Fuck your selfie

Jonny Costantino



Anatomia del selfie e suoi derivati.

"Autoritratto entro uno specchio convesso" (1524) di Parmigianino

1. Believe in your selfie

Non so chi sia il pubblicitario o il nerd che ha coniato questo slogan, ma sia chiaro da subito: ha centrato il bersaglio del presente. Believe in your selfie è la password generazionale di questo squarcio di millennio. È Lo slogan con cui devono fare i conti filosofi ed economisti, sociologi e antropologi, estetologi e psicopatologi, attuali e venturi, se vogliono capire qualcosa di questi anni o specularci sopra.

È accaduto circa un mese fa. Ero a Parigi e avanzavo a piè sospinto in rue la Roquette, con la Bastille alle spalle. La scritta era stampata a lettere cubitali, nero su bianco, sulla maglietta attillata di una ragazzina. Si sarà accorta che sgranavo gli occhi e avrà pensato che fosse merito delle sue tette ballonzolanti. Ho rallentato, continuando a camminare per un’altra ventina di metri. Poi mi sono fermato, col dehor del Café des Anges sulla destra. Bam! Illuminazione. Believe in your selfie: queste quattro paroline, nella loro banalità, irradiano epocalità. È la combinazione per aprire la scatola nera di un oggi che è tutto un selfie: Londra Singapore Rio de Janeiro, il morbo impazza, nessuno è al riparo, siamo tutti portatori, più o meno insani.

Ma non si pensi che l’umanità si sia rimbecillita di botto. Il processo è stato graduale. Believe in your selfie rappresenta una sintesi che – hegelianamente parlando – ha una tesi e un’antitesi. Detta altrimenti – ma sempre per amor di sintesi – siamo al terzo atto della tragicommedia dello zôon politikòn, ovvero dell’uomo inteso quale «animale politico», come con malriposta fiducia ci definì Aristotele.

Atto primo o tesi: Gnōthi seautón.

Siamo agli sgoccioli del Sesto secolo avanti Cristo e chiunque si rechi a Delfi può leggere, inscritta sull’architrave del tempio di Apollo, questa perla del patrimonio oracolare fatta propria da Socrate. Gnōthi seautón: conosci te stesso, know yourself. Una massima che ti esorta a guardarti dentro, a metterti alla prova per avere cognizione dei tuoi limiti, della tua finitudine, prima di misurarti con il mondo e l’oltremondo. Una massima che muove dal presupposto che ci sia qualcosa in te, oltre l’involucro di pelle che ti riveste, qualcosa che è necessario conoscere, coltivare ma anche temere e forse imbrigliare, se è tua intenzione compierti in quanto essere umano. Conosci te stesso: si fa presto a dirlo. Il sé è un labirinto senza uscita, un pozzo senza fondo. Conoscersi è il lavoro di una vita e piuttosto risicate appaiono le garanzie di venirne a capo. Senza considerare il dolore: «La conoscenza di sé è dolorosa», hanno scritto Aldous Huxley e almeno un altro migliaio di pensatori coscienziosi. Meglio l’illusione e i suoi piaceri.

Atto secondo o antitesi: Esse est percipi.

Il latinetto è contenuto in un libro pubblicato a Dublino nel 1710, Trattato sui principi della conoscenza umana, un trattato scritto da un vescovo, teologo e filosofo irlandese di nome George Berkeley. Esse est percipi: essere è essere percepito, to be is to be perceived. Come dire: saremmo niente senza l’occhio che, percependoci, ci realizza. Da brav’uomo di fede anglicana, Berkeley ha in mente la percezione di dio, il dio dei Vangeli, e pensa all’essere umano come al riflesso proiettato nel mondo da un’intelligenza divina. L’equazione Esse est percipi ha vinto la prova della durata, se l’è cavata egregiamente nei secoli, dimostrando di essere più longeva della sua cornice teologica. È sopravvissuta all’annuncio della morte del padre di Gesù e si è adattata alle esigenze delle divinità antagoniste. Ma soprattutto s’è imposta quale cifra di una società che celebra il trionfo dei dioscuri Soldo e Immagine, la società che darwinianamente ha scalzato la società di massa: la società dei media. Qui la massima di Berkeley ha trovato una piena attuazione letterale: siamo un’apparenza alla mercé di se stessa, un flash sulla retina dell’occhio distratto di un passante. Presso di noi, passanti mediali, della massima di Berkeley, orfana di dio, non restano che i morsi acidi e i miraggi ventosi della Vanitas vanitatum.

Atto terzo o sintesi: Believe in your selfie.

Lo slogan è l’evoluzione dell’incoraggiamento motivazionale Believe in yourself. Un’evoluzione al passo con i tempi della riproducibilità tecnologica dell’immagine e della frantumazione virtuale dell’io. Un’evoluzione che, dietro l’ilare storpiatura parodica, cela un’angosciante serietà. Believe in your selfie è la formula che attesta la consacrazione del selfie quale cartina tornasole della contemporaneità. Punto di fusione tra dentro e fuori, io e mondo, essere e apparire. Misura del conoscere e del credere. Paradigma di un’attualità dove il sé è un’entità sempre più astratta e sfuggente, fastidiosa e fuori moda, in ultima analisi: inconoscibile. Un’attualità dove il prossimo tuo non che è lo schermo su cui proiettare un io digitalmente ritoccato, una versione difettosa e low fidelity di un tablet. Un’attualità falò delle vanità e mostra delle atrocità. L’attualità dove avanzi scompostamente e senza bussola, smarrito in un caos d’impulsi conoscitivi e visuali il cui prodotto risulta zero.

Smetti di annaspare. Cosa aspetti a disfarti dei pesi morti di te stesso e dell’altro? Rinuncia a conoscerti: potresti avere brutte sorprese. E soprattutto smettila di pendere dalle palpebre altrui. Che ne saprà mai un altro, se non lo sai nemmeno tu chi cazzo sei? Cosa ci vedrà in te, se non sei tu il primo fan di te stesso? Scordati Socrate e Berkeley, sono diventati inservibili, sorpassati: out. Basta favole. Se non vedo, non credo; se non tocco, non credo: non parlava così quel dritto dell’apostolo Tommaso? Hanno cercato d’infinocchiarti con verità che non potevi vedere né toccare: adesso puoi credere in qualcosa di visibile e tangibile. Qualcosa che, per di più, si adatta a tutte le verità: il tuo selfie.

