

Immaginate di vivere in una condizione di incertezza radicale, di dubbi fondamentali che sostituiscono le certezze; immaginate che la vostra vita si regga sulla disinformazione, sulla mancanza, come dice la protagonista Emilia:

«Mi sento incompleta, priva del mio inizio, e tutto il bello che è venuto dopo, tutto il bello che ancora oggi io possiedo non ha una terraferma su cui poggiare».

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I cerchi di mezzo

Un altro modo più intimo di leggere questo libro consiste nel mettersi a fianco della protagonista, insieme a lei, negli slanci e nelle scelte che la sua condizione la porta a fare: e con il coraggio che ci vuole per farle. Tra le azioni che richiedono coraggio, notate bene, ci metto non solo quelle al limite della legalità, ma anche e soprattutto il coraggio che ci vuole per riuscire a dire certe cose, a scriverle, a guardarle prendere forma sullo schermo, «su questa panca dove oggi penso e scrivo, col mio notebook appoggiato sulle gambe». Guardare in faccia le parole che sono uscite dalle tue dita, e che ti dicono quello che sei, come ti senti, quello che hai fatto, quello che hai pensato veramente. Ma è un coraggio che bisogna trovare a tutti i costi, perché «non esiste rischio più grande, per la propria vita, di non poter rispondere alla domanda – chi sono», scrive Emilia.

Perciò in questi cerchi di mezzo, stando bene attento a non rivelarvi i colpi di scena del racconto, voglio leggere insieme a voi qualcuna delle frasi e dei passaggi fra i tanti che mi hanno lasciato il segno. Sono citazioni sparse, senza un filo logico, ma penso che valga la pena trascriverle. Le numererò per mettere bene in evidenza che sono indipendenti una dall’altra.

1. Comincio citando un primo esempio di coraggio, che per chi non vive una situazione simile non è il primo a venire in mente: ma ce ne vuole anche per ammettere in pubblico di essere figlia adottiva abbandonata dalla madre biologica, «rendendo sociale il mio stato fino ad allora vissuto come un tabù». Perché c’è anche questo aspetto, non solo quello interiore: esiste anche il pudore e a volte perfino la vergogna di far sapere agli altri la propria condizione.

2. Nella prima inchiesta all’orfanotrofio, in maniera scioccante, la protagonista si trova di fronte al tabù più grande, quello racchiuso nelle offese più volgari, che nella vita quotidiana sono iperboli, e che qui invece una persona disperatamente ingenerosa ritorce su sua madre, prendendo quelle parole alla lettera: «Davanti a noi c’era un uomo, visibilmente agitato, che stava gridando – “Voglio sapé chi è chella puttana ’e mammema!”».

3. Arriva un momento in cui la protagonista si rende conto che era l’unica a non sapere come stavano le cose, come in una specie di Truman Show, amaro anche se benintenzionato: «Intorno a me tutti sapevano che ero stata adottata, ma nessuno avrebbe osato dirmelo. Per il mio bene».

4. Un altro momento molto forte è quando si rende conto che potrebbe incontrare i suoi consanguinei ovunque. Provate a immedesimarvi in una situazione del genere: «Andavo in giro per le strade e guardavo in faccia tutti, in particolare le donne, quelle comprese in una fascia di età possibile per essere mia madre. Ma guardavo anche gli uomini e le ragazze giovani, guardavo tutti i miei coetanei alla ricerca di un fratello con questi miei occhi questa espressione questi capelli, questa mia pelle». Attraverso i suoi sensi e le sue emozioni percepiamo anche noi in maniera intensissima che cosa significhi «l’indicibile sensazione di ritrovarsi a tu per tu con il proprio DNA».

5. I dubbi, le ipotesi, le congetture potrebbero minare alla radice anche il coraggio e l’opportunità di una simile inchiesta: «e se poi scopri trattarsi di una prostituta o peggio di una criminale, o addirittura di essere stata concepita in una relazione incestuosa?» Ma la protagonista è disposta ad andare fino in fondo: «Qualunque cosa sia accaduta, di chiunque io sia frutto, desidero saperlo».

