Il grande regno dell’emergenza

di Roberto Gerace






“Credere che avanziamo quando il nostro illusorio avanzare è in verità un fabbricare passato.”
Alberto Savinio






Il grande regno dell’emergenza è il titolo dell’ultimo libro di Alessandro Raveggi, scrittore fiorentino già autore di quel Nella vasca dei terribili piranha, edito da Effigie nel 2012, che lo poneva tra gli interpreti più interessanti e abili di una sorta di "via italiana al massimalismo letterario". Qui siamo di fronte a una raccolta di racconti tanto eterogenea per tempi e scopi di composizione, quanto coerente per temi, stili, toni. Raveggi ha messo insieme un almanacco di barzellette sull’esilio della cultura: tutti i protagonisti di queste storie sono infatti tormentati dall’inattualità di una certa tradizione. Non si può suonare una nota di violino se non si è disposti a ridere tetramente tra una nota e l’altra. In un ristorante italiano a New York le ribollite raccontano apologhi in vernacolo, ma i clienti sono infastiditi perché per il turista la cultura si mangia eccome, basta che stia zitta. Nel grande regno dell’emergenza coltivare un qualunque senso d’elezione equivale a sentirsi parlare da un punto fisso, come un’eco che viene da lontano: il tempo si slabbra, lo spazio è fermo; aspettiamo un’onda-madre che ci seppellisca o andiamo a vivere in provincia.

Hai l’opzione di una provincia disposta a cullarti, una cuccia periferica di feltro grezzo, che ti va giusta addosso: un posto di lavoro alle elementari, in Abruzzo. E il resto è un affitto a poco, un’esistenza solitaria, le paste calde alla domenica mattina.

A ogni racconto una catabasi rituale: travestimenti, seppellimenti, cantine, percorsi discensionali giù per gli argini di un fiume o per i piani di un museo; dalle pareti di una borsa o dal sedile della riccona davanti ci si può sentire schiacciati e tuttavia compresi – o per meglio dire tanto più compresi quanto più compressi. L’emergenza allora non è uno stato di allarme, ma più propriamente il nostro tentativo di emersione.
Ecco perché nostro padre ci chiede di travestirci da bestie per il suo funerale: morto l’homo faber, non resta di noi che una definizione etologica data altrove. Arriviamo sempre a metamorfosi già avvenuta: l’io non è un altro, è di un altro. Suoni cigolanti, squittenti, ultrasonici annunciano la sua mutante presenza per tutto il libro. E allora ci dibattiamo tra le nostre velleità di eroismo per concessa negazione (smettere di scrivere, andarcene nudi e liberi) e il nostro sotterraneo, apocalittico cupio dissolvi – come il panino alla Divina Commedia, non desideriamo in fondo altro che essere mangiati. Ecco perché l’emergenza può essere a ben vedere il nostro grande regno.
"Come in un corteggiamento dal quale ognuno trae il proprio favore, per fini eterogenei", è da questa ambiguità perennemente smentita e sedotta che nasce a mio avviso la comicità malinconica, un po’ fantozziana del libro, la forza densa di suggestione delle sue immagini ricorrenti. I racconti sembrano spesso costruiti per accumulazione di piani metaforici, ma la deriva surrealista o simbolista è continuamente (cioè comicamente) frustrata dalle agnizioni finali, che, come in un museo, ci mostrano il lato "oscenamente confortevole" del piano terra. A soccorrere viene poi una lingua a sua volta stratificata, cosmopolita, coltissima (Raveggi ha vissuto diversi anni in Messico e insegna in un’università americana), ma che ricerca e coltiva l’emergere rituale dei toscanismi come una garanzia di originarietà: un’arcadia domestica, uno stile nativo che conservi ancora, come le lucciole, il barlume di un senso magico delle parole.


Alessandro Raveggi, Il grande regno dell’emergenza, LiberAria








pubblicato da r.gerace nella rubrica libri il 3 novembre 2016