Dylan Bob

Andrea Amerio



Quando ho saputo del Nobel a Bob Dylan il primo pensiero è andato all’amico Teo Lorini, esperto in materia, testimone di buona parte, se non di tutti i tour italiani degli ultimi anni, e che alcuni anni fa fu così gentile da regalarmi un biglietto per un concerto di Dylan a Milano. Un altro pensiero ad Alessandro Carrera, che ne è in Italia uno dei massimi esegeti oltre che traduttore, e di cui avevo appena finito di impaginare l’ultimo libro in versi (in uscita per Nottetempo, con Umberto Fori sarà presentato il 5 novembre alla libreria Verso di Milano.) Un terzo pensiero va alla morte, d’obbligo. Un quarto alle raffinate politiche e strategie degli estensori del premio: “Stavolta almeno non diranno che non lo conosce nessuno!”. Un quinto a Remo Cesarani, che non c’entra nulla, e alla prima edizione della sua storica antologia per le scuole superiori Il materiale e l’immaginario, ormai introvabile, a quanto dichiara lo stesso Ceserani in una nota pubblicata su Academia.edu, se non presso gli studi bibliografici. Sul quinto pensiero andai al cesso, luogo in cui si ragiona sempre a lungo, benissimo.
Ceserani ha dichiarato che un’edizione completamente rinnovata del manuale dovrebbe uscire quest’anno e sarà interessante discuterne. O magari provare a collaborare. Magari gli scrivo. In effetti l’evoluzione di questo testo per le scuole superiori è di per sé sintomatica: nel corso degli anni Novanta si è progressivamente assottigliato da dieci a cinque volumi, optando per soluzioni sempre meno radicali rispetto all’impianto di elaborazione della gittata intera dell’opera, che si dispiega in nove volumi (più un tomo di “Strumenti”) dal 1979 al 1988.
Il nono e ultimo volume di Il Materiale e l’immaginario, prima edizione del dicembre 1988, frutto del lavoro di una generazione di studiosi (Carla Benedetti, Franca D’Agostini, Maurizio Ferraris) solo per fare alcuni nomi, già citava Derrida, Bloom, Hartman, Miller. Nuroscienze, cognitivismo e Cultural Studies a parte (oltre ovviamente le ricerche che gli stessi collaboratori porteranno avanti nei relativi settori: Logica, Ontologia, Teoria della letteratura, etc.), in quei volumi c’è molto più di ciò che sarebbe lecito attendersi da un manuale scolastico, il tutto fittamente elaborato in un testo omogeneo di maniacale meticolosità (vedi per es. la tabella che registra e confronta le presenze dei poeti nelle varie antologie del Novecento); soprattuto considerato il pubblico cui era rivolta l’opera - studenti e insegnanti, che in larga parte lo trovarono ingestibile. Negli anni Novanta avevo una libreria e andavo a caricare “la scolastica”, come si diceva, dai distributori. Non vi dico le difficoltà a trafficare con i tanti colori, formati e varianti delle diverse edizioni adottate a seconda dei professori e degli istituti. Fatto sta che dopo tante tribolazioni alla fine conservai una copia della versione princeps.
Finito al cesso non sono andato a tirarla via dalla cantina?
Nell’Introduzione al nono volume "La ricerca letteraria e la contemporaneità", leggo cosa fu il postmoderno che avevo vissuto senza accorgermene: «uno dei più grandi cambiamenti, epocali e totali, che si siano avuti nella storia dell’umanità». Curioso, il postmoderno era finito esattamente l’11 settembre 2001. «Uno dei più grandi cambiamenti, epocali e totali, che si siano avuti nella storia dell’umanità». E visto che erano ancora postmoderni, secondo me qualcuno di quegli autori che erano cresciuti durante uno dei più grandi cambiamenti, epocali e totali che si siano avuti nella storia dell’umanità, mica se ne erano accorti, che ne era appena capitato un altro. Sia detto che a me autori che pensano così piacciono un sacco perché di solito, visto che vedono niente e si preoccupano solo di scrivere, poi alla fine scrivono anche bene, per carità, non faccio questioni; dico così, per dire, mica per plagiare stili. In ogni caso “ci sarebbe da domandarsi cosa sia successo nell’ultimo quindicennio”, scrive Luperini (in “Ceserani e la scuola”, «Between», vol. III, n. 6 (Novembre 2013). Ci fu la crisi della istruzione pubblica e, con essa, lo sprofondamento dell’intera società italiana, certo, lo so, io c’ero dentro. . . poi sono dilagati i conflitti bellici, sociali e razziali; fanatismo, radicalismo, il passato che torna a vendicarsi di antiche divinità come Nergal, o se la prende con le pietre di Palmira... fantascienza insomma... Invece di una nuova epoca storica, quella dell “uomo finalmente umano” auspicata da Ceserani (che personalmente lessi come "estetica postmoderna innestato sull’effettiva rifondazione libertaria del pensiero socialista" e in definitiva fu il nocciolo della mia "militanza" contro la globalizzazione tra 1999 e 2004), sono riaffiorati i caratteri feroci, disumani e totalitari di una modernità mai davvero estinta. Il postmoderno si era dissolto fumosamente, come fumosamente si era addensato tra 1979 e 2000.
In tutti i casi apro pagina 25 del nono volume e (a pagina 25 non in fondo in fondo relegato in nota) leggo il testo di “A hard rain Gonna fall”, con tanto di traduzione di Fernanda Pivano, originale a fronte, note, e analisi del testo. Insomma che Bob Dylan avesse sconfinato dalla storia delle culture giovanili alla storia della civiltà (quella dei classici che si leggono in classe) avrebbe dovuto saperlo ogni liceale all’ultimo anno dal 1989 in poi. Il che è realisticamente avvenuto da allora, con la mia generazione, e ancora accade con gli studenti universitari con cui ho a che fare, ben felici della notizia.
Io per il Nobel provavo niente ma diamine quel vecchio volume, hai visto? Era davvero “settato” sulla contemporaneità! E mi compiacevo che anch’io, come in una dimensione-specchio del Doctor Strange, alla stregua del Nobel e della collezione di Dylan Dog sulla mensola accanto, ero fermo all’anno di nascita dei miei studenti classe 1996: un po’ come tutto quanto, in quel materiale immaginario che ventenne, avevo amato, e ora mi guardava imperante, cristallizzato. Ancora ora, ancora qui. Sul cesso, in cantina.

(1 novembre 2016)

p.s. terminato di scrivere questo pezzo, scopro che è il 31 ottobre 2016 (ieri) Remo Ceserani è morto. Non risponderà mai alla mail che gli avevo inviato. Con una certa inquietudine per la perturbante forza del caso, dedico alla sua memoria questo piccolo e fortuito omaggio. Il terzo pensiero, alla fine era suo.








pubblicato da a.amerio nella rubrica in teoria il 3 novembre 2016