Dopo l’alluvione

di Nicola Manuppeli



Qualche anno fa, giravo diverse città d’Italia per una serie di reading e decisi di leggere il primo capitolo di It, “Dopo l’alluvione”.

Avevo scelto King per due motivi. Il primo era che il pubblico delle opere a cui di solito lavoravo come traduttore/curatore (e di conseguenza come reader) era un pubblico legato a quella che chiamano “letteratura di nicchia”. Già, perché erano ancora tempi duri per King dal punto di vista critico, nonostante un National Book Award e molti altri riconoscimenti che avrebbero dovuto, come si dice, “sdoganarlo”.

Parlavo di Andre Dubus, Fitzgerald, Thomas Williams, Henry Roth, Alice Munro. Poi accennavo a King, e vedevo molti storcere il naso. King era bestseller, King era spazzatura. Come era possibile che ne parlassi durante dei reading di letteratura americana?

Facevo questo gioco, all’inizio. Leggevo due cose in particolare. Il primo era un racconto di King – uno dei più belli mai scritti nella letteratura americana – intitolato Tutto ciò che ami ti sarà portato via e lo spacciavo, se mi accorgevo che il pubblico conosceva solo superficialmente gli autori di cui stavamo parlando, come racconto di Carver o Cheever o qualcuno così. E gli stessi lettori che storcevano il naso al nome King, ascoltavano entusiasti e mi chiedevano in che raccolta fosse, dove avessi trovato quel racconto. Era di King, dicevo, e poi mi mettevo a parlare di lui.

Il secondo gioco era un’altra lettura, una pagina splendida di uno dei libri più belli degli ultimi vent’anni, 22/11/’63, dove ritroviamo anche i ragazzini di It e la città di Derry per qualche capitolo. La pagina è quella in cui King parla di casa e di danza. Quella dove dice:

«“Casa” è guardare la luna che sorge sul deserto e avere qualcuno da chiamare alla finestra, a guardarla insieme con te. “Casa” è dove puoi ballare con qualcuno, e la danza è vita.»

Beh, quella pagina ha conquistato diversi lettori a King. Gente che lo aveva perso di vista o non lo aveva mai avvicinato. E quel libro, 22/11/’63 è una delle cose migliori che vi può capitare di leggere. Perché fa quello che può fare un libro. Vi porta via.

E forse è questo il modo migliore per entrare a Derry.

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Mentre scrivo, mi rendo conto però che non riesco ad avere il distacco che si dovrebbe avere per parlare di uno scrittore e di un argomento (It e il suo primo capitolo) in un articolo.

Il fatto è che con King non riesco a non essere un fan. È quello che succede con gli autori che sono generosi. E King è un autore estremamente e pericolosamente (Mr. King, perdonami per tutti questi avverbi) generoso.

La prima cosa che mi viene in mente è: come fare? avrei così tante cose da dire, non solo su It, ma anche su libri minori come Joyland oppure veri capolavori come quel gioiello intitolato Mucchio d’ossa.

Per esempio su Mucchio d’ossa posso dire che è il libro che mi ha riportato a King dopo tanti anni di distacco, dopo una prima lettura alle scuole medie che comprendeva Cujo, Le notti di Salem, Stagioni Diverse e… It appunto.

Perché mi ero allontanato? Perché venivo da un quartiere che era come il Barren, la zona disabitata ai confini di Derry, e di colpo mi ero ritrovato a fare il liceo nel centro di Milano, circondato da figli di famiglie bene, dove si giocava a fare gli intellettuali e uno che veniva da “fuori” e che leggeva King, beh … non era ben visto.

Poi lessi On Writing e decisi che uno che diceva quelle cose sulla scrittura doveva per forza avere scritto qualcosa di buono. E lessi Mucchio d’ossa e la mia storia con King cambiò.

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Il pregiudizio su King è una cosa di cui è consapevole lui stesso. Una volta King è in un supermercato e una signora lo riconosce e lo ferma.

“Si vergogni,” gli dice la signora, “a scrivere tutta quella robaccia. Ho visto un film l’altra sera … Il miglio verde … ecco una bella storia. Ecco che cosa dovrebbe scrivere.”

E King: “L’ho scritto io.”

E la signora: “Impossibile.”

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Quando girarono Stand By Me il nome di King non era nemmeno nei cartelloni. Pensavano potesse influire negativamente. King era un autore etichettato.