Vuoi essere finalmente centrato, stabile? Affida il tuo equilibrio psicofisico allo stabilizzatore ottico di uno smartphone ultima generazione. Credi nel tuo selfie e il mondo sarà tuo. Credici, non importa qual è il tuo credo, se non hai un credo. Non importa se in mano tieni un gin tonic o la testa di un infedele, sorridi e scatta: be smart. Il selfie è Status Symbol e Fede, Glamour e Terrore, Norma e Crimine, Divertimento e Morte, Livella e Fata Morgana dei nostri tempi. Il selfie è Abu Ghraib e Isis, Obama e Sasha Grey.

Il selfie è inverante, onnipotente. La religione del selfie è monoteista: non avrai altro dio al di fuori di te. Il selfie è l’autoritratto di una società al culmine del suo delirio egotistico.

Believe in yourself, believe in you selfish: believe in your selfie.

Santi subito Philippe Kahn, inventore nel 1997 del primo camera-phone, e Parmigianino, inventore nel 1524 del proto-selfie.

Il sé è morto, viva il selfie.

Pagina del supplemento "Cinema nudo" del numero 5 della rivista "King Cinema" (1969)

2. Parolacce

Narciso innamorato della propria immagine che, nel tentativo di congiungersi con essa, cade nel fiume che lo riflette e affoga (stando al mito attribuito al turco Partenio, poeta vissuto a cavallo tra l’avanti e il dopo Cristo). Il pittore che, ritraendo l’amata, involontariamente le succhia l’anima e la uccide (Edgar Allan Poe, Il ritratto ovale, 1842). Dorian Gray che, rimasto giovane e bello mentre il suo ritratto va in malora al posto suo, decide di spezzare il maleficio distruggendo il dipinto ma, nell’atto di squarciarlo, pugnala a morte se stesso, lasciando esanime un corpo deteriorato dagli anni e dai vizi, accanto a un ritratto che ha riacquistato la beltà della giovinezza (Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, 1890).

Tre storie superate. Tre sbadigli nell’ora di letteratura. Qualsiasi adolescente odierno è al contempo Narciso e Dorian Gray, pittore e autoritratto. Tutto fai da te: il fiume di Narciso e il ritratto di Dorian sono stati rimpiazzati da un retina display pieno di tools, una tavolozza tecnologica a portata di pollice, pronta all’uso nella tasca davanti dei jeans o in quella interna del giubbotto. Tre maledizioni disinnescate. Niente più tragedia né cortocircuito. Niente più pathos né catarsi. Il conflitto è acqua passata. L’ego e il riflesso, il modello e il ritratto si sono riconciliati. L’identità coincide con l’autoscatto. L’happy end è garantito. Almeno fino al prossimo processore.

Io sono il mio telefono. Ripeti con me: ioTelefono, iPhone. Il tuo minuscolo e limitatissimo io, ridotto a prefisso, sovrastato e inglobato dal mezzo, ha ampliato i suoi orizzonti. Finalmente puoi volare, areo e multiforme come la nuvola che custodisce le tue gallerie fotografiche. iCloud iBook iPod iPad: la maiuscola è un’esclusiva tecnologica. Qualcuno potrebbe lamentare che c’è ancora qualche pulsione che sfugge alla Mela. Costui non tema: c’è già chi lavora ai dispositivi iFuck e iKill.

Nell’agosto 2013, L’Oxford English Dictionary ha incluso il vocabolo selfie tra i suoi lemmi, con la questa definizione: «Una fotografia di se stessi, tipicamente effettuata con uno smartphone o una webcam, e condivisa su un social media». A novembre, lo stesso dizionario ha proclamato selfie parola dell’anno. In Italia, parola dell’anno selfie lo è stato nel 2015, facendo il suo ingresso tra le oltre 144 mila voci del dizionario Zingarelli.

Durante una chiacchierata avvenuta nell’autunno 2008, rimasi fortemente colpito dal racconto di un’operatrice sociale attiva in situazioni di emergenza immigrazione. Costei mi riportava come alcuni ragazzi senegalesi, da poco sbarcati e alloggiati, dicessero Facebook per dire computer, chiamando il software per l’hardware, la parte per il tutto, il fine per il mezzo. Non mi stupirebbe apprendere che – in qualche zona dell’Africa Centrale o del Sud-Est Asiatico o dell’Artide – ci sia già chi dice selfie invece di dire telefono.

Il selfie è un’entità vivente, cangiante: multiforme. Fenomeno in eruzione, esso scorre, ci sopravanza: dove lo lasci, non lo trovi. Si fatica a stargli dietro: oramai, dicendo selfie, potremmo voler dire videoselfie (il selfie in movimento) o belfie (il selfie che inquadra il cosiddetto lato b) o ancora eroselfie (il selfie erotico, evoluzione fotografica del sexting, vocabolo composto da sex e texting, indicante messaggi a contenuto sessuale inviati tramite dispositivo mobile). A tempo record, il selfie si è installato nelle nostre vite non soltanto come declinatore del desiderio e generatore di comportamenti, ma anche come fucina linguistica, con buona pace delle tignose sentinelle delle patrie lettere, dei fanatici dei paroloni accademici, degli ipocondriaci dell’idioma e di tutti coloro che, per timore dell’infezione, sterilizzano il proprio vocabolario, perdendosi la sostanza che il neologismo bastardo etichetta. Ognuno è libero di cuocere nel proprio brodo. Ma ci vorrà pure chi si sporca la lingua per produrre anticorpi.

"La parabola dei ciechi" (dettaglio, 1568) di Pieter Bruegel

3. La parabola dei ciechi

Fior di cervelli sensibili al problema della visione hanno messo in guardia dal fotografare come da una vampiresca controfigura del vedere.

Elias Canetti, a riguardo, ha scritto un racconto breve dal titolo Il Cieco. Il Cieco, quello con la c maiuscola, possiede una macchina fotografica che si porta dietro dappertutto. Non è cieco dalla nascita, lo è diventato senza fatica. Andando a zonzo come un sonnambulo, si è emancipato dal vedere. A lui basta fotografare. Se non potesse mostrare dov’è stato, non lo saprebbe nemmeno lui dov’è stato. «Il Cieco non crede a nulla se non c’è la prova fotografica. Gli altri fanno presto a chiacchierare, a vantarsi, a ricamare; il suo motto è: fuori le foto! Allora si sa che cosa uno ha visto veramente, allora si può toccare con mano, ci si può mettere il dito, allora uno può anche aprire gli occhi tranquillamente invece di sprecarli da stupido prima del tempo». Come biasimarlo? Il mondo è diventato un posto così illeggibile, incasinato.

