Scrivere è cacciare la testa nel buio

Jonny Costantino



Omaggio a Roberto Bolaño e a chiunque sta marcendo in una stanzetta rosicchiato dai propri fantasmi e col cuore che gli batte all’impazzata.

Roberto Bolaño

Anversa è un romanzo in 56 frammenti. L’autore è Roberto Bolaño. Anversa è il primo romanzo che ha scritto, senza la minima speranza editoriale, e l’ultimo dato alle stampe prima di morire, ventidue anni dopo. Anversa è stato scritto a Barcellona nel 1980, quando Roberto Bolaño era un esule cileno di 27 anni convinto di crepare entro i 30, un altro sudamericano perduto nel mondo, un allucinato senza permesso di soggiorno, uno schiavo diurno e uno scrittore notturno, un insonne malato di rabbia violenza orgoglio, un divoratore cartaceo di pornografi e scrittori di fantascienza, un disperato che fantastica imprese criminali per sbarcare il lunario, un fanatico dell’anarchia totale, un uomo malgrado tutto felice.

A descrivere così il giovane Roberto è il 49nne Bolaño, scrittore di culto e malato di pancreas, nella sua introduzione ad Anversa. «Credo che fosse il mio ultimo anno a Barcellona. Il disprezzo che provavo per la cosiddetta letteratura ufficiale era enorme. Ma credevo nella letteratura: ossia non credevo né nell’arrivismo né nell’opportunismo né nei mormorii cortigiani. Sì nei gesti inutili, sì nel destino». Bolaño scrive questa introduzione a Blanes, un comune della Costa Brava 60 chilometri a nord di Barcellona, nel 2002, quando il libro appare per la prima volta. L’anno seguente Bolaño compie 50 anni e muore in un ospedale a Barcellona.

Anversa è un ingranaggio nato rotto, l’autoritratto di un’anima tritata e ricomposta in frasi sparse, con commovente sconnessione. Anversa è una discarica abusiva dove puoi trovare, tra un catetere e un micio morto, un topazio o un quadrifoglio. Anversa è uno dei pochi libri che al suo autore non imbarazzava, o non del tutto, rileggere. Qui «il giovane che sono stato rimane e perdura». Era una consolazione, seppure una «consolazione di trenta secondi». Anversa è il libro della conquistata e mai perduta immaturità.

Se ami la carne cruda e sei al ristorante, non puoi limitarti a ordinare una tartare, rischi di farti fregare con scadente macinato di muscolo e grasso, devi sincerarti che la tartare sia al coltello, in Francia au couteau, solo così avrai la garanzia che ti stanno servendo un taglio di carne nobile, è una cosa che ho appreso di recente. Il coltello non mente.

Davanti ad Anversa ho usato il mio sistema cuore cervello come fosse un coltello. Ho trinciato da parte solo le frasi che mi arrivavano come fitte, per concatenarle al ritmo di una risonanza interiore. Così facendo ho reagito al bisogno d’incorporare qualcosa di forte che mi strappasse dal ristagno di un giorno colabrodo. Chiamo così quei giorni in cui perdi da tutte le parti e ti manca la forza di progredire nella tua ossessione o nel tuo progetto o in quello che diavolo è. Uno di quelli in cui non ti basta stenderti al buio con Bach o Monk e lasciar fare a loro, perché non te li meriti, perché in corpo hai un’inquietudine spastica che nemmeno certe medicine possono sanare, perché senti che devi fare qualcosa, anche se non riesci a capire cosa. Ogni tanto, nello strascicamento sordo di quelle ore svenate, baluginava qualche frase di Anversa, finito di leggere la notte precedente. L’acume di quelle frasi persistenti, acuminate, apriva piccoli varchi, gli unici, nella luce grigia e densa dove spostavo la mia inconcludenza. A quei varchi mi sono aggrappato e, per allargarli, ho impugnato il coltello. L’umile pratica di riscrittura e rimontaggio ha generato un calore e un senso che spero ti raggiungano in qualsiasi angolo di mondo tu stia scorrendo queste righe.

Dedico questo esercizio spirituale a Flavio de Marco dalla cui voce inconfondibilmente nasale ho udito per la prima volta, qualche mese fa a Berlino, le parole dell’introduzione di Anversa, un’intro che Flavio aveva già letto mezza dozzina di volte, fermandosi però lì, alla dicitura “Blanes, 2002”, senza proseguire nella lettura. Dedico questo talismano tartaro al mio amico pittore che, mentre leggeva a voce alta, aveva gli occhi che diventavano sempre più lucidi. Glielo dedico ignorando se, nel frattempo, abbia osato spingersi oltre quel limpido distillato di vita e poetica per lanciarsi tra i mulinelli del 1980.

