Preferirei essere il campione dei pesi massimi che il presidente degli Stati Uniti

Jack London



Jack London in posa nel 1904

Contro la miseria: boxare. Contro gli avversari immaginari: boxare. Contro i mal di pancia: boxare. Contro le marionette del regime: boxare. I bei versi dello scrittore e poeta congolese Fiston Mwanza Mujila, pubblicati ieri da Marie Fabre, mi hanno fatto venire voglia di condividere due brani sul senso della boxe. L’autore è Jack London, il quale non fu solo il grande romanziere che tutti conoscono, fu anche l’eccellente reporter di leggendari match primonovecenteschi. Per Jack London la boxe è coraggio e correttezza, brutalità e bellezza. Tremenda distruzione cellulare e fierezza del restare in piedi, tenere il ring contro il mondo intero.

Gli estratti provengono dai reportage di due combattimenti per il titolo mondiale dei massimi: James Jeffries vs Gus Rushlin (San Francisco, 16 novembre 1901), stravinto dal primo, e Jack Johnson vs James Jeffries (Reno, 4 luglio 1910), pregustando il quale London scrive tre giorni prima: «Da parte mia, mi auguro una vecchiaia serena e sdentata, in cui non mi resterà altro da fare che rimuginare tra me i ricordi del passato; e allora una delle mie più grosse gioie sarà riandare col pensiero ai dettagli stupendi del grande incontro di Reno, e potrò dire: “Sissignore, è stato nel 1910, a Reno, nel Nevada… E c’ero anch’io, a bordo ring!...”».

L’incontro di Reno fu annunciato come l’incontro del secolo. Dopo un ritiro di cinque anni nella sua fattoria in Ohio, James Jeffries, soprannominato il Calderaio, professione che realmente svolse, tornava a combattere motivato, oltre che dal lauto premio, dal dovere di dimostrare al mondo la superiorità della propria razza impartendo un’indimenticabile lezione al Gigante di Galveston, il nigger che non si accontentò di essere sul ring un dio dal portentoso gancio destro, fu anche uno sfacciato tombeur di donne bianche.

«Non è stata una grande battaglia, dopotutto, tranne che per il significato e il contesto», sarà il commento di Jack London. Osannato da un pubblico in deliquio, James Jeffries non era più lo stesso. Quello salito sul quadrato era un uomo che aveva esaurito il numero di combattimenti che ogni pugile si porta dentro, i combattimenti che è cellularmente programmato per disputare, come teorizza lo scrittore. Per Jack Johnson è stato uno scherzo stroncare "la più grande speranza bianca". Freddo e solare, Johnson ha distrutto Jeffries con il sorriso e, al quindicesimo round, lo ha finito con la beffa di un pugno che nessuno credeva possedesse: il sinistro.

(Jonny Costantino)

Jack Johnson vs James Jeffrey, 4 luglio 1910

Le regole fissate dal marchese di Queensberry dichiarano che l’incontro di boxe deve essere un incontro in cui i pugili si scambiano colpi con correttezza finché rimangono in piedi. Rimanere in piedi è il nocciolo di questo sport: star su, non andare al tappeto, non scappare, tenere il ring contro il mondo intero… Ecco lo spirito del pugilato. E, una volta che s’è detto tutto quello che si deve dire, risulta chiaro che il pugile, brutale e muscoloso e barbaro com’è, è poi di gran lunga più bello dell’esangue decadente. L’uno possiede in sé una promessa: la sua è certo una virilità eccessiva, primordiale, ma da essa si può trarre, raffinandola e disciplinandola, una nobile forza. L’altro invece non possiede speranze: dai fiacchi e dagli effeminati possono venire solo malattia e follia e morte. E allora è molto meglio essere primordiali che decadenti. E coloro che oggi sono forti e robusti, e tuttavia si ritraggono inorriditi alla vista di un incontro di boxe, farebbero bene a rammentare che discendono dai lombi d’individui primordiali...

Jack Johnson vs James Jeffrey, 4 luglio 1910

Certo, il pugilato può esser brutale. Ma a mio modesto avviso, ci sono cose ben peggiori. Ad esempio, il pugilato ha norme di condotta molto rigide e un ferreo fair-play lo regola: certi colpi sono proibiti, non è ammesso che giganti incontrino nanerottoli, ma i pesi medi si battono con i pesi medi, i massimi con i massimi, i leggeri con i leggeri… Mentre, fuori nel mondo, non funziona il medesimo fair-play. È vero, nel mondo degli affari la riduzione fiscale è un colpo proibito: ma che dire allora dell’adulterazione dei prodotti alimentari, dell’imbottitura delle cinture di salvataggio con limatura di ferro, della corruzione di legislatori e rappresentanti del popolo? E che dire del padrone che, come una belva disumana, artiglia mille bambini, li sbatte a lavorare nell’inferno della fabbrica, li strazia e li distrugge nel corpo e nello spirito? O del grosso commerciante che, sotto il ricatto della fame, costringe le sue impiegate a sfacchinare per lunghe ore in cambio di un misero stipendio?

Per quanto mi riguarda, dichiaro di preferire un qualcosa che, forse, sarà a modo suo brutale, ma che al tempo stesso è profondamente corretto. Non son poche le cose che si possono imparare dal pugilato; e se un po’ della correttezza di questo sport venisse introdotta nel mondo degli affari credo che vivremmo tutti in modo più piacevole…

Jack Johnson

I brani sono estrapolati da Jack London, Sul ring, a cura di Mario Maffi, SugarCo, Milano 1986, pp. 123-124 e 151-152.








pubblicato da j.costantino nella rubrica in teoria il 14 novembre 2016