Murder Ballad

di Giuseppe Martella



John Wayne Gacy, nato a Chicago, Illinois, nella primavera del 1942 si è reso responsabile della morte di 33 vittime, fino al suo arresto avvenuto nel 1978. Morì per una iniezione letale nel 1994 presso il Menard Correctional Center, nell’Illinois. A volte, per intrattenere in alcune feste i bambini, si vestiva da clown, si dava il nome di Pogo. King ha sempre negato qualsiasi affinità tra la sua creatura e Pogo. Noi non diamo credito alle parole di un mago, ma alla sua magia. E George, il piccolo George, fu pianto a lungo da Bill Tartaglia.

*

and in my best behavior

I am really just like him

look beneath the floorboards

for the secrets I have hid

Sufjan Stevens

George non fermarti, corri George, rimani nell’idea di questa corsa, via dal ‘57, dalla sua acqua, via dalla prigione del finito. Corri perché le dita possano spezzarsi e non rimangano che i piedi, corri fino a non avere leva. Via dall’oceano che ingoia le pagine. Non c’è più terra, tu devi cadere, devi lasciare che il gorgo ti guardi dal suo viola ma non guardarlo, non guardare. Le scapole di Bill sono ali, chiedono un volo, la febbre muove le sue dita, la carta chiede una forma. La prigione adesso ha una forma, ha trovato il suo limite. Tu non dovrai incontrare questo limite, non lo incontrerai più, lascerai che il dio della parola chiuda il suo cerchio. Le voci (perché parlano? perché stanno sempre lì a parlare mentre gli occhi guardano altri occhi?) si radunano nell’incontro, battono sui bustoni di sabbia, il Kenduskeag ha dimenticato i suoi argini, insiste nell’abbraccio.

Witcham Street sa innamorarsi dei tuoi demoni, apre le sue labbra per il bacio non richiesto e tu vorresti gli occhi di Bill, le sue scapole. Vorresti imparare da lui ali e visioni camminando senza movimento, guardando senza vedere. Witcham Street è il ricordo di una cantina, la luce nera dentro il fondo delle scale, l’artiglio che si incide nell’assenza, il becco sdentato di quella tartaruga. Rimarrai in silenzio. Dentro questo silenzio Bill saprà insegnarti con le parole buone. Ti spiegherà che la barca è già una nave.

Marylinn non c’è adesso, Marylinn non c’è mai stata e non importa il ‘68 se Carole non sa e ti accoglie, John. I demoni sanno stare in silenzio, sono gentili prima che il sorriso si schiuda; nessuno sa vedere. Tuo padre non c’è, John, non c’è mai stato e tu hai saputo imparare, forse non sono più vere le tue lacrime, la cinghia non ha mai bruciato sulla tua pelle. Carole è una stupida, lasciala andare, la Florida non ti ha visto felice, va’ via. Omaha non è così lontana da Chicago e Timothy sa sorridere in macchina, non ha paura. In bocca non hai più il metallo, la cantina sta nel silenzio del buio. Ora devi lavarti, non c’è vergogna, non dovrai disegnarti un sorriso.

Qualcuno ha tirato la cordicella, George, devi gridare. Il tuo viso ha ancora occhi giusti, ora vedi come il ginocchio si sia aperto, non conosci più corsa. E perché quel gatto è rintanato nello scarico? Come ha fatto ad abbracciarsi nel giallo? Perché è da questo giallo che “Salve George”, perché tutto è vero quando hai sei anni e l’idea dei sedici anni è un ricordo. “Vuoi la tua barca George?”. E tu sai che non è una barca ma una nave, sai che Bill l’ha costruita per te. Bob è gentile, insieme alla barca (“Non è una barca”, dovresti ripeterti, George, “è una nave”) dà il suo cognome, Gray, e invita per uno qualsiasi dei suoi palloncini, ora che i suoi occhi scivolano dal giallo per entrare dentro il blu.

Le dita si stringono attorno al collo per incontrarsi sulla nuca. I sedici anni di questo ragazzo non hanno un nome, sono un insulto. L’armadio terrà per sé quello che i sedici anni di questo ragazzo non hanno voluto darti, George. E fra poco verrà il cortile. Tu lo aprirai e lascerai che quei sedici anni mettano radici lì sotto, crescendo in sé stessi.

Se solo le parole avessero radici, l’aria antica che esce dalla bocca di questo pagliaccio non arriverebbe alle tue orecchie (perché gli occhi ti hanno ingannato, George, e tuo padre insieme a Bill ora è qui con te, nel blu di Bob). Il circo ha abbandonato Bob, ti pare di avere capito, ed è scappato insieme alla tempesta. Ora ballano lontani mentre Bob è solo, davanti a te, sotto di te, e non è più uno sconosciuto. Avete scambiato i nomi, li avete mescolati, ci sono chiavi. Le porte del circo, del ricordo del circo, si sono aperte (la tempesta si sarà persa nella sua furia) e le noccioline sono state appena arrostite. Riesci a sentirle, George? O forse è l’aceto, più sottile e imperioso, che raggiunge le tue narici? Lo zucchero filato non riesce a coprire la puzza dello sterco, ma va bene, va bene che il circo faccia di questi scherzi ogni tanto. Alle brutte arriverà la segatura a coprire tutto. Come l’ultima pioggia che ti sta sopra, George, come tutti gli anni che non saranno tuoi, tutti gli anni che ti ruberemo.