Questo racconto di due pagine è contenuto in una raccolta del 1974, Il testimone auricolare. Lo strale di Canetti non ha per destinatario Nadar o Diane Arbus. Il suo cruccio sono le famigliole borghesi, il turismo d’assalto, il giapponese come emblema dell’uomo con la macchina fotografica, per via delle orde nipponiche che, con i loro obiettivi fallici e all’avanguardia, con le loro Nikon Canon Olympus, hanno sforacchiato le capitali europee a partire dal secondo dopoguerra. Uno scenario che oggi appare antidiluviano. Per il buon Canetti la fotografia è ancora una faccenda analogica: pellicola e sviluppo, camera oscura e carta fotografica, tempi e costi, incognite.

Una trentina di anni dopo, su una scheggia apparsa sul quotidiano “La Stampa”, Guido Ceronetti rincara la dose: fotografare non è solo un surrogato del vedere, è anche «un modo di negare la vita, di distruggere il mondo». E aggiunge: «La Polaroid è un’arma da serial killer». Quest’accusa del pensatore di Cetona è confluita tra i Centoventuno pensieri del Filosofo Ignoto, una raccolta del 2006. Da allora dieci anni sono volati e già la Polaroid, con le sue cartucce da dieci o venti colpi, all’epoca così minacciosa, fa già più tenerezza di un banco ottico ed è altrettanto antiquariale.

Le lenti oggi in dotazione sui nostri cellulari solo tali da far sbavare i maestri della fotografia di qualche lustro fa. In potenza, siamo tutti Capa o Salgado. In atto, siamo dei giapponesi, orbi collezionisti dei souvenir di una vita simulata, messa in scena allo scopo esclusivo di essere selfata e twittata o snappata. «Ciechi che, pur vedendo, non vedono»: così ci definisce José Saramago in un romanzo del 1995, Cecità.

«Nelle fotografie, a eccezione delle più belle o delle più fortunate, l’anima è assente», scrive Paul Auster nel 2002 introducendo uno scritto di Nathaniel Hawthorne, Venti giorni con Julian. Nell’estate 1851, la signora Sophia Hawthorne si mette in viaggio con le due figlie per far visita ai genitori che vivono a Boston. Nella casa in campagna di Lenox, per quasi tre settimane, lo scrittore rimane col figlio di cinque anni e, per la prima volta, deve fargli sia da padre che da madre. Superato un pizzico di sgomento iniziale, Nathaniel affronta egregiamente la situazione e scrive Venti giorni con Julian con l’intento di far dono alla moglie di un resoconto dell’avventura con l’ometto. Da un’ambizione così modesta prende vita, con frasi limpide e argute, un piccolo miracolo, quello sognato da ogni padre: «mantenere in vita il proprio figlio, per sempre» (Auster).

Se fosse stato nostro contemporaneo, un uomo compìto e gran lavoratore come Hawthorne di sicuro avrebbe ottimizzato le ore d’aria a lui concesse dal piccolo e benamato carceriere. Sophia avrebbe ricevuto la sua scarica quotidiana di selfie a rasserenare il cuore di mamma e di moglie, mentre Nathaniel, sgravato dell’onere scritturale d’immortalare per lei i momenti con Julian, magari avrebbe trovato il tempo per dedicarsi al nuovo romanzo che andava ideando e per qualche dopocena in più con l’amico e vicino di casa Herman Melville, fumando sigari e parlando «del tempo e dell’eternità, di cose di questo e dell’altro mondo» (Hawthorne).

Se lo scrittore avesse posseduto un palmare, è probabile che il miracolo di cui parla Auster non avrebbe avuto luogo su carta, giacché lo sforzo diaristico sarebbe stato frustrato sul nascere dalla facilità documentaria del video e della foto ricordo. D’altro lato, quanti incantevoli selfie ci siamo persi! Julian che guerreggia contro i tassi barbassi, Julian che raccoglie i fagiolini, Julian col coltello a serramanico di Nathaniel, Nathaniel che arriccia i capelli di Julian, Julian e il coniglio, Julian e la setta dei quaccheri tremolanti, Julian che scopre il panpepato e si abbuffa, Julian sulle ginocchia del signor Melville. Uno più delizioso dell’altro.

Vampira, la fotografia, lo è dunque non soltanto della visione, lo è pure della vita, perché la disanima, la devitalizza. «La vita si conclude nel momento in cui la si fotografa», parola di David O. Selznik, sultano di Hollywood, burattinaio della RKO e della MGM, scopritore di Fred Astaire e Ingrid Bergman, produttore di King Kong e Via col vento.

La fotografia disumanizza. «L’inventore dell’arte fotografica è l’inventore della più disumana di tutte le arti», scrive in Estinzione Thomas Bernhard, sommo artista dell’esagerazione al cui furore dobbiamo una tra le tirate più icastiche e pirotecniche contro la fotografia. «Fotografare è una passione abietta da cui sono contagiati tutti i continenti e tutti gli strati sociali, una malattia da cui è colpita l’intera umanità e da cui non potrà mai più essere guarita». È ancora l’io narrante di Estinzione. Per lui ogni fotografia è un crimine meschino, un oltraggio assoluto alla dignità umana, una falsificazione mostruosa dell’uomo e della natura. La fotografia è condannata per aver sostituito il mondo vivo con un mondo perverso e deformato che passa per essere l’unico vero, per aver sostituito le persone vive con marionette ottuse e grottesche, storpiate fino all’irriconoscibilità da ignobili obiettivi. «La fotografia è la più grande sciagura del ventesimo secolo». Pubblicato in Germania nel 1986, Estinzione è l’ultimo grande romanzo di Bernhard, morto nel febbraio 1989 all’età di cinquantotto anni e tre giorni. Te lo immagini, se fosse stato longevo come Ceronetti, quale tempesta verbale avrebbe potuto scatenare sull’involuzione antroposelfica dell’homo erectus?

Boia istantaneo silenziato infallibile, con o senza asta, il selfie stecchisce sul colpo la vita che cattura e riduce il giustiziato a una smorfia demenziale. Tra una Polaroid e uno smartphone c’è il rapporto che c’è tra un serial killer e uno sterminatore di massa, tra un coltellino svizzero e un AK-47.

