Omaggio a Jolanda Insana

di G. Ferraro, G. Lo Castro e G. Petrucci



Tra le voci più sincere e potenti della poesia italiana contemporanea, nel solco della più grande tradizione latina e dantesca dell’invettiva, Jolanda Insana ha fatto della sua scrittura poetica un irriducibile avamposto tragico di contestazione e di resistenza contro tutte le forme date, della lingua come della politica.

“Pupara” della vita e della morte, personaggi in lotta incessante nella sua prima raccolta “Sciarra amara”, del 1977, Insana ha attraversato quarant’anni di storia letteraria italiana senza mai fare sconti, né alla lingua né al proprio presente. Un’ansia tellurica che opera in raccolte come “La stortura” o “La tagliola del disamore” e che attraversa tutto il volume delle sue poesie complete, pubblicato da Garzanti nel 2007. Nel 2009 è lo stesso terremoto a comparire nelle voci e nelle figure che emergono dalle macerie della sua città natale, ancora una volta frazioni di resistenza, di movimento, contro il silenzio e il vuoto della morte (“Frammenti di un oratorio per il centenario del terremoto di Messina”).

A questo lungo scongiuro poetico sarà dedicato il prossimo anno un volume di saggi e di suoi inediti. Avremmo voluto regalarglielo per i suoi ottant’anni, e sarà invece il nostro ultimo abbraccio, il nostro scongiuro, da questa “terra di addii senza angeli”.

Gianfranco Ferraro, Giuseppe Lo Castro, Giuliana Petrucci

La pietanza votiva

arrampicata su uno sgabello

dietro la portafinestra dello stretto balcone

li vede passare

anzi non li vede passare

li vede

strascinando ciascuno il proprio fardello

che s’affrettano infebbrati e inciampano

sospinti da pertiche e strepiti

ai recinti del lazzaretto

alzato nel giro di niente

con quattro assi e il cielo a tetto

sul monte dell’Immacolata

la via crucis dei giorni di Pasqua

con il Golgota in cima

sono gli appestati

i malati di spagnola

e battono i denti e stridono e gemono

animali belanti

molto recalcitranti

portati al macello

ascolto e sono piccola

più piccola di lei

che nel ’18 aveva undici anni

e non capisco di che parla

chi è la spagnola e cosa fa

per fare fare ai sani

tutti i maltrattamenti

che fanno a squarciagola

e ho paura

perché conosco i martoriati dei bombardamenti

intrappolati sotto le macerie e urlanti

come fare finta di non ricordare lo sfracello

dando l’acqua ai fiori?

Come non delirare all’urlo dell’allarme antiaereo?

[…]

dopo le prime acque d’agosto

alla spiovuta si parte in spedizione

per il cretto della fiumara

e i costoni argillosi di vigne e giardini

lei è a guida che ci segue

frastornata da tanti piedi scalpiccianti

teste scattanti e bocche vocianti

- il piccolo esercito di carnivori

in cerca di lumachelle verdeoliva

che intoppate dentro casa sottoterra

hanno rotto la porta del sonno

e s’incamminano sui tronchi e sui fili

del proprio destino

prigioniere cacano e sbavano nei panieri

e in fuga dall’acqua bollente

nella pentola fremono e aggallano

e lei non batte ciglio

poi che sono nutrienti e i bambini mangiano

ma lei manco assaggia

[…]