Il primo editor lo avvertì da subito di questo pericolo. Dopo che King aveva scritto Carrie (su una ragazza con poteri paranormali) e Le notti di Salem (un racconto di vampiri ambientato nella provincia americana), lo avvertì che pubblicare Shining, cioè un libro su un albergo infestato da spiriti poteva legarlo definitivamente a un genere.

“Che problema c’è?” gli disse King. “Adoro la letteratura di genere.”

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Questo è il tipo di storielle su King che a noi fan piace raccontarci tutte le volte che ci vediamo. Le modifichiamo, anche, come una sorta di racconto orale. È King stesso, da grande narratore, ad averle diffuse, creando una sorta di libro parallelo. E, anche se non sembra, tutto questo c’entra con Derry e il primo capitolo di It e più tardi spiegherò perché (è una promessa).

Una delle storielle che mi diverte di più, comunque, è quella di Mr. King in aereo, dopo la pubblicazione in paperback di Carrie. Vede su uno dei sedili, vicino alla toilette, una donna che sta leggendo il libro (sopra non c’è la foto di King e, per una strana mossa editoriale, nemmeno il nome dell’autore in copertina). È la prima volta che King vede dal vivo un suo “fedele lettore”, quindi – anche se terrorizzato dall’aereo e dal fatto di essere in cielo a migliaia di metri da terra – si alza e decide di andare in bagno e tornato dal bagno chiedere alla signora che cosa stia leggendo e poi dire: “Ehi, sono io l’autore di quel libro” eccetera, eccetera…

E così Mr. King si alza, va in bagno, torna, si avvicina alla signora e le dice:

“Ehi, sta leggendo quel libro?”

E la signora: “Sì, è una merda.”

E King: “Beh, allora non lo comprerò.”

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L’ironia di King è una delle cose di cui ho sentito meno parlare, eppure è fondamentale. È uno strumento, così come le introduzioni che spesso scrive per i propri libri, per farci entrare nella storia, farci sentire al caldo e poi averci totalmente in suo potere.

È come creare una fessura nel nostro mondo “sottile” (e questa è un’idea geniale di uno dei suoi autori di riferimento, Lovecraft) per farci passare “aldilà”.

King veste per noi i panni del “narratore incapace di mentire”. Succede, per esempio, nella postfazione di A volte ritornano, quando King ci accoglie in casa propria, per parlare della paura.

“La casa è vuota mentre scrivo queste righe. Fuori la pioggia fredda di febbraio. È notte.”

Come possiamo rifiutare un invito in un posto caldo con tutto il freddo che c’è fuori? King sa una cosa molto bella della letteratura e che spesso ci si scorda: l’accoglienza.

La letteratura è una casa per il pubblico e il padrone di casa deve essere gentile.

Così King – come dice Peter Straub in un bellissimo pezzo sull’amico scrittore – “ci porta in cucina, ci offre da bere, ci versa delle noccioline, si tira su le maniche e inizia a confidarsi.”

“Mi chiamo Stephen King. Sono un uomo adulto con una moglie e tre bambini. Li amo e credo che il sentimento sia reciproco. Il mio lavoro è scrivere, e credo che sia un lavoro che adoro … In questo momento della mia vita credo di godere di buona salute. L’ultimo anno sono riuscito ad abituarmi a fumare sigarette più leggere e spero presto di smettere completamente. Io e la mia famiglia viviamo in una bella casa vicino a un lago, le cui acque sono relativamente salubri. Nel Maine. Lo scorso autunno, una mattina, mi sono svegliato e ho visto un cervo vicino al tavolo del picnic, nel giardino sul retro. Facciamo una bella vita.”

Beh, potrebbe essere il nostro vicino di casa (se abitassimo nel Maine, perlomeno) se non fosse per quelle parole che ho sottolineato e che creano una certa instabilità.

Sono delle crepe, che minano questo comfort. Solo che noi ci siamo già accomodati.

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Credo che questa sia una cosa in cui davvero King sia un maestro. Creare uno spazio per il lettore e poi delle buche in cui farlo cadere.

It, per molti versi, è il primo esempio di un suo romanzo sviluppato per sotto-capitoli (tecnica che credo trovi la sua sublimazione in 22/11/’63). La struttura di questi sotto-capitoli in gran parte è così: King ci lascia ambientare e nelle ultime righe crea per noi un “not”, una mancanza, una frase che ci affascina o ci spaventa e ci convince a continuare, nel sotto-capitolo successivo, fino alla conclusione del capitolo più grande. È puro intrattenimento. È arte di narrare.

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E questo mi porta al secondo motivo per cui giravo l’Italia leggendo King e It: perché era divertente. Era un vero e proprio spasso.