Caitlin Adams, venticinquenne condannata da un tribunale londinese per la sua implicazione in un traffico d'armi

4. La legge del mitra

Evita di mitragliare: è un prezioso consiglio di Henri Cartier-Bresson, contenuto in un testo del lontano 1952, L’istante decisivo. Chi è Cartier-Bresson? Un artista del foto-reportage e del ritratto fotografico, pacificamente collocato in pole position tra i maggiori fotografi del Novecento. Un tiratore scelto che ha messo la testa, l’occhio e il cuore sulla linea di mira della sua Leica. Un cecchino appostato per cogliere l’istante decisivo: l’istante dell’alchimia irripetibile tra intensità psicologica ed equilibrio compositivo. Un intellettuale che era solito misurarsi con interlocutori del calibro di Jean Renoir, Auguste Breton, Alberto Giacometti. Insomma, uno che di fotografia non parlava a vanvera.

Cosa significa evita di mitragliare? Significa: evita di sparare nel mucchio e alla cieca, in fretta e macchinalmente, evita di svuotare di significato un’esperienza di cui la fotografia dovrebbe essere precipitato e non sostituto. Significa che fotografare è un’altra cosa: «è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge: in quell’istante, la cattura dell’immagine si rivela un grande piacere fisico e intellettuale». Il consiglio di Cartier-Bresson non è rivolto soltanto ai foto-reporter alle prime armi, agli stipendiati di qualche giornale o ai freelance a caccia di colpacci. Egli parla a ognuno di noi, tutti oramai paparazzi di noi stessi. La sua ricetta, se osservata, sarebbe una cura di salute, non solo fotografica, anche esistenziale. Un flagello però è subentrato a vanificarla, più contagioso della peste bubbonica: il selfieing.

Il pasticcio è che il virus del selfie è soltanto la punta dell’iceberg, è lo sfogo fotografico di un’epidemia di più ampio raggio: l’epidemia presenzialista dell’ego. Un ego, nello specifico del selfie, svuotato di spessore da pose standard, privato di spontaneità da espressioni codificate. Un collaudato ego di facciata: un selfie doc non chiede altro. Che sia cool o sia fun, il nostro ego funge da costante fisiognomica di una serie di emoticon facciali. Faccini facciotti facciacce che occludono la visione, impallano il mondo, sfuocano il carattere. Testimonial di personaggi senza personalità. Volti disabitati, fumetti scadenti.

La legge del selfie è la legge del mitra. Ci crivelliamo di selfie per appiccicarli sui nostri buchi, sui nostri traumi, sulle nostre ferite, come i teenager riempiono le pareti della loro cameretta con i poster di cantanti e calciatori. Ogni raffica di selfie attesta un’incapacità di trattenere il respiro, di assaporare il sentimento del luogo e della situazione, di sfamarci dell’istante traendone godimento reale, di sfuggire al terrore di non avere un attestato di presenza da postare sul nostro social network. La nostra bulimia fotografica è direttamente proporzionale all’anoressia della nostra vita interiore.

La logica del selfie è la logica del consumismo. Il consumismo più sfrenato, compulsivo. Ogni selfie è una promessa di felicità per interposta immagine: un’immagine che sei tu, che sei il primo consumatore della tua immagine. Il selfie è la bacchetta magica che ti consente di essere un dio poiché al pari di dio, con un’aggiustatina qui e lì, puoi crearti e ricrearti a immagine e somiglianza dei tuoi sogni. Poco importa se li ha sognati qualcun altro al posto tuo. Stavano lì per te nel discount dell’immaginario, erano in offerta speciale, mica sei scemo, non potevi perdere l’occasione. La vita è tempismo.

Il selfie ti consuma e, consumandoti, ti ricorda che hai una scadenza. Le chiappe meno toniche da un’estate all’altra, una nuova ruga, un principio di pappagorgia, per non parlare dei capelli bianchi, hai voglia a strapparli. Selfie e belfie non mentono: tempus fugit. Verrà il momento, è inevitabile, in cui la funzione modifica della tua fotocamera sarà insufficiente a contrastare gli inestetismi che ti aggrediscono da mane a sera.

Dacci dentro, prima di andare a male.

"Selfportrait Pregnant, NYC" (1945) di Diane Arbus

5. Appendici

«La vita è solo figura e sfondo», scrive Samuel Beckett in un romanzo del 1938, Murphy. La figura ha però bisogno di accessori, così come un hamburger, di carne o vegano, ha bisogno di salse, lattuga, patate fritte. I nostri musi a papera, gli occhioni da cerbiatto, i sorrisetti da cerebroleso non sempre ci bastano. Talvolta esigono appendici come un fidanzato o un compagno di bevute, la scenografica zuppa inglese che stai per trasformare in bolo o, in caso di viaggio, qualche monumento di rappresentanza.

Se sei a Parigi, per esempio, non puoi passare il tempo a ingozzarti di tartare au couteau e pain au chocolat. Una serie con Notre Dame ti tocca. Attenzione però a non avvicinarti più del dovuto, rischi di rovinare la composizione. A cinquecento metri dalla fiancata destra, la cattedrale è lo sfondo perfetto per un tuo primo piano largo. Più da vicino, magari con la lente sbagliata, rischi di tagliare la Flèche, quella guglia che pare una freccia di 45 metri, e sarebbe un peccato. Sei pronto? Prendi la mira e mitraglia senza pietà. Se sei in vena di spiritosaggini, storciti, curvati, fa’ il gobbo: è un post evergreen, gli amici gradiranno, like garantiti. Se sei asta munito, ancora meglio, avrai più figura. Occhio a non sporgerti troppo sul lungosenna, potresti fare la fine di Isabella (la sedicenne barese che, nel giugno 2014, è precipitata a picco sulla scogliera dalla Rotonda del lungomare di Taranto) oppure quella di Silwya (la ventitreenne polacca che, nel novembre dello stesso anno, è scivolata giù dal Puente de Triana a Siviglia). Ambedue hanno perso l’equilibrio mentre cercavano l’inquadratura. Ambedue sono morte per un selfie. Ma questa non è l’ora della memoria né della preghiera. Accantoniamo i martiri del selfieing, pace all’anima loro, e torniamo a te. Scattato? Ben fatto. A eliminare i doppioni ci penserai più tardi, au bistrot. E ora non restartene lì a ciondolare, spicciati, tra venti minuti il sole tramonta e la Tour Eiffel, imperdibile nell’ora blu, non aspetta che te!

Dito all’erta: selfie lasciato, selfie perduto.