sei volte ingravidata

e sgravidata sei volte

con le unghie si dilaniava

la pelle senza rughe

era alta e marciava veloce

dentro scarpe 42

perché andava sempre di fretta

avendo tante bocche da sfamare

altrettante mutande da cucire

e culi da lavare e balbettii da capire

febbri da misurare e cucchiaiate d’olio

di fegato di merluzzo da far inghiottire

io la guardavo dal baso e non la riconoscevo

quando m’acciuffava come un passero

è il giorno più corto

e sempre cupo

e per la luce degli occhi

fa voto alla vergine che a Siracusa

mostra i più bei reliquiari mai visti

non è digiuno

quello che ci impone

ma non si mangia pane né pasta

nel giorno di santa Lucia

e tornando da scuola

negli anni del dopoguerra

affamata e infreddolita

trovo buono il caldo riso coi ceci

la pietanza votiva nel piatto apparecchiato

che oggi non mangerò

perché non c’è chi lo prepari

per sé e per me

la vita è dura diceva

e non è agevole durare

non volendosi inchinare

a vendere l’anima e il culo

e fu la sua una vera vita da mulo

rimpinzati ingianduiati e smemorati

non sappiamo leggere le ore

sul quadrante del cielo

e con i polsi segati

e i tratti arrappati

più vizzi di fico senza umore

deliriamo nella quotidiana tagliola

del disamore

[…]

è la chioccia che protegge i pulcini e la covata

assalta i foresti e si slancia con gli artigli aperti

ma non ci tiene nel pollaio

e sotto le sue vesti ci trascina

tra macchie fossi e boschi

per la raccolta stagionale

di cipollotti e asparagi

more e fiordalisi

la carne di cane non ce l’ha mai data

buona la frittata di asparagina

con quel pizzico d’amarognolo

incucchiata in mezzo al pane

senti diceva

senti il profumo diceva

dal profumo si riconosce il nemico e chi ti vuole bene

ma non mettere le mani in bocca

dopo avere toccato fiori e foglie d’oleandro

ho imparato da sfollata e mi riesce bene la frittata

[…]

per tutta la vita ha scontato debiti

che non doveva

e borbottando parole di conforto

faceva pace con la terra tempestosa

e si preparava al viaggio della notte

con il lume acceso

perché temeva i mostri del giorno e dell’inganno

e non fu mai rancorosa

anch’io non volevo dormire al buio

quando la luna non arrivava alla persiana

basta con questo strascico di strazio

voglio morire diceva

e strascicava i piedi

e da sola non scendeva più dal letto

so invece che non voleva morire

e sognava di tornare allo sprofondo

del fondachello dove mette fiori e frutti

dove mette fiori e frutti

il ciliegio maiatico della sua infanzia

[…]

innamorata d’un ragazzo di campagna

fece rispondere no allo zerbinotto di città

scappato per una storia di puttane e di coltelli

ma lei non lo sapeva e comunque non gli piaceva

il pittirro gracile e vorace di città

ma all’intrasatto tornò il cittadino avido e mingherlino

e sulla strada di Bafarìa la rubò

e lacrimando la sposò

per amore aveva dichiarato ai carabinieri

ma le aveva fatto dire sì e per tutta la vita la tradì

fino all’ultima goccia d’acqua fresca

e poi che non era amore ma capestro

incordato con le sue stesse mani

lo gettò al collo della moglie

e incaprettò le figlie

mai mai capire troppo presto

poi che tagli e squarci fanno pus

Elettra innamorata perdonò il padre

e non vendicò la sorella scannata

sull’ara sconsacrata

ma io io?

violata figlia

perché figlia di violata madre

….

è freddissimo l’inverno del ’44 e a Monforte nevica

e non abbiamo scarpe

e lei ci tiene al riparo nella sua casa di ragazza

attorno al braciere acceso

i piedi infilati nei calzerotti pelosi

che sferruzza con la lana cardata dei materassi

con i geloni alle dita delle mani

ci fa giocare a fare il pane e la baludda

le lasagne acqua e farina

o i maccheroni col ferruzzo

che condisce con il sugo di cotiche di porco

capivo e non capivo la sua lezione

mai dipendere mai da nessuno

e svezzarsi presto e allenarsi

perché dal cielo arriva grandine

ma se qualcosa di buono arriva

ringraziare e non scordare

e io nella cenere calda gettavo

sgranati chicchi di spannocchia

che si aprono in corolle bianco oro

e nell’insalata di arance e limoni

a scarse gocce d’olio aggiungevo cucchiai

d’aceto e tanto sale e menta

e il pane duro più s’ammolla e s’insapora

pianse una sola lacrima

dall’occhio destro

per un istante mortalmente azzurro

e serrò la bocca

più non dico o ma’

donna Maria

matri bedda

matri ranni








pubblicato da c.benedetti nella rubrica poesia il 30 ottobre 2016