Elio Vittorini e il realismo

Marie Fabre



Per raccogliere il testimone lasciato cadere da Antonio con il suo articolo sul giovane Moravia e continuare a riflettere sul senso del realismo.

Alla fine del 1951, Elio Vittorini visita le vittime dell’alluvione del Polesine, e rimane impressionato dai gesti di solidarietà spontanea e di coraggio della popolazione. Poco dopo, comincia a scrivere Le città del mondo. Il legame tra questi due fatti, Vittorini lo spiega in una bellissima lettera del 3 dicembre 1951 agli amici Marguerite Duras e Dionys Mascolo :

"Je sais encore plus que je ne le savais, depuis ça (...) qu’un homme c’est quelque chose de très grand dans l’essentiel de son être, et qu’il est petit ou con ou malin etc. seulement à sa surface laquelle écrase, malheureusement, sa grandeur, mais ne l’annule pas, heureusement, de sorte que la littérature philosophique et poétique dite moderne qui insiste encore à nous décrire l’homme comme un ver c’est une paresseuse littérature de surface, à la violence de surface, qu’il faut démasquer avec les bombes de profondeur de livres qui soient écrits dans l’esprit avec lequel écrivait, par exemple, Shakespeare, ou les tragiciens grecs, ou Melville, et tous les autres, grands ou petits, qui ont écrit sans mépris de personne, et c’est-à-dire sans la préoccupation d’avoir à justifier leur mépris."

La lettera è scritta nel bel francese appassionato e commovente di Vittorini, un francese che sa di oralità, di amicizia, di poesia, di calore. Provo a tradurre per tutti :

"So ancora di più di quanto lo sapessi prima (...) che un uomo è qualcosa di molto grande nell’essenziale del suo essere, e che è piccolo o stronzo o furbo ecc. solo alla superficie, la quale schiaccia, sfortunatamente, la sua grandezza, ma non la cancella, fortunatamente, cosicché la letteratura filosofica e poetica detta moderna che insiste ancora a descriverci l’uomo come un verme è solo una pigra letteratura di superficie, dalla violenza di superficie, che bisogna smascherare con le bombe di profondità di libri scritti nello spirito col quale scriveva, per esempio, Shakespeare, o i tragici greci, o Melville, e tutti gli altri, grandi e piccoli, che hanno scritto senza disprezzo di nessuno e cioè senza la preoccupazione di dover giustificare il loro disprezzo."

(Elio Vittorini, Gli anni del Politecnico; Lettere 1945-1951, Einaudi, 1977, p. 394)








pubblicato da m.fabre nella rubrica libri il 2 novembre 2016