 Pagina del supplemento "Cinema nudo" del numero 5 della rivista "King Cinema" (1969)

6. Selfie sex

Nel novembre 1982, l’università Sorbonne organizzò un convegno internazionale dal titolo L’atto fotografico. Per l’occasione, la rivista “Les Cahiers de la photographie” chiese un contributo al settantaquattrenne Cartier-Bresson. Nella risposta, apparsa il 17 dicembre su “Le Monde”, Henri definì l’atto fotografico un «atto masturbatorio del dito impudico sull’otturatore legato all’agente perturbante che è il nostro organo visuale». Boutade surrealista? Nient’affatto. Piuttosto il distillato poetico di oltre mezzo secolo di avventure fotografiche e, insieme, l’enucleazione di una verità pragmatica: dire che la fotografia è masturbazione vuol dire, semplicemente, che la fotografia è una pratica manuale che dà piacere al di fuori dell’accoppiamento. La differenza con la masturbazione propriamente detta consiste nel fatto che qui, al posto dei genitali, c’è una fotocamera. Basta poco per ponderare la veridicità della rivelazione. Basta un selfie.

Il selfieing è l’apoteosi dell’autoerotismo fotografico, il peep show che corona la vocazione masturbatoria della fotografia, la perversione dove il soggetto del piacere e l’oggetto del desiderio sono la medesima persona: tu. Il selfieing è la perversione assurta a regola. La giornata di ciascuno di noi è costellata da innumerevoli foto-titillamenti e piccole morti che avvengono alla luce del sole, se non si tratta di audacie che esigono la privacy o la penombra. In ufficio, al gabinetto, dal parrucchiere, melodico o muto o vibrante, lo smartphone è con noi, sempre pronto a scattare, e conosco uno che, dopo un selfie, ci si è pulito il sedere.

A breve, una storia d’amore scritta nei primi anni Duemila ci apparirà datata quanto Madame Bovary. A breve, un rapporto di coppia senza l’intermediazione dei selfie sarà ipotizzabile soltanto in uno scenario fantascientifico di obsolescenza tecnologica tipo Mad Max. A breve, l’eros non potrà più fare a meno del sesso praticato a distanza mediante lo scambio di autoscatti e autovideo, con o senza insaporimenti verbali e vocali, del sesso cioè che è arrivato il momento di chiamare col suo nome: onanismo selfie o selfie sex.

Conosci un uomo. Conosci una donna. Happy hour, bus, chat, è irrilevante dove. Le foto e i video iniziano a fioccare. Cadono i primi veli. La temperatura si alza. L’intimità cresce. I veli continuano a cadere. La svestizione non è più opera di mani esitanti o esperte manovre. La nudità non riluce più su un materasso o in una pineta. L’epifania è a distanza. La scoperta è del selfie. Nessuno dei due lo dice, ma entrambi i partner sanno di essere sotto osservazione. Il selfie non è soltanto un afrodisiaco, è anche una prova da superare, un test fisico e attitudinale, un test di fotogenia sessualmente applicata da truccare quanto basta, mai esagerare con migliorie che renderebbero il trucco, se non la truffa, evidente al momento del dunque: il momento della carne.

Ma qui casca l’asino. Il dubbio che mi assilla e condivido con te è il seguente: siamo sicuri che il selfie sex, invece di un mezzo tra gli altri, sia l’inconfessato fine ultimo del traffico sensuale? Voglio dire: siamo sicuri che l’afrodisiaco pre-coitale non agisca di fatto come un dissuasore del coito che dovrebbe propiziare, che l’appagamento 2D non sia in realtà un inibitore della fame di carne reale? Detto altrimenti: appallottolata anzitempo la carta regalo, siamo sicuri che il giocattolo non perderà le sue attrattive?

Mettiamoci nei panni di un novello Don Giovanni che abbia appena ricevuto un selfie di Zerlina: un succulento dettaglio della sua vulva glabra con sopra scritte a pennarello, tra il malizioso e il giocoso, le iniziali del seduttore. Quale miglior trofeo? Cosa trattiene Don Giovanni dal passare subito al piacer di porre in lista la bella, risparmiandosi l’onere della routine corporale? Perché dovrebbe sprecare preziose cartucce di ars amandi con una preda già nel sacco, quando il mondo trabocca di sfide ben più ardue e sfuggenti bocconcini da catalogare? Giovanni non ha tempo da perdere, ha la morte alle calcagna. E non obiettino gli impertinenti che la resa muliebre non si perfeziona finché non c’è consumazione fisica. Il nostro Don non è mica un vitellone di paese, si è sganciato da certi grevi retaggi viriloidi. No, la mascolinità di Don Giovanni non è in discussione. Il punto è un altro: la coazione a fottere è stata surclassata da un’altra coazione: la gratificazione mediale.

Cambiano i tempi e Don Giovanni, machiavellicamente, s’è dovuto aggiornare. Reincarnandosi ha avuto l’intelligenza di disincarnarsi. Ha compreso che il comportamento che lo rese una leggenda del Settecento adesso lo esporrebbe al pubblico ludibrio, se non peggio a un’incriminazione per stalking. Cambiano i tempi e, inevitabilmente, cambiano i criteri e le armi, gli spazi e i tempi della seduzione. A differenza dell’illustre avo, grazie ai social e alle applicazioni di messaggistica, il nostro rubacuori ha il vantaggio di gestire in simultanea corteggiamenti multipli, di lavorarsi in parallelo una spogliarellista e una semiologa, di portarle alla giusta cottura nello stesso istante. Il banchetto del gentil sesso è diventato fin troppo lauto, non ci si deve ingozzare, l’essenziale è fotografare il piatto e archiviare. Il catalogo delle belle non è più un’ingombrante pergamena appioppata al servo Leporello, bensì una discretissima cartella affidata, a scanso di crash, a una nuvola digitale o a un hard-disk esterno. Basta un clic and drag per porre in lista la conquista. In definitiva, quel sanguigno di Don Giovanni s’è tramutato in un freddo Stachanov della seduzione virtuale.

Da queste considerazioni non si evinca Don Giovanni tema o rifugga quel duro campo di battaglia che è il letto. Soltanto ha iniziato a considerarlo l’extrema ratio: dove non è giunto il telefono, lo sciupafemmine dovrà sguinzagliare il suo esperto augello. Il fatto è che una scopata vecchio stile si prefigura sempre più irta di complicazioni e minacce. Nudi, davanti a un corpo nudo, ansante, senza barriere pixelate a schermarci, qualcosa la rischiamo sempre: siamo esposti, vulnerabili. Per contro, il selfie sex ci garantisce il massimo della praticità e della sicurezza, rappresenta una safe zone a riparo da ansie da performance, grattacapi post-coitali, malattie veneree e altri intoppi che funestano l’accoppiamento tradizionale. In attesa del sesso telepatico, l’onanismo selfie si profila quale ultima frontiera del sesso protetto, a condizione che non s’impieghino strumenti laceranti o proibiti dalla legge vigente.