Che cos’è divertimento se non ciò che dice la parola stessa di-vertere, cioè portare da un’altra parte, in un altro luogo?

A Derry, per esempio.

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Quindi entriamo, ci accomodiamo, e lui ci parla delle sue storie. Che in On Writing ci spiega sono come fossili, che vanno tirati fuori dalla terra. Quindi bisogna fare attenzione. Bisogna mettersi (lo scrittore e il proprio stile) al loro servizio. Perché le storie “vanno avanti” e le storie sono il timone.

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Un’altra cosa che mi ha insegnato questo scrittore immenso è la “potenza” delle storie, della fantasia in esse contenuta, di creare mondi.

Il concetto di “andare avanti” che è alla base della serie della Torre Nera ne è uno splendido esempio.

Si potrebbe dire che tutta la narrativa di King è un unico libro sulla scrittura e sui tormenti, le paure, le esperienze di uno scrittore moderno. Un saggio come On Writing diventa con La torre nera una vera e propria saga western-fantasy su che cos’è scrivere. Bisognerebbe sviscerare e sviscerare La Torre Nera. Dovrebbero farlo soprattutto gli scrittori. Perché è un testo dove King cerca di fare una cosa difficile: raccontarci una mente che crea storie. Questo tipo di mente è un universo; e questo universo è quello della Torre Nera.

E, dovendo parlare di It, so che sto divagando, ma non proprio. Perché si potrebbe dire che tutti i libri dell’autore del Maine costituiscono un unico romanzo, con parecchi rimandi da un libro all’altro; e ciò che fa da collante a tutte queste opere è proprio la saga della Torre.

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A proposito di King maestro di scrittura, mi viene in mente anche quando presentai Mr. Mercedes.

All’epoca mi divertii a farlo. Il libro mi era piaciuto ma, insomma, lo consideravo uno dei minori di King.

Solo che lo “zio” (come lo chiamano i fan, e quindi anch’io) ha sempre qualcosa da insegnare. Così, pochi mesi fa, mi sono ritrovato per la prima volta a scrivere un crime. Per anni ho avuto paura di non riuscirci, perché avevo in mente cose all’Agatha Christie, libri in cui lo scrittore ha uno schema già fisso in testa, una ricostruzione logica; libri freddi, per certi versi, e io sono uno scrittore molto più di pancia, e quindi reputavo impossibile per me scrivere qualcosa di simile.

Poi è nato uno spunto, un locale e un ex-poliziotto, e ho deciso di seguirlo e, quando mi sono reso conto che il romanzo si stava effettivamente trasformando in un crime, ecco che mi è venuto in soccorso Mr. King e quei suoi sotto-capitoli e il modo in cui li chiudeva, lasciando quel “not”, quella sospensione, e poi rilassando nuovamente il lettore e poi spaventandolo nuovamente. Senza che me ne accorgessi, King mi aveva insegnato come si scrivesse un crime senza partire dalla struttura, ma lasciandosi guidare dalla storia.

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Andre Dubus, un autore a cui sono molto legato, diceva di odiare gli scrittori come Nabokov, che trattano i propri personaggi come schiavi, decidendo in anticipo che cosa far fare loro.

Come modello alternativo, proponeva Forster e il suo Passaggio in India, dove l’autore finiva per farsi trascinare dalle proprie creature.

Lo scrittore americano John Updike diceva che scrivere è come guidare a fari spenti nella notte, con la strada che ti si palesa di volta in volta. L’unica cosa che lo scrittore, coraggiosamente, può fare è “andare avanti”.

Credo che King appartenga a questa seconda categoria.

Fra i suoi autori di riferimento (e anche qui, vista la sua generosità, ci sarebbe da compilare qualche lista e spulciarli tutti) c’è Thomas Williams che in I capelli di Harold Roux descrive l’atto della creazione come un fuoco accesso in una distesa buia. Attorno al fuoco, cominciamo a vedere i volti di un personaggio, poi due, poi cominciamo a seguirli e a conoscere il paesaggio che ci circonda. È così che si entra in una storia.

E King… beh, è un ottimo autista.

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Anche King è andato in giro a fare reading (ma non spesso, perché non è uno mondano) e una volta ho preso l’aereo e sono andato a vederlo a Parigi, dove presentava in anteprima Doctor Sleep.