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Il cerchio interno

Cerco di avvicinarmi al centro che risucchia i cerchi d’acqua dove è caduto il sasso, il punto che li fa stringere richiamandoli, muovendoli all’incontrario. Certo, di questo cerchio più interno fa parte anche la necessità di convincere il Parlamento a riscrivere, come ci ricorda l’autrice, «una legge vecchia, insensibile, ingiusta, che priva moltissimi esseri umani, attualmente circa quattrocentomila cittadini italiani, del completamento della propria identità personale». E però, se non siamo fra quei quattrocentomila, potremmo pur sempre leggere questo libro pensando che, tutto sommato, non ci riguardi poi molto. Un’esperienza di lettura un po’ esotica, che ci fa immedesimare nelle “vite che non sono la nostra”, come sa fare la letteratura. Anche la protagonista di questo libro sembrerebbe affermarlo: «Io sono straordinaria. Qualcuno mi ha concepito in circostanze diverse da quelle che siamo soliti considerare dalla nostra prospettiva abituale, ha vissuto per nove mesi chiedendosi – ti terrò con me oppure ti consegnerò a qualcun altro?».

La consapevolezza che la sua condizione sia diversa dalla maggioranza delle persone ritorna spesso in lei: «mi sono chiesta perché mi è dovuto capitare di non coincidere totalmente con me stessa, di non essere nata dai miei genitori adottivi, di non essere allacciata ai miei avi con vincoli di consanguineità, di dover rintracciare il mio DNA nello spazio del mondo».

Per di più, va tenuto presente che nei primi mesi di vita della protagonista non c’è stato un unico abbandono, ma ben tre: il distacco dalla madre, poi dalla balia, e poi anche dalla ragazza che l’ha tenuta con sé per lo svezzamento. Questa serie di separazioni incidono nel profondo, mantengono Emilia in uno stato di allerta ininterrotta: «La fragile anima, che in me era già stata ampiamente provata dai ripetuti distacchi nei primi diciotto mesi della mia vita, aveva le orecchie ben tese a captare qualsiasi segno di pericolo».

Nonostante queste particolarità così speciali, dopo aver letto, e molto amato, questo libro, io penso che Emilia non sia straordinaria: lo è certamente lei, la sua storia, le prove che ha vissuto, le scelte coraggiose che ha fatto. Ma proprio la sua vita straordinaria ci aiuta a capire, sentire, direi quasi toccare il fondale irraggiungibile della nostra vita. Il punto dove il sasso è caduto ed è sparito sott’acqua è un varco, un ingresso che permette a tutti di chiederci che cosa siamo.

«Ero nata per caso, non desiderata, e destinata all’infelicità», dice Emilia di sé. Che cosa significa, essere stati desiderati? Che cosa implica essere il frutto di un desiderio, di una volontà, di una scelta, di un’accettazione, di un’accoglienza?

Chi conosce i propri genitori e la propria famiglia può identificare questo desiderio, volontà, scelta, accettazione, accoglienza: può dare loro un volto, dei nomi, una storia, ricostruire circostanze, motivazioni. Può far crescere verso il basso la sua radice, abbarbicarsi alla terra. Ma cosa c’è oltre la radice? Cosa c’è più sotto, oltre il volto, l’identificazione, la storia? Dove finisce l’io? Dove comincia qualcos’altro che non ha nome, o che se ce l’ha è perché sta usando parole che sono delle semplificazioni, delle approssimazioni, in mancanza di meglio? Grazie all’esperienza di Emilia, ho provato una specie di brivido biologico, esistenziale, chiedendomelo insieme a lei: «Cos’è una madre, che cos’è un fratello? Sono tutte uguali le madri, sono simili i fratelli? Spesso diamo per scontato termini che non lo sono affatto». A chi apparteniamo, tutti quanti? Di chi siamo? Di cosa siamo frutto?

Emilia Rosati è riuscita a condurci fino a questo punto vertiginoso, in cui ci si ritrova di fronte al centro pulsante della vita stessa: al punto più intimo e allo stesso tempo più estraneo, più famigliare e più alieno. Non riuscirei a dirlo meglio di lei, perciò le lascio volentieri la parola:

«Ma, è il mio cuore quello che batte? Queste pulsazioni mi appartengono e mi danno la vita, eppure le ignoravo, come ignoravo la forma del mio cuore fino a che non ho fatto la prima ecografia. Sono i miei questi tracciati, dottore? Sono proprio io che ho emesso i battiti che l’elettrocardiografo ha registrato? Che c’entro io con questi segni? Dentro di me esiste un cono rovesciato che si gonfia e si sgonfia senza stancarsi mai? È mio quel cuore? È questa mia madre?»








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 27 novembre 2016