Quanto alla scocciante patologia dovuta all’eccesso di scatti che si comincia a diagnosticare come gomito da selfista, l’inconveniente si sta dimostrando prevenibile con banali accorgimenti tipo l’alternanza delle angolazioni e dei gomiti, accorgimenti che peraltro hanno una positiva ricaduta fotografica in termini di assortimento prospettico e compositivo.

Da che mondo è mondo, la necessità aguzza l’ingegno.

Sasha Grey

7. YouSelfie

In un’intervista di qualche anno fa, il poeta Ivano Ferrari ha detto qualcosa di arguto sugli anni Ottanta nel Belpaese, definendoli gli anni della rucola e di Gerry Calà. E gli attuali anni Dieci, di chi sarebbero invece gli anni? Siamo a sei decimi della decade, non sappiamo cosa ci riserva il secondo lustro, ma per il gusto della puntata propongo le candidature nazionali del seitan e di Checco Zalone, mentre sul versante planetario scommetto sullo smartphone e su YouPorn, ossia l’hardware e la piattaforma che più condizionano il nostro modo di comunicare, guardare, desiderare: vivere.

We Fuck Alone è il titolo di un cortometraggio di ventitré minuti, l’ultimo episodio del film collettivo Destricted, un’opera che si muove sul confine sdrucciolevole tra cinema d’autore e pornografia. Il regista del corto è Gaspar Noé, il quale nel 2015, col lungometraggio Love, ha conseguito il primato del primo piano di un pene che eiacula in 3D sulla platea. Girato nel 2006 e costruito come un montaggio alternato di scorci di masturbazione domestica, We Fuck Alone si dimostra un lavoro lungimirante. Più di ieri, più che mai, oggi scopiamo soli. Gangbang squirting anal fetish public feet fisting shemale pissing hairy pregnant orgy interracial shitting cumshots granny romantic torture: dimmi come ti masturbi e ti dirò chi sei. Più di ieri, più che mai, oggi siamo membri di una comunità connessa di erotomani solitari, viziosamente virtuali, viralmente votati all’impotenza coeundi e cogitandi, ma ringalluzziti e legittimati dallo scarto di non essere più banali sex-addicted, bensì protagonisti: selfie-addicted.

Smartphone e YouPorn sono due orizzonti che hanno trovato nel selfie la quadratura del cerchio, nelle more del prossimo traguardo: YouSelfie, il tubo dei selfisti. Il progetto YouSelfie è ancora top secret, ma c’è già stata una fuga di notizie e circolano rumor che preannunciano una gamma di canali hot da far venire l’acquolina in bocca, tirando in ballo i nomi di Amazon e Starbucks, i due giganti di Seattle, tra quelli delle imprese che stanno investendo nel progetto, con allusioni allo zampino di agenzie di spionaggio e controspionaggio internazionale, come la statunitense Cia, l’israeliana Mossad, l’australiana Asio.

Le fonti sono al momento irrivelabili.

Frame di "We Fuck Alone" (2006) di Gaspar Noé, episodio del film collettivo a episodi "Destricted" (2006)

8. Avatar

Uno studio interdisciplinare tempista e rivelatorio, in particolare sul versante della psicologia delle masse e dell’antropologia dei costumi, sarebbe un’analisi degli avatar di WhatsApp, l’applicazione che ha cannibalizzato il mondo dei messaggi, indicando l’uscita sul retro agli sms, sempre più sporadici e residuali.

D’ora in avanti, presta maggiore attenzione agli avatar. Ingrandisci, confronta, segui gli avvicendamenti. Gli avatar ti dicono più di quanto immagini sui nomi in rubrica. Sono strumenti di caratterizzazione e seduzione, trattabili con mera strumentalità o con ambizioni espressive, sempre eloquenti sul livello di comunicazione che si sta mettendo sul piatto per loro tramite. Gli avatar stanno lì a spiattellarti l’immaginario del tuo contatto o a introdurti esotericamente in esso. Nella filigrana dell’avatar puoi scorgere l’ossessione persistente e quella del momento, le predilezioni sessuali e i riferimenti culturali, le capacità fotografiche, il grado di autostima e megalomania, l’ironia e l’autoironia, l’inquietudine narcisistica oppure l’iconoclastia. L’avatar è insieme ormone e biglietto da visita. La chioma di Sansone e il tallone di Achille talvolta coesistono nel medesimo avatar.

Ora grossolani, ora sottili, ora intriganti, ora respingenti, gli avatar sono tendenzialmente ambigui, giacché la seduzione è ambigua per sua natura e l’ambiguità si respira fin dall’etimologia latina di sedurre. Sedŭcere è parola che letteralmente significa «portare via», «condurre a parte», «trarre in disparte», «traviare», per via dell’incontro tra il verbo ducĕre («condurre», «portare», «trarre») e il prefisso se-, un prefisso di divisione partizione separazione, traducibile tanto con l’avverbio «via» quanto con la locuzione «in disparte». Ma la particella latina se è anche un pronome riflessivo di terza persona, più nello specifico: un caso ablativo traducibile «con sé». Tenendo conto di questi rilievi grammaticali, lasciando che il pronome personale riverberi sul taglio imposto dal prefisso, possiamo attribuire a sedurre un duplice significato: «portare via» e «condurre con sé», due significati la cui convivenza rappresenta il quid della parola seduzione. «Portami via con te»: non è forse questa la tacita e supplichevole invocazione di ogni sedotto?

Prendo in mano il mio vetusto iPhone 4. È martedì 4 ottobre 2016. Sono le ore 10:22 antimeridiane. Vado su WhatsApp e riscontro che, su un campione di trenta avatar, quelli delle mie ultime trenta chat, ventuno sono facce, delle quali diciotto sono selfie. Cosa devo dedurne? Deduco che, almeno sulla regina delle applicazioni chat telefoniche, il selfie è l’avatar principe della seduzione. Deduco altresì che, almeno per la maggior parte dei miei contatti, il se-dŭcere passa attraverso il selfie-dŭcere.

«Ammazza quanto sei selfie». A esprimersi così non è un ragazzetto con doppio taglio e codice a barre tatuato sulla nuca, bensì un giovane uomo incravattato, impiegato non so dove o rappresentante di non so cosa, imbambolato davanti al selfie appeal sfoderato da una piacente collega che, per ammazzare il tempo a bordo di una freccia Napoli Milano, lo intrattiene con la sua selfie gallery.

Essere sexy, essere selfie: sono già sinonimi.