Beh, è un’esperienza che andrebbe fatta. La fila per vederlo era più lunga che a un concerto di Springsteen, ed era novembre e a Parigi faceva un freddo glaciale. Ma i lettori lì in fila da ore (con tanto di biglietto da pagare) avevano la faccia felice, molto più che se stessero andando a un concerto o a vedere un film. Stavano andando a “sentire” un libro ed erano contenti. Questo è uno dei piaceri che chi non legge King rischia di togliersi: divertirsi con la letteratura, avere altre persone con cui parlare di una determinata storia, sentirsi contemporanei di un autore che sicuramente segnerà la storia. Quando poi King salì sul palco e lesse (una pagina soltanto), era come essere davvero al cinema. Si era dentro la storia, da subito.

“Il secondo giorno di dicembre di un anno in cui un coltivatore di noccioline della Georgia era impegnato nei suoi traffici alla Casa Bianca, uno degli alberghi più rinomati del Colorado venne raso al suolo da un incendio.” Stiamo tornando nei luoghi di Shining, stiamo tornando “di là” e questo è un vero e proprio prologo cinematografico.

“Due dei superstiti erano la moglie e il figlioletto dell’uomo. Il terzo era il cuoco dell’Overlook, Richard Halloran, che aveva lasciato l’impiego stagionale in Florida ed era tornato dai Torrance spinto dal ‘forte presentimento’ (per usare le sue stesse parole) che la famiglia si trovasse nei guai. In seguito all’esplosione i due adulti riportarono gravi ferite. Solo il bambino rimase illeso.

Almeno fisicamente.”

Ho sottolineato quell’ “almeno fisicamente” perché chiude il primo sotto-capitolo del romanzo ed è l’ennesimo “not”, l’ennesima buca in cui lo scrittore ci fa cadere.

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Un’osservazione sulle code alla Springsteen per King: non è un caso. Intendo che non è un caso accostare i due autori. Entrambi sono fra i pochi cantori attuali dell’America povera, proletaria. Sono fra i veri eredi di Steinbeck. E la loro “popolarità” appunto … non è un caso.

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Siccome ormai mi sono lasciato andare su questa storia dell’accoglienza e dell’ospitalità in King e su come ci fa entrare nei propri libri (lo so, è una continua digressione, ma devo parlare di un primo capitolo in fondo, giusto?) mi viene in mente un altro raccontino su Mr. King che gira fra noi adepti. È una cosa che racconta lui stesso, di quando si divertiva a leggere ad alta voce ai propri lettori il racconto A good marriage (credo sia quello, ma non ho avuto il tempo di verificare). Beh, la parte divertente della storiella è che il racconto era per tre quarti comico e il pubblico non lo conosceva. Quindi la gente si metteva seduta e aspettava di venire subito terrorizzata e invece succedeva il contrario. E proprio quando tutti ormai erano tranquilli e comodi ad ascoltare il loro autore redento, ecco che nell’ultimo quarto, la storia si faceva spaventosa e King poteva trafiggere i propri lettori senza che questi avessero più difese. Un po’ come capita con i buoni horror (alla Scream o Nightmare) che non sono storie incentrate su un sadico che fa il macellaio dal primo minuto del film, ma hanno invece molti esterni giorno, molta luce per rassicurarci prima di spaventarci.

Mentre lavoravo al mio crime, ho deciso di inserire un personaggio comico, proprio per ottenere questo effetto, e anche il ritmo ne ha giovato.

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Su King proletario: per comunicargli che Carrie era stato accettato dovettero telefonare ai vicini di casa dei King, perché a questi ultimi avevano tagliato i fili per via delle bollette non pagate. Per andare a New York a parlare del contratto, King si fece prestare dei soldi dalla suocera, in modo da acquistare anche un paio di scarpe decenti. Comprati biglietti di andata e ritorno, scarpe e delle bottigliette di whisky mignon per ubriacarsi durante il viaggio in pullman e soffocare l’agitazione, rimaneva nelle tasche di King solo una manciata di dollari. Come fare se l’agente e l’editore lo avessero invitato a pranzo? E fu proprio quello che successe. King aveva la barba (se la fa crescere in concomitanza con inizio e fine della stagione di baseball) e ordinò della tagliatelle e combinò un vero e proprio disastro, sporcandosi barba e camicia. Ma alla fine il libro venne pubblicato.

In pochi avevano creduto in lui. Di sicuro non ci aveva creduto l’insegnante di un corso di Creative Writing che una volta aveva chiesto a King di spiegare che cosa raccontava La metamorfosi di Kafka.

“È la storia di un uomo che si trasforma in uno scarafaggio,” disse King.

