Prima di perderti

Maria Cerino



C’è questa strana abitudine, negli ambienti letterari e in particolare quelli romani, di raccontarsi la modalità dei propri attacchi di panico: quando si è presentato il primo, l’episodio madre, come li si gestisca e quanto valium si è preso prima di arrivare al dosaggio blando di xanax. Si ci dà consigli farmaceutici, indicazioni per l’uso e all’occorrenza si ci presta qualche pillola o due. Non è che sia roba da sceneggiature woodyallenesche, qualcosa di più simile a un paio di scene di Maledetto il giorno che t’ho incontrato di Carlo Verdone, film bellissimo sulle nevrosi, tra l’altro. Con Tommaso Giagni, invece, ci riflettevamo qualche giorno fa seduti su una panchina del complesso di case popolari di via di Donna Olimpia a Roma – quello che è stato il set di film come Bellissima, tanto per restare in tema di pellicole e rapporti complessi tra genitori e figli – , non abbiamo fatto che incontrarci per parlare dei nostri padri. Anche quando ci siamo imposti di confidarci qualcosa di diverso siamo giunti sempre là, inevitabilmente, con un senso d’impotenza: parlando dei nostri amori, parlando di romanzi, parlando di città natali e traslochi, parlando del brutto tempo, di tutto.

Non è stato quindi un caso quando gli ho imposto di rivederci nel cortile dove c’eravamo visti la prima volta a Roma, chiedendogli un po’ di finzione che filtrasse in qualche modo una conversazione che sarebbe stata ufficialmente sulla figura del padre e sul suo nuovo romanzo in uscita Prima di perderti; seduti là, con uno spazzino che ci chiedeva di cambiare continuamente posto, di padri abbiamo parlato meno (sembrava di scoprirsi troppo, si correva il rischio di dirsi verità banali) e abbiamo invece parlato della città, della mia provincia natale, dell’urbanistica degli anni cinquanta, che era – ma ne accorgo ora scrivendo – ancora un altro modo per raccontarci dei nostri genitori.

Chi non conoscesse la scrittura di Tommaso Giagni può farsi un’idea pensando ai suoi libri come a romanzi scritti da Dino Risi, se solo Dino Risi avesse scritto romanzi e non girato film. C’è Roma, ma in fondo Roma c’è sempre sia che tu ci sia nato o vissuto per qualche mese – appartiene a noi come una forma di difetto che abbiamo acquisito nel tempo, una crescita collaterale o (nel mio caso) l’idea di una provincia che mi perseguita con la sua misura ogni volta che lascio l’appartamento per attraversarne un quartiere. Come Risi, Giagni racconta un varco, qualcosa di stretto che bisogna superare prima di avere un’idea di sé. O di chi ci è accanto. Quanto in Un amore a Roma – ma potrei dire Il Sorpasso, ben più noto – in Prima di perderti (secondo libro di Tommaso ma tanto generoso e in una certa misura rischioso da farlo apparire più esordio dell’esordio, L’estraneo) la città è un set su cui si accordano diverse intensità di violenza, tenerezza e nostalgia. E c’è violenza dove appare la tenerezza e c’è nostalgia mentre quel sentimento, o quella donna o – nelle pagine del libro – tuo padre sembra appartenerti e somigliarti nell’intimo. In questi passaggi, e in particolare nel corpo a corpo del figlio con il fantasma del padre suicida, io vedo Risi.

“I due modelli ideali di padri a cui mi sono rifatto sono i padri dei Karamazov e de La strada di Mc Carthy, da una parte il padre buffone e fragilissimo che tutto fa pensare sia destinato ad essere screditato e superato dai figli, e dall’altra il padre che ti guida e salva dall’apocalisse. Quindi il padre di Mc Carthy che è il padre dell’infanzia, quello che guardiamo dal basso verso l’altro e poi il padre di Dostoevskij dell’età adulta, che aspetta di esser rovesciato. Alla base del libro c’è lo scarto tra questi due padri, il passaggio dolorosissimo tra il genitore che ci salva da bambini e quello che conosciamo da adulti”, mi spiega in una nota vocale su WhatsApp, dopo aver visto l’ennesimo post che da giorni pubblica su Facebook, scene di film in bianco e nero e citazioni di romanzi “Ognuno è un esergo mancato al libro”, aggiunge. L’ultimo è un pezzo di Otto e mezzo, Papà, aspetta, abbiamo parlato così poco tra noi, recita Mastroianni. Ritorno agli eserghi del romanzo – diviso in due parti più prologo, dal titolo Al primo sangue e All’ultimo sangue – citano Sigmund Freud “Che il babbo sia morto lo capisco, ma che non venga stasera a casa per la cena, questo non riesco a spiegarmelo” e Emil Cioran “Facciamo il passo decisivo verso noi stessi quando non abbiamo più origine”.

La mia pagina preferita è nella prima parte, sotto il cappello dell’Interpretazione dei sogni – dice a me (perché questo fanno i romanzi riusciti, ci parlano in una lingua infantile) quanta paura mi faccia il mondo quando lo guardo in prospettiva di figlio (per esempio, se il gatto porta a casa un topo o un uccellino agonizzanti io chiamo papà disperata e aspetto che porti via la carcassa dell’animale, proprio non ce la faccio ad accettare la possibilità che la morte sia un evento che possa riguardare entrambi, riposarci tanto vicina). Nel libro, Fausto che è uno scrittore affermato fa i conti con la figura del padre, Giuseppe (chissà se è una scelta a caso questo nome o se è il nome di tutti padri che sono secondi ai figli), morto suicida e scrittore senza fortuna; prima del duello con il suo fantasma ricorda pezzi della loro vita e gli torna in mente la volta in cui si erano fermati a giocare a calcio con dei ragazzini; Fausto è terrorizzato dalla possibilità che uno dei bambini possa dire al padre che è una schiappa e si allontana a cercare il pallone (lanciato lontano da Giuseppe) con questo presentimento di umiliazione, che è l’umiliazione del padre e che lo riguarda nella misura in cui riesce ad evitargliela. Tra tutti i romanzi che ho letto, Prima di perderti, in questa pagina esatta, definisce in termini assoluti la figura del figlio. E racconta una storia d’amore tra padre e figlio che come tutte le storie d’amore è anche, e soprattutto, una storia di umiliazione.

Tommaso Giagni, Prima di perderti, Einaudi stile Libero








pubblicato da m.cerino nella rubrica libri il 24 ottobre 2016