Amira Casar e Rocco Siffredi in "Pornocrazia" ("Anatomy of Hell", 2004) di Catherine Breillat

9. Provare xxx credere

Da quant’è che non entri in un sexy shop? Parlo di un sexy shop decente, cioè al passo. Più di un anno? Addirittura tre? Non mi dire che non ci sei mai stato? Non ti giudico, avrai avuto i tuoi motivi, ma sei rimasto indietro, urge un update: prenditi mezzora e investila costruttivamente.

Sei dentro, hai varcato le Colonne d’Ercole. Hai superato il primo step, il più difficile. Adesso sentiti libero di vagare. Lasciati guidare dall’istinto, dalla curiosità, non fare il timidone. Prendi in mano gli articoli, non tutti sono implasticati, tocca le pelli delle tute bondage, leggi la posologia degli stimolanti, dei ritardanti, dei lubrificanti, esamina le palline vaginali, i cunei anali, i dildo da dito, gli anelli da pene, le bocche da fellatio, i piercing per glande e clitoride, gli sviluppatori genitali, gli ultimi aromi dei preservativi, le bambole e i busti, ce ne sono anche trans, gli strap-ons, i monster dildos, i double penetrators, i selfie camera vibrators, cioè i vibratori che riprendono da dentro la vagina durante la masturbazione. Lasciati incantare dai nuovi falli e vagine in silicone, così realistici, dai cazzi con pompetta che eiaculano tiepido e dalle fiche da doccia autopulenti, folte o depilate a seconda dei palati. Se ami i sapori forti, occhio ai divaricatori dell’uretra e dello sfintere anale. Tranquillo, non mordono.

Un inciso. Hai notato quant’è risicato lo spazio del negozio dedicato ai film porno? A mala pena una parete, e si riduce a vista d’occhio. Ricordo quando, nemmeno adolescente, vedevo uomini corpulenti oltrepassare la tenda nera della mia videoteca di rifugio, per entrare in una saletta satolla di film porno dai titoli più evocativi o parodici. Era il tempo in cui i brividi televisivi te li davano Kim Basinger in prima serata e Colpo grosso in seconda. Quante sparizioni da allora: la pellicola e la videocassetta, i cinema a luci rosse e le videoteche, le spalline e le ragazze cin cin. Adesso è il dvd ad avere i giorni contati. Il che vale per tutti i dvd, dal blockbuster natalizio al porno d’essai. La questione è: ha ancora senso spendere quattrini e occupare spazio domestico con i supporti rigidi degli stessi film che puoi vedere in streaming sulla Rete oppure on demand sulla Tv satellitare, il tutto gratis o, al massimo, incluso nel prezzo dell’abbonamento? Ha poco senso, in effetti, e ne avrà sempre meno. La moria di titoli sulla parete del sexy shop è un chiaro indicatore del trend generale. Quanto al mercato del porno in particolare, lo stato di salute del dvd è particolarmente grave: il digital versatile disc vivacchia, ma chissà per quanto ancora, grazie a prodotti singolari per peculiari categorie di collezionisti specialisti feticisti nostalgici brontosauri. Il resto, il grosso, viaggia su banda larga. Appena un paio di cifre: i siti per adulti attualmente raggiungibili con un touch sono circa 30 milioni ovvero il 15% dei siti ufficiali, mentre il 30% del traffico globale online è turismo sessuale. I numeri sono arrotondati e in costante crescita. Che si tratti di produzioni californiane con star premiate e ani sbiancati o di videoselfie casalinghi involontariamente comici, il Web ha stravinto instaurando l’Era Free Porn.

Inciso chiama inciso. Il primo video su YouPorn è stato postato a fine agosto 2006 e nel 2010, per via del successo pazzesco della piattaforma, i suoi webmaster hanno convertito l’intero parco video da Adobe Flash in HTML 5, al fine di renderlo accessibile agli utenti iPhone e iPad, sprovvisti della tecnologia Flash. Già nell’aprile 2011, nel corso di una conversazione privata in un albergo a Roma nei pressi di Ponte Milvio, Rocco Siffredi mi spiegava quanto YouPorn avesse messo in ginocchio la tradizionale industria del porno, costringendola a un ripensamento radicale, imponendo un giro di vite al quale sarebbero sopravvissuti solamente i migliori, tra cui lui. Fu uno scambio fecondo, quello con Rocco, leggenda vivente della pornografia, attore regista produttore, sorta di Charlie Chaplin hardcore. Ragionammo sull’erotismo nel cinema d’autore, soffermandoci su alcuni film di David Cronenberg, Gaspar Noé, Catherine Breillat, sulla performance di Rocco in Pornocrazia e su quella di Monica Bellucci in Irreversible. Indugiammo sulla differenza tra le pornostar di ieri e quelle di oggi, sul perché Cicciolina sembri una santarellina paragonata a una diciottenne ungherese al primo casting. Constatammo come nelle produzioni attuali la penetrazione vaginale e la fellatio siano oramai soft e trattate alla stregua di preliminari, poiché il vero hard inizia col culo. Per farla breve: spaziammo. Fu uno scambio così fecondo da ritenerlo entrambi, lì per lì ma anche dopo, meritevole di sviluppi creativi, come colgo l’occasione per ricordare al professor Siffredi, divenuto nel frattempo rettore della prima università del porno. Non divago oltre. Incisi chiusi.

Sei ancora nel sexy shop. Hai trascorso più della mezzoretta prevista, hai finito per prenderci gusto. Prima di uscire, fa’ due chiacchiere col commesso, magari portati in cassa con un preservativo al kiwi o un chewing-gum allo sperma, ricorda che sei sotto copertura, stai facendo quella che in sociologia chiamano osservazione partecipante, e potresti trovarti davanti il paranoico di turno. Sforzati di essere socievole ma senza battute grevi dettate dal contesto, non fare il provincialotto. Quando ritieni sia il momento giusto, solo tu puoi capirlo, chiedi al commesso: qual è il prodotto più venduto? Mi raccomando: buttala lì con disinvoltura, senza dar peso alla domanda, che il giovanotto non ti scambi per un ispettore del fisco. Prima di continuare a leggere, fai un piccolo break e poniti anche tu la stessa domanda. Sgranchisciti, sgranocchia qualcosa. Non bluffare, pensaci sul serio e datti una risposta. Fatto?