Tutta la classe si mise a ridere. Ma come? Quella storia era piena di simboli! Perché non parlava dei simboli e invece si fermava alla storia.

“Lei ha ancora molto da imparare,” disse l’insegnante.

Quando il contratto di Carrie venne firmato per la pubblicazione di diverse migliaia di copie, King ne fece una fotocopia e l’appese nella bacheca dello studio del professore. E sotto, scrisse a matita:

“Lei ha ancora molto da imparare.”

E questa è un’altra storia di Mr. King.

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Il fatto che spesso King si senta in dovere di introdurre in prima voce i propri libri è il segno di quanto siano importanti per lui gli incipit, gli inizi, le partenze (per i più maliziosi, molto più importanti che i finali. Ma non è forse un segno d’amore per le proprie storie, sbagliare i finali?).

Insomma non sono molti scrittori a presentarsi a inizio libro. È quasi una novità quella di King. Abbiamo comprato il libro, quindi abbiamo intenzione di leggerlo, ma nonostante questo lui ci ringrazia. E salda il legame. Il libro è dedicato a

“… ogni lettore o lettrice che ha tirato fuori il portafoglio per comprare qualcosa che ho scritto. In moltissime maniere, questo è il tuo libro, perché non potrebbe esistere senza di te. Dunque, grazie.”

Come dice Straub: Frank Sinatra ringraziava sempre il suo pubblico. Ma quanti scrittori lo fanno?

King rompe la parete. Crea un rapporto diretto col pubblico. E questo è un privilegio.

Il pubblico è importante, anche se sembra che la grande letteratura lo snobbi.

“Il successo è un attestato valido ovunque tranne che nei circoli artistici,” scrive King. “Non si corre nessun particolare rischio a scrivere fiction seria. I rischi veri sono nella letteratura popolare.”

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In un certo senso, King ci mette a nostro agio anche prima di iniziare It. Non lo fa con una prefazione questa volta, ma con una dedica, che contiene una frase bellissima:

“Ragazzi, il romanzesco è la verità dentro la bugia, e la verità di questo romanzo è semplice: la magia esiste.”

L’unica cosa che mi viene da dire è: wow!

Mi è spesso capitato di lavorare a letteratura “realista” e devo dire che, dopo un po’ di tempo, il realismo mi ha annoiato. La letteratura è altro. Ha un altro compito. Che ha molto a che fare col “di-vertire”. Non è giornalismo e non è saggistica. È “creative writing”. L’atto dello scrivere che “crea”.

E una cosa che noto nei migliori scrittori americani è proprio questa capacità di creare tutto: personaggi, città, universi.

“La cosa vera nella fiction è che la fiction è la verità,” scrive King. Questa è l’unica “morale” della fiction.

E la capacità di “creare” ha molto a che fare con la magia. Lo scrittore è un mago o un prestigiatore. Nel film Prestige di Nolan, si vede come il prestigio sia la capacità di non fare vedere mentre lo spettatore vede. Quello che noi “non dobbiamo” vedere nella fiction è il nostro mondo, per credere a quell’altro mondo.

Che nel nostro caso è Derry.

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Per poter credere a questo mondo dobbiamo non avere distrazioni, nulla che ci porti nuovamente di qua.

Forse l’esigenza di molti scrittori di scrivere regolarmente, ogni giorno, alla stessa ora e con determinati tic, è proprio dovuta alla necessità di creare una determinata atmosfera, una “magia” che cancelli il mondo esterno. Ho sempre pensato che il regista perfetto per It potesse essere Steven Spielberg, perché è un maestro (soprattutto il primo Spielberg) in questa specie di immersione, nel farci entrare nelle storie e farci credere alle cose più incredibili. Altrimenti come faremmo a piangere per E.T.?

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“Credere” è una delle parole chiave. I libri possono farti “credere” a livelli enormi. La Bibbia, in fondo, è un libro. E scrittore e lettore creano un patto dove tutto ciò che si dice sarà vero.

La realtà non può entrare in questo patto, il realismo non c’entra.

In fondo It parla anche di questo. Uno spray per l’asma può diventare un’arma se ci crediamo.

Tutti i libri di King sono a doppio fondo. Al secondo livello, si parla sempre di scrittura.

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“Devi essere un po’ coglione per fare lo scrittore,” scrive King, “perché devi immaginarti mondi che non esistono e senti voci, inventi frottole, fai tutto ciò che si dice a un bambino di non fare. O come quando ci dicono che bisogna fare distinzione fra finzione e realtà … quel genere di cose. Gli adulti ai bambini dicono: hai un amico invisibile, ok, crescerai. Beh, gli scrittori non crescono. Non la superano mai.”