Manoscritto del Post-scriptum (frammento 56) di "Anversa" © Herederos de Roberto Bolaño

Di quanto ho perso, irrimediabilmente perso, desidero recuperare solo la disponibilità quotidiana della mia scrittura, linee capaci di prendermi per i capelli e tirarmi su, quando il mio corpo non vorrà più reggere…

Mi chiamo Roberto Bolaño… Un giorno morirò di cancro… Applausi… Sono solo, tutta la merda letteraria a poco a poco è rimasta alle spalle, riviste di poesia, edizioni limitate, tutta quella povera barzelletta è rimasta alle spalle… Mi vengono solo frasi sparse, gli ha detto, forse perché la realtà mi sembra uno sciame di frasi sparse… Mani in corso di frammentazione geometrica: scrittura che si sottrae come si sottraggono l’amore, l’amicizia, i corridoi degli incubi… Ci muoviamo per impulsi istantanei… Qualcosa distruggerà l’inconscio e rimarremo per aria… Sono apparse frasi, voglio dire, in nessun momento ho chiuso gli occhi né mi sono messo a pensare, ma le frasi letteralmente sono apparse, come annunci luminosi in mezzo alla sala d’attesa vuota… Le frasi sono apparse come notizie su un tabellone elettronico… Esiste una specie di danza che si trasforma in labbra… Ho detto alla mia amica ebrea che era molto triste passare ore in un bar ad ascoltare storie sordide… La merda gocciolava dalle frasi all’altezza del petto, in modo tale che non potevo stare più seduto e mi sono avvicinato al bancone… Credo che il tipo abbia detto merda o mamma, non so… Tentativo di applauso fallito… Tutto si rovina… I porci hanno strillato… Non temere, anche se posso raccontarti solo queste storie tristi, non temere… Abbracciati e quieti, sembrano bambini esausti… Lui è un porco ma sa essere tenero. È un porco ma la mano che cinge la sua vita è dolce… Le dita indice e medio sono entrate nel suo culo, ha rilassato lo sfintere e ha aperto la bocca senza articolare suoni… Ha infilato le dita sino in fondo, la ragazza ha fatto un gemito e inarcato la groppa, ha sentito che i suoi polpastrelli palpavano qualcosa che istantaneamente ha denominato con la parola stalagmite. Poi ha pensato che poteva essere merda, tuttavia il colore del corpo che toccava ha continuato a sfolgorare di verde e bianco, come la prima impressione. La ragazza ha fatto un gemito rauco… Agosto 1980. Sogno facce che aprono la bocca e non riescono a parlare… Mi sono svegliato perché la tua sagoma si confondeva con le ombre della camera da letto… L’amore è una mescolanza di sentimentalismo e sesso (Burroughs)… Il silenzio è l’amore così come la tua voce rauca è un uccello… Come un frinire di grilli in un pomeriggio di villette solitarie… Fessura, metà saliva, metà caffè, sul labro inferiore… La solitudine è un versante dell’egoismo naturale dell’essere umano. La persona amata un bel giorno ti dirà che non ti ama e non capirai niente… Sopravvivono solo gli inventori… Utilizzava il verbo soffrire per dare un’idea dei suoi sforzi… Non puoi evitare il vuoto così come non puoi evitare di attraversare strade se abiti in città, con l’aggravante che a volte la strada è interminabilmente larga, gli edifici sembrano locali di film di gangster e certi tipi scelgono le ore peggiori per pensare alle loro madri. «Gangster» corrisponde a «madri»… Non posso essere pessimista né ottimista, tutto è determinato dalla battuta di arresto che si manifesta in quella che chiamiamo realtà… La realtà puzza… Amleto e la Vita nova, in entrambe le opere c’è un respiro giovanile. L’innocenza, ha detto l’inglese, leggasi immaturità… Un respiro immaturo in cui è ancora possibile cogliere stupore, gioco, perversione, purezza… Un ragazzo ossessivo… In modo umano e in modo divino… Be’, suppongo che ormai poca estetica rimanga in me… Un poliziotto può guardare come vuole, tutti i rischi dello sguardo sono già stati superati da lui… Se togliesse di lì quella pistola forse potremmo negoziare… Ho pensato che il vagabondo poteva essere un tipo violento. Frasi. Ho preso il coltello senza riuscire a tirarlo fuori dalla tasca e ho aspettato la frase successiva… Un impulso, a spese dei nervi che finiscono a pezzi in stanze economiche, sospinge la poesia verso qualcosa che i detective chiamano perfezione. Vicolo cieco… A titolo di battuta personale, lui dice: sono una gabbia; poi compra le sigarette e si allontana dall’obiettivo… In ogni poesia manca un personaggio che spia il lettore… Dicano a quello stupido di Arnold Bennett che tutte le regole di costruzione continuano a essere valide solo per i romanzi che sono copie di altri… Lo scrittore è un tipo sporco, con le maniche della camicia rimboccate e i capelli corti bagnati di sudore che trasporta bidoni dell’immondizia… Il faro è nero, il mare è nero, anche la giacca dello scrittore è nera… Qualcuno applaude da un angolo oscuro… Suppongo che tutti i film che ho visto non mi serviranno a niente quando morirò. Errore. Ti serviranno, credimi. Continua ad andare al cinema… Lo schermo si apre come un mollusco… Pura violenza… Qualcuno ha applaudito dal vuoto… Scena in bianco e nero di un uomo che si addentra nel bosco dopo lo spettacolo del cinema. Ultime immagini di adulti che fanno la siesta mentre un’automobile sconosciuta viaggia verso una luminosità maggiore…

Come quei versi di Leopardi che Daniel Biga recitava su un ponte nordico per armarsi di coraggio, così sia la mia scrittura.

Roberto Bolaño, Anversa (Amberes, 2002), Sellerio, Palermo 2007. La traduzione e la postfazione (I porci di Anversa), così accurate, così ispirate, sono di Angelo Morino, scrittore piemontese e cacciatore di perle letterarie ispanoamericane, scomparso a 57 anni nell’agosto 2007, improvvisamente, senza avere avuto il tempo di vedere pubblicata e tenere in mano questa prima edizione italiana di Anversa, la sua ultima fatica di traduttore.








pubblicato da j.costantino nella rubrica libri il 25 novembre 2016