Non possiedo i dati per darti una garanzia del cento per cento, ma avendo proceduto con metodo induttivo e confortato dai riscontri statistici, posso darti buone probabilità che il commesso, nel confidarti cosa va per la maggiore, ti faccia il nome di qualche penis enlargement product, ossia di un integratore o un gel o una crema per l’allungamento del pene. Proprio così. Lo avresti detto? Non trovi sia una scoperta illuminante sulla misura della nostra insufficienza o – con formula beckettiana – sul nostro quantum di mancum?

La prospettiva di guadagnare qualche centimetro di carne ha sfondato. I penis enlargement products stanno spopolando, accompagnati dall’immancabile dicitura clinically tested, nonostante alcuni medici facciano da guastafeste con lo spauracchio di irreparabili danni all’arnese. Sei scettico sulla portata commerciale di tali cremine? Capisco, lo ero anch’io. Verifica su Internet. Fatti un giro e un’idea e, se vuoi la prova del nove, vai sulla home di YouPorn, l’oscillometro dei porno trend. Non te la senti, temi che il Grande Fratello ti schedi come individuo dalle tendenze sospette? Capisco anche questo. Ci vado io per te.

Ecco, sul banner in alto a destra, lo strillo del momento, mercoledì 5 ottobre 2016, ore 11:49 antimeridiane: «Pene più grande di 12,5 centimetri in 49 secondi». Sotto la scritta c’è una foto nature, grezzamente manipolata, di un culturista nero superdotato. Sotto la foto c’è una specifica, che riporto con un piccolo aggiustamento di punteggiatura: «Un attore porno, dopo tredici anni di silenzio, rivela come ingrandire a casa il pene di 13 centimetri in meno di un minuto».

Cliccando sul suddetto banner, finiamo nella pagina pubblicitaria del gel Man Pride, un mix di nove erbe, vitamine e aminoacidi che ti consentirà di soddisfare una donna ben «cinque volte di seguito» e ti farà guadagnare «6,4 centimetri in 30 giorni», che non è proprio quanto prospettato dal nostro negrone ma è comunque un risultato ragguardevole, anche considerato che il gel Man Pride è stato testato per te dagli «studiosi di Houston, Texas».

Il selfie arm

10. F.Y.S.

Non ti sembra che il mondo del sesso abbia meno segreti per te? Soddisfatto o frastornato, il tuo sexy corso di aggiornamento sta giungendo al termine. Hai fatto il pieno di aria viziata, nei sexy shop sembrano sempre le tre del mattino, anche se sono le tre del pomeriggio. Due passi all’aria aperta te li sei guadagnati. Ossìgenati. Come? Non sei ancora sazio di connessioni? Okay, ti accontento, facciamo trentuno.

Mettiamo che sei a Roma. Recati nei pressi di un monumento, uno vale l’altro, l’importante è che sia di richiamo turistico. Sei finito davanti alla Fontana di Trevi? Perfetto, getta una monetina nell’acqua e guardati intorno. Scoprirai o constaterai, se lo sapevi già, che l’oggetto più venduto dagli ambulanti non è la borsa taroccata di Louis Vuitton e nemmeno la palla di vetro con la fontana innevata, bensì lo stick selfie, il bastone o asta selfie. Nel settembre 2014, stando a un trafiletto dell’Ansa, era impossibile percorrere cinque metri di via San Vincenzo, via delle Muratte e Piazza Trevi senza imbattersi in un venditore di stick selfie: 15 euro per asta e telecomando Bluetooth, naturalmente senza scontrino. Negli ultimi due anni, il traffico non ha conosciuto decongestioni, piuttosto ingorghi dovuti all’aumento dei competitor, nonostante il ruolo di autorità garante della concorrenza svolto in loco dalla criminalità organizzata.

Vengo al dunque. Cos’hanno in comune uno stick selfie è un penis enlargment product? Non soltanto ambedue sono il bingo commerciale che avrà fatto la fortuna dei rispettivi brevettatori. Ambedue rappresentano una soluzione a un deficit di lunghezza, qui del braccio, lì del pene, un deficit fotografico e un deficit penetratorio. Ambedue offrono un guadagno spaziale: decametri di paesaggio e centimetri di fica, decametri e centimetri cubici.

Poco male se sei sprovvisto di una compagna che respira: in vendita nei migliori sexy shop ci sono bambole per tutte le voglie concepite allo scopo esclusivo di gratificare il tuo pisello accresciuto. Se invece hai un’asta di un metro per il tuo iPhone 7 ancora da scartare, ma sei solo come un cane, la faccenda è più delicata, poiché lo stick selfie ingrandisce non solo la fetta di mondo nel mezzo della quale ti collochi come una candelina, esso amplifica pure la tua solitudine. C’è però chi ha pensato anche a questo. Muovendo dall’assunto che «nessuno vuole sembrare solo mentre spensieratamente si scatta un selfie», due cervelluti artisti canadesi, Justin Crowe e Aric Snee, hanno inventato il selfie arm, l’evoluzione antropomorfa dello stick selfie. Il selfie arm è una protesi a forma di braccio, dove la presa per lo smartphone è impiantata sull’avambraccio mozzo. Il selfie arm è il tuo braccio amico: prendilo per mano e non sarai più solo. Fatto in vetroresina, l’arto selfie ha il pregio della leggerezza ma presenta ancora un paio d’inconvenienti: risulta scomodo da portarselo dietro (aspettiamo la versione scomponibile) e carente sul piano della verosimiglianza (palliduccio e tozzo com’è, sembra il braccio di un morto). Ma sono dettagli che non inficiano le potenzialità del prodotto. Il selfie arm è ancora un prototipo.

Come ancora un prototipo è il dildo selfie stick, l’asta applicata al vibratore, il selfie che ti scopa. Il dildo selfie stick è l’unico bastone che ti garantisce sia la prospettiva ravvicinata della penetrazione (uno scorcio vulvare che funge da semi-soggettiva del tuo fuck friend elettrico) sia il tuo primo piano licenzioso (corrispondente alla soggettiva del partner immaginario che ti guarda negli occhi mentre fate l’amore). Dipende dall’estensione dell’asta e dall’inclinazione dello smartphone. Dipende se ti senti impudica o romantica. Il sesso è un gioco, gioca col tuo dildo selfie stick. Scatena le mille e una donna che sonnecchiano in te senza la palla al piede di un maschio. Basta machi con la maglia della salute. Basta cazzetti che fanno cilecca. Basta schizzi di piscio sulla tazza del cesso. Emancipati e godi come ti pare. Il tuo telefono è la tua fuck machine.

Express yourself, enjoy more: fuck your selfie.

Il dildo selfie stick








pubblicato da j.costantino nella rubrica emergenza di specie il 20 ottobre 2016