È una “secret window” quella attraverso la quale King ci fa passare, dove siamo invitati a trovare la “verità dentro la bugia”. Un po’ come l’armadio attraverso il quale si passa nelle Cronache di Narnia (e si provi a confrontare quel passo con il punto in cui, in 22/11/’63, si descrive il passaggio temporale dietro la cambusa).

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King, come detto e ripetuto, ha lavorato sempre molto agli incipit. È lui stesso a raccontare come ogni notte, per addormentarsi, si ripeta le prime righe di un libro che ha intenzione di scrivere, creando una frase e un paragrafo, e se queste righe resistono col tempo decide di metterle giù. Significa che la porta è aperta abbastanza per poter sbirciare dentro quell’universo e caderci dentro.

È stato così anche con It che all’inizio era un romanzo che avrebbe dovuto intitolarsi “Derry” e che sarebbe dovuto uscire sotto lo pseudonimo “Richard Bachman”. Ma l’identità di Bachman venne scoperta poco prima e Derry presto divenne un tutt’uno con It.

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L’idea all’inizio era solo una delle tante con cui King provava ad addormentarsi. Una pecorella, come altre. Ma, un po’ come dice un personaggio del romanzo, Derry “never escaped his mind”.

King impiegò sette anni per scrivere il romanzo, durante i quali pubblicò Pet Sematary, Il Talismano e diversi racconti e novelle, e diresse anche un film. Ma Derry era sempre lì.

Lo spunto era nato nel 1978, a Boulder in Colorado, dove i King vivevano all’epoca. Due giorni prima a King si era rotta l’auto e quel pomeriggio il meccanico lo chiamò per andare a ritirarla. Erano le cinque, il posto distava solo qualche miglio, King avrebbe potuto chiamare un taxi ma decise invece di farsi una passeggiata. Così passo in mezzo a un parco, dove c’era un ponte di legno e… attraversando il ponte sentì dei rumori al di sotto. Erano solo persone che camminavano, ma da lì nacque l’idea. “Come una lampadina accesa in una stanza buia,” ha spiegato King.

Si ricordò di una fiaba norvegese conosciuta nel mondo anglosassone col titolo The Three Billy Goats Gruff. La fiaba racconta di tre caprette che, avendo finito l’erba da brucare, decidono di oltrepassare il fiume al di là del quale si trova altra erba. Sotto il ponte abita un Troll che mangia tutto ciò che vede passare. Ma le tre capre non si scoraggiano e trovano un trucco per ingannare il Troll.

E se le capre fossero bambini? E se il Troll fosse qualcosa di molto più spaventoso?

Così, immediatamente, a King venne il desiderio di scrivere una storia su un vero troll che abitava sotto un vero ponte, simile a quello sopra il quale lui era passato per andare a ritirare l’auto.

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L’idea continuò a ronzare per la testa di King. Solo che lo spunto del “ponte” un po’ lo spaventava. Il ponte era un oggetto dal punto di vista letterario carico di simbolismi. E come scordarsi del professore che lo derideva per i simboli presenti in Kafka?

Forse ci voleva qualcosa di più grosso di un ponte, una vera città, magari depressa e dalla mentalità ristretta come la sua Bangor. Lì c’era un canale che divideva la città in due, e il ponte avrebbe potuto essere la città stessa. E il troll avrebbe potuto vivere nelle fogne.

Passarono altri mesi e a King venne l’idea di fare sì che la storia dei bambini avesse una sorta di effetto eco, riflettendosi nelle loro vite adulte. E così pensò agli anni cinquanta e a certi tipi di sogni, e agli anni ottanta e alla fine che quei sogni avevano fatto. A come si erano trasformati insieme agli incubi.

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It è un’enorme metafora narrativa. La creatura stessa, It, lo è. È un’astrazione resa personaggio. Perché la paura è un’astrazione, è mobile, non ha una forma, è per ognuno diversa, è un It per l’appunto. It sono le “metamorfosi” della paura (con buona pace del professore di King).

Il nemico di questa paura è la fiducia, il coraggio, la capacità di credere a una forza opposta. La magia bianca contro la magia nera. La fantasia contro la depressione. La scrittura contro la realtà.

La metamorfosi della paura riguarda anche il tempo, che in It va avanti e indietro, scompare e riappare, non esiste o è diverso. È il tempo narrativo, usato con assoluta maestria. Le macchine del tempo sono state inventate davvero, e i loro creatori sono gli scrittori. Ecco perché 22/11/’63 è un libro molto affine a It: perché di nuovo abbiamo due fasi temporali a confronto e di nuovo si parla di sogni e paure.