Tutto il giorno a costruire, per sedici ore al giorno bisogna costruire. I ragazzi non hanno soldi ma hanno mani e gambe, non hanno soldi e hanno bisogno. Anche Tony ha bisogno e qualcosa da bere lo aiuterà a sciogliersi un po’, prima che le manette gli si stringano attorno ai polsi. (Non sono tue le mani che lo hanno chiuso ai polsi. Non possono essere state le tue mani, John, a non assicurare le manette). Tony conosce la forza, non è come l’altro, non ha paura. Reagisce e ti restituisce a te stesso, al tuo legame, e tu devi supplicare, devi promettere che andrai via, che lo lascerai stare. Il tuo stomaco si gonfia sotto il peso della schiena, trova il pavimento e l’aria manca, fa un altro giro. Carole ti abbandona. Tu, John, sei scortese e non la ringrazi. E qualche giorno dopo capisci che a tua casa è per sempre a tua casa. E in questo teatro non avrai bisogno di trucchi, reciterai te stesso.

E cosa se la paraffina non avesse sigillato la barca? (Ma ricorda George, è una nave, Bill sa e ti ha detto che è una nave). La tempesta ha abbandonato il circo ma non ha scordato la barca, risale la gora, sbuca dal tombino e prende nella sua rapina la barca di Bill, e per un attimo tu, George, sei nella cantina, allora addio alle noccioline, allo zucchero filato. L’umido è inopportuno, entra nelle ossa, rammollisce le spalle, scherza sulle gambe. Bob è più caro, ti chiede se quella barca (quella nave) ti stia a cuore. Il tuo collo dice alla tua testa di annuire, “Sì, certo”. E come poi dire di no a tutti i colori dei palloncini? Tu non lo sai, George, e domandi se quei palloncini possano volare. Sì, possono volare, e tu non sarai solo (oppure lo sarai, ma non importa) perché avrai dello zucchero filato. Ne senti l’odore? Ora la cantina è più lontana, assomiglia a una macchia di terriccio. Il ginocchio non fa male.

Sembra giusto. Sotto la lavanderia, dove tutto è più pulito, proprio sotto il vano dove l’acqua non è come a Witcham Street (e perché mai dovrebbe importarti del Maine, John?, che affoghi tutto, che niente resti a galla) e pulisce, aiuta a dimenticare l’odore di Carole e dei suoi figli. Agosto ha bisogno di più attenzioni, ma quattro corpi sotto la lavanderia ci stanno. E gli altri tre? Quanto altro spazio richiede tutto questo lavoro? Gli altri tre nella cantina. Sembra non esserci nessuno in cantina, sembra non esserci mai stato nessuno davvero, nella cantina.

Ricorda l’autunno, John, ricorda quanta forza aveva Cram. Le tue parole non hanno radicato nella sua testa, l’alcol non ha sciolto alcuna resistenza. Due volte hai provato, due volte sei stato rifiutato prima che Cram andasse via bruciandoti. Se solo ci fosse dell’acqua a benedirti potresti lavarti, laveresti via la terra che copre Bundy. Lo hai rannicchiato nella terra, accanto alla camera dove dormi nei tuoi sogni scuri.

Il Penosbscot cede al rancore, ignora il poco azzurro che insiste e riesce, e su Derry tornano i fili di un sole freddoloso. Dove ha smesso il vento può la corrente e basterà un’ora perché la nave torni a essere per sempre una barca, quando Bill avrà smesso di trovare parole. La cravatta di Bob è più blu dei suoi occhi, ma più intensa è la stretta della sua mano, quando tu chiedi se i palloncini (cosa importa il loro colore?) possano davvero volare. “Volano”, canticchia Bob, mentre la mano diventa un artiglio e brucia sul tuo braccio. Tutti sentono gli spilli dei tuoi gridi che si confondono con gli ultimi spilli della pioggia del tuo ultimo autunno.

Non ci sarà pioggia dentro il nero del tombino ma tu non affogherai, George. Bob non dimentica la sua gentilezza e ti promette che non affogherai. Tu galleggerai, George, lo stai già facendo. E nel tempo imparerai a volare, sarai tutti i colori di tutti i palloncini che hai voluto prendere. Bob manterrà la sua promessa. Quando i tuoi occhi saranno pieni di pioggia e tua madre sarà stata già sedata tu non ci sarai più. Starai volando.

John sei stato gentile con Donnelly, lo hai liberato, hai tolto la corda dalle sue mani, la polizia non gli ha creduto. E nella sua libertà hai ritrovato la tua. E Jeffrey ha parlato anche lui, lontano dal fiume, ma nessuno ha voluto parlare con te.

Il tuo ultimo autunno è stato un regalo di Robert. Quanti corpi buttati nel Des Plaines non sono stati raccolti. La polizia non crede a Jack, tu sai che la colpa è solo sua eppure nessuno ti dà retta e Jack può scappare ovunque, può infilarsi nel marcio di una fogna, dentro il buio di un cantina. E il tempo per te non esiste più. Sei stato incarcerato e Jack (nessuno ti crede, nessuno crede a lui) è scappato con le chiavi. Ora raccogli tutti i colori che hai, John, disegna per chi non vuole credere al sorriso dipinto sul tuo viso, alla tua magia. Sono tutti stupidi, sono una banda di perdenti.

(Giuseppe Martella, nato a Chieti nel 1978, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato poesie.)








pubblicato da l.cristiano nella rubrica libri il 18 ottobre 2016