Sulla corriera

Roberto Michilli



La trovavo già sul pullman, sia quando la mattina alle sette e quaranta ci salivo per andare a scuola in città, sia al ritorno, all’una e mezzo. Chissà di dov’era. La corriera serviva anche la Val Vibrata, e laggiù di paesi ce n’erano tanti. Era bionda, portava gli occhiali e appariva sempre triste. Non era bellissima, ma a me piaceva, forse proprio per quella sua malinconia. Con le ragazze però non sapevo come fare, mi vergognavo e non riuscivo a spiccicare una parola. Lei poi era sempre in compagnia di questa sua amica del cavolo, altrimenti forse il coraggio di sederle accanto sarei riuscito a trovarlo. Un giorno ai primi di maggio quando salii sul pullman per tornare a casa vidi che per una volta era sola, seduta accanto al finestrino come sempre, e come sempre con quella tristezza addosso che ti faceva venir voglia di andare là ad abbracciarla e dirle: «Dai, non fare così, ci sono qua io per te». Così, senza starci a pensare su tanto perché altrimenti non l’avrei fatto, avanzai deciso fino alla sua fila e mi lasciai cadere sul sedile libero accanto a lei. Aveva la testa appoggiata al vetro e le mani in grembo, e così rimase, senza degnarmi di uno sguardo. Partimmo e dopo qualche chilometro lasciai cadere la mano destra nello spazio tra i sedili. Impiegai dieci minuti a farla avanzare un decimo di millimetro alla volta fin quasi a sfiorare la sua gamba. A quel punto mi fermai. Lei non aveva fatto una piega. Dopo un altro paio di minuti sollevai la punta dell’indice e le toccai il ginocchio. Non ci furono reazioni, così pian piano mandai in soccorso la punta del medio, poi quella delle altre dita. Lei rimase ferma. Allora feci un bel respiro e le poggiai tutta la mano sulla coscia. Lei, in silenzio e senza girarsi, allungò la mano, prese la mia con due dita e la fece cadere sul sedile. Lasciai che restasse lì, e per qualche minuto tenni lo sguardo fisso sulla fotografia scolorita di un laghetto alpino incassata nel retro del sedile davanti al mio. Per fortuna che stavamo arrivando, la corriera era ormai alla fine del lungo rettilineo, al paese mancava meno di un chilometro. Fu allora che lei allungò di nuovo la mano, prese la mia, se la portò sulla coscia e poi tolse la sua, il tutto sempre senza una parola e continuando a guardare fuori. Avevo un tumulto nel petto, volevo dire e fare non sapevo nemmeno io cosa, ma eravamo arrivati ormai, ecco la Piotti, gli ippocastani della via Nuova e la curva a gomito che portava in piazza. Pensai di non scendere, di andare con lei fino al suo paese e poi di tornare con la corriera, però i miei si sarebbero preoccupati non vedendomi arrivare. Il pullman era fermo, i miei compagni già scendevano. Esitai fino all’ultimo, poi riuscii a dirle: «Ci vediamo domani», e tolsi la mano. Lei rimase ferma e in silenzio.

Il giorno dopo però con lei c’era di nuovo la sua amica, e ci fu poi ogni giorno, all’andata e al ritorno, finché le scuole non chiusero. Passai l’estate come le altre che l’avevano preceduta, giocando a carte e a biliardo e chiacchierando con gli amici, leggendo e suonando la chitarra. Un paio di volte andammo al mare con la corriera e altrettante in bicicletta. Pensavo sempre a lei, e non vedevo l’ora che arrivasse ottobre perché ero deciso a parlarle. Sì, l’avrei fatto, amica o non amica.

E venne il primo giorno di scuola, e il cuore mi sfarfallava mentre salivo sul pullman. Non c’era. Neanche la sua amica c’era. M’accorgevo che in realtà non c’era quasi nessuno lì sopra. Chiesi al bigliettaio, e mi spiegò che avevano aperto una linea nuova. Passava da Fiumicino ed era più comoda per quelli della Val Vibrata. Sedetti in un posto qualunque e appoggiai la testa al finestrino.
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Da Atlante con figure (Galaad Edizioni, 364 pagine, 16 euro).

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pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 29 ottobre 2016