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E come in 22/11/’63 ci serve un passaggio temporale, una macchina del tempo, anche in It abbiamo bisogno di un “vettore” per trasportarci in questo tempo “narrativo”. Per portarci a Derry.

E il vettore è la barchetta di carta.

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“Il terrore che sarebbe durato per ventotto anni, ma forse di più, ebbe inizio, per quel che mi è dato di sapere e narrare, con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia.” Anche qui, la sola reazione possibile è: wow!

Ci sarebbero un sacco di cose da dire su queste poche righe. La posizione del narratore (chi è? Da dove sta parlando? Che cosa c’entra con la storia?), le sue incertezze (altri “not” che ho sottolineato anche in questo caso), e poi quel “rivolo gonfio di pioggia” che trascina la barca e noi con lei. Ecco il tipico esempio di un attacco perfetto, che ci apre una porta. Siamo nel 1957.

Il protagonista all’inizio è solo la barchetta, che poi abbandoneremo per un pezzo. Dopo che ci saremo saliti a bordo e ci avrà portato a Derry. La barchetta beccheggia, s’inclina, si raddrizza, affronta “con coraggio i gorghi infidi e prosegue per la sua rotta giù per Witcham Street.” Ricordate il fuoco di Thomas Williams che illuminava la pianura scura? Ecco che anche noi ci stiamo muovendo e a poco a poco vediamo le cose, conosciamo Derry, siamo come Updike sulla propria auto a fari spenti. Ecco il semaforo che ha le luci “spente, in quel pomeriggio d’autunno del 1957” e sono spente anche le finestre delle case. Grigie come la barchetta e la pioggia. E poi, come un regista, ma anche come l’uomo che sta guidando la nostra auto, inconsapevole quanto noi, ecco che King scorge un bambino con un impermeabile giallo. Il colore è fondamentale, come un cartello stradale che ci compare all’improvviso, e ci invita a seguirlo. E il giallo è fondamentale, lo è in King, ricompare in 22/11/’63 nell’uomo con la tessera gialla, proprio al di là del passaggio temporale. Insomma il giallo è la nostra luce guida.

Il bambino si chiama George Denbrough ed è il fratello di William, Bill Tartaglia, che sarà uno dei protagonisti del libro.

Ed ecco che King usa subito uno dei propri trucchi. Anticipa. Ci ha già parlato di un “orrore” indefinito nelle prime righe e ora ci dice che siamo “otto mesi prima che l’orrore si manifestasse definitivamente e ventotto anni prima dello scontro finale.”

Insomma, ci anticipa la trama. Perché non è quello il punto della questione. Il punto della questione è portarci lì.

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La barchetta ricorda un po’ l’auto di Duel di Richard Matheson che ci accompagnava attraverso il paesaggio americano. Una sorta di carrellata. La barchetta ci guida per le strade di Derry.

Ma siccome King sa giocare col tempo, ci porta indietro di qualche minuto, a quando la barchetta è stata costruita, da Bill Tartaglia. Per poterci riuscire, George è dovuto andare in cantina, a prendere la paraffina, perché Bill è malato. Così abbiamo due “presentimenti” lanciati da King.

1) La paura di George nell’andare in cantina, perché per un bambino il buio è una delle “forme” della paura.

2) La paura o sensazione di Bill che qualcosa di brutto possa succedere al fratello.

E noi sappiamo che accadrà, perché King ha piantato due semi belli grossi nel terreno della nostra immaginazione. E nel frattempo ha diluito il tempo del viaggio della barchetta, in modo da ambientarci ancora di più.

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Una cosa su cui sarebbe bello soffermarsi è William/Bill Tartaglia e la sua balbuzie. King, nei personaggi che ama, crea delle debolezze. Non a caso chiama i bambini di It “i Perdenti”. Questa diversità è quella che crea un isolamento e la necessità di lavorare con la fantasia, per essere altrove, per distrarsi. I deboli in King sono i forti, soprattutto quando prendono consapevolezza della loro diversità.

Sono convinto che King sia un grande narratore della solitudine e che la delicatezza sia un tratto distintivo della sua narrativa. Lo vediamo in Shining, in Secret Window, ne Il miglio verde, in Cuori in Atlantide: un’immensa capacità di comunicare con quella solitudine, l’idea che altre “dimensioni” possano comprenderla o esserne comprese. Non è anche il tema principale di E.T. di Spielberg?

