Gli attentatori

Tiziano Scarpa



L’Italia è un paese che fa disperare. Invece di tenersi strette le persone di cui dovrebbe essere orgogliosa, fa di tutto per metterle in difficoltà.

Una persona che scrive libri letti e amati in tutto il mondo dovrebbe essere considerata un patrimonio culturale nazionale, da proteggere gelosamente.

Questa persona ha detto che la copertura dello pseudonimo è vitale per lei, ne ha bisogno per stare tranquilla a scrivere, e, se scoprissero chi è, smetterebbe di pubblicare:

«Oggi la cosa che temo di più è la perdita dello spazio creativo del tutto anomalo che mi pare di aver scoperto. Non è poco scrivere sapendo di poter orchestrare per i lettori non solo una storia, personaggi, sentimenti, paesaggi, ma la propria figura di autrice, la più vera perché fatta di sola scrittura, di pura esplorazione tecnica di una possibilità. Ecco perché o resto Ferrante o non pubblico più».
(Da un’intervista di due anni fa)

Quindi tutti quelli che cercano di scoprire l’identità di questa persona compiono un attentato contro di lei, contro le condizioni che le sono necessarie per continuare.

Forse non si rendono conto di essere agenti del conformismo più intollerante. “Perché non sei come gli altri? Perché non accetti le regole del gioco anche tu?”.

Trovo insopportabile l’infinito attentato giornalistico contro Elena Ferrante. Da parte di chi fa queste inchieste, e da parte di chi le pubblica. E trovo insopportabili anche i disincantati, i mondani, quelli che fanno spallucce dicendo: che vuoi farci, è il giornalismo, bellezza.

Chiunque sia la persona che ha scritto i libri di Elena Ferrante, perché non permetterle di proseguire il suo progetto artistico in pace, e di rivelare chi è quando lo vorrà lei? Gli studiosi, i giornalisti e i quotidiani che le rompono i coglioni, a che cosa tengono di più? Che Elena Ferrante sia lasciata in condizione di pubblicare ancora, o a mostrare quanto sono stati bravi a scoprire chi è? E quando l’avranno scoperto, che cosa diranno? “Sono stato io a svelare l’incognito, sono io che ho distrutto le condizioni che permettevano a Elena Ferrante di pubblicare i suoi libri!”
Ne andranno fieri?



Un’esperienza personale

Nel mio piccolo, posso raccontare anch’io un attentato giornalistico che ho subito.

Ne parlo solo adesso, togliendomi un peso dal cuore che mi ha oppresso per anni, perché ormai è passato tempo sufficiente a mettere le cose in prospettiva.

Prima del racconto dell’attentato, qualche informazione.
Anni fa, un’autrice mi intentò una causa civile sostenendo che avevo preso idee e parole da un suo libro inedito. Sosteneva di averlo mandato alla mia casa editrice, e che io lo avessi letto e rielaborato per scrivere un mio libro, e, già che c’ero, avessi usato degli spunti per scriverne altri due.

Conoscete la differenza tra una causa penale e una civile?
Ve lo chiedo perché in questi anni mi sono reso conto che non tutti la conoscono. Nemmeno io la conoscevo bene.

La causa penale può essere archiviata sul nascere, se il giudice la considera inconsistente. La causa civile invece deve essere discussa in ogni caso. Quindi chiunque, se vuole, può portare in tribunale qualcun altro intentandogli una causa civile. Si chiama “citazione”; citazione in tribunale. Non è in nessun modo un avviso di garanzia. Il giudice infatti non ti dice: “guarda che stiamo indagando su di te perché potresti aver commesso un reato”, ma soltanto: “vieni in tribunale perché qualcuno dice che gli hai fatto un torto”.
Ricapitolando: in una causa penale il giudice può archiviare subito un’accusa inconsistente. In una causa civile il giudice è costretto ad andare avanti, anche se l’accusa è palesemente infondata.
Ultima cosa: tenete presente che un giornalista deve sapere la differenza fra una causa penale e una civile, se ha passato l’esame per l’iscrizione all’albo professionale.
Fine dell’introduzione.

E ora, il racconto dell’attentato giornalistico.

A me nessun giudice aveva mandato un avviso di garanzia: era una causa civile, c’era semplicemente una persona che mi citava in tribunale.
Ma a questo punto un giornale importante decide di prendere quel fatto e di trasformarlo in una notizia. Cioè, con il gesto stesso di pubblicarla, dà credito a quell’accusa assurda, sparandomi al cuore come scrittore.
Sapete come funzionano i media, quali sono i loro effetti reali. Non conta solo il contenuto dell’articolo. Conta il fatto stesso di pubblicarlo. Nel dire: “ehi, lo sapete che c’è qualcuno che accusa Tizio di essere un ladro?” si implica che quell’accusa meriti di essere riferita. E se merita di essere riferita, se è un grande giornale a riferirla, evidentemente qualche peso lo deve avere… Così si semina un’insinuazione, un dubbio, e chi ha letto quell’articolo ti guarderà per sempre con una strana diffidenza negli occhi.

Dare peso a un’accusa simile, pubblicandola su un giornale nazionale in centinaia di migliaia di copie, significa sparare al cuore di uno scrittore.
Uso a ragion veduta questa espressione, “sparare al cuore”. Non è un poetismo: il cuore di uno scrittore è la sua capacità di ideazione e di scrittura, che sgorgano solo da lui.
Aggiungo che le parti in causa erano da un lato un autore affermato, italiano, maschio, che pubblica per una casa editrice prestigiosa; dall’altro un’autrice immigrata, di un paese molto meno ricco del nostro, femmina, con un libro ancora senza editore. Golia contro Davide, insomma. Voi da che parte stareste, così d’impulso? Tifereste per Golia?

Potete immaginare come mi sono sentito, pur essendo perfettamente innocente. Due anni di angoscia; senso di impotenza; impossibilità di reagire in alcun modo, per non fare – io del tutto inesperto di questioni giudiziarie – qualche passo falso che casomai mi venisse ritorto contro. Sono rimasto zitto a prendermi sputi in faccia, da parte di siti e blog, per mesi, per anni, con l’onta professionale e morale di essere il più spregevole dei ladri, che prende cose non sue e se ne fa bello. E le prende ai deboli, agli autori inediti, a una donna immigrata da un paese povero. Con la complicità del mio editore, che mi passa i manoscritti perché io rubi idee e parole: un’associazione a delinquere.

Essendo perfettamente innocente, due anni dopo vinsi la causa. E chi me la intentò venne condannato in base all’articolo 96 del codice di procedura civile, per “lite temeraria”, vale a dire un’azione legale condotta con “mala fede o colpa grave”.

Ma nessun giudice potrà mai condannare in tribunale quel giornale per avere dato credito a quell’accusa pubblicandola in centinaia di migliaia di copie, non potrà mai imputargli alcuna malafede o colpa grave per avere sparato alla mia dignità di uomo e di scrittore. L’ho fatto io, l’ho condannato io, nel profondo del cuore.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 23 ottobre 2016