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C’è una frase stupenda che mi sono segnato nella mia copia di It e su cui mi fermavo sempre durante i reading, ed è il punto nel primo capitolo in cui George vede il pagliaccio nel tombino.

Insomma, qui ci vuole un bello sforzo d’immaginazione per credere al nostro autore. Ma noi siamo sulla barca e siamo con George, e George ha solo sei anni.

“Se avesse avuto dieci anni di più, non avrebbe creduto a quel che vedeva, ma George non aveva sedici anni. Ne aveva sei.”

Splendido, no? E dobbiamo crederci anche noi, perché in questo momento anche noi ne abbiamo sei.

E così, come abbiamo pianto per E.T., finiamo per farci affascinare e poi avere paura di un clown.

“La faccia del clown nello scarico era bianca e c’erano buffi ciuffi di capelli rossi ai lati della testa pelata e c’era un gran sorriso da pagliaccio dipinto sulla sua bocca. Se tutto questo fosse avvenuto solo qualche anno dopo, George avrebbe pensato certamente a Ronald McDonald.”

Ed è proprio a lui che ci vuole far pensare King, e potendo giocare col tempo narrativo, ci riesce.

Il clown gli offre dello zucchero filato, da dentro un tombino. Niente di più difficile da immaginare, da raffigurare visivamente. Eppure lo vediamo e ci crediamo.

E così crediamo a Derry e al male che la minaccia. E avendo anche noi sei anni, crediamo ai bambini, alla magia, al coraggio.

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A questo punto la barca non ci serve più. It ha divorato George e King ci ha già fregato, abbandonandoci a Derry, senza il bambino e la barca. Quest’ultima, il nostro vettore, può scivolare silenziosamente nel tubo di scarico, beccheggiando e roteando e a volte imbarcando acqua.

“Non so se si sia mai fermata e dove; forse raggiunse il mare e lì è rimasta a navigare per l’eternità, come la magica barca di una favola. Tutto quel che so io è che galleggiava ancora cavalcando la cresta dell’inondazione quando varcò i confini municipali di Derry, nel Maine, uscendo per sempre da questa storia.”

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C’è un terzo motivo per cui leggevo King in giro, e soprattutto It. È un libro prezioso. Quando mi è stato chiesto di scrivere questo pezzo su King, ho accettato rispondendo così:

“Per me è fra i più importanti autori americani. E sarà uno di quelli ricordati. Lo reputo superiore ad autori osannati come Carver, Hemingway, Forster Wallace ecc. Per me lui rimarrà e ha il merito di aver tenuta viva la letteratura popolare. Ma è anche uno scrittore raffinatissimo. Il suo racconto Tutto ciò che ami ti sarà portato via ne è un esempio. Per anni ho buttato giù appunti per una sua biografia e ho letto e riletto le sue cose. È immenso. Per generosità e intelligenza e senso del ritmo. E calore nella scrittura, che è una cosa che spesso manca.

Credo che se in Italia gli scrittori si sono allontanati dal grande pubblico è perché spesso c’è stato snobismo verso questo tipo di autori. Pensando che la letteratura sia aggredire e non accogliere. Per questo lo stimo immensamente. Fa venire voglia di leggere e scrivere. Ed è generoso. Non so cosa potrei chiedere di più da lettore.”

Ed è più o meno quello che penso anche adesso. Mi emoziona scrivere di King. È uno di quegli autori a cui posso solo dire: grazie.

La magia esiste.


- Nicola Manuppelli è nato a Vizzolo Predabissi nel 1977. Scrive, traduce, cura, scopre e “importa” autori americani e irlandesi (fra i quali Andre Dubus, Charles Baxter, Jane Urquhart, Roger Rosenblatt, A.B. Guthrie, Sara Taylor, Gina Berriault). Collabora, fra gli altri, con Mattioli, Minimum Fax, Nutrimenti, Fazi, Clichy, Aliberti.

Suoi articoli sono apparsi su Chicago Quarterly, Numéro, D di Repubblica, Satisfiction, Il Primo Amore, Wuz.

Diversi suoi racconti sono inseriti in antologie italiane e americane. Esordisce come romanziere nel 2014 con "Bowling" (Barney Edizioni). Dello stesso anno la prima biografia italiana di Alice Munro, "La fessura", pubblicata da Barbera Editore.

È il biografo ufficiale dello scrittore americano Chuck Kinder.








pubblicato da l.cristiano nella rubrica libri il 19 ottobre 2016