Pacco bomba

di Chiara Donnini



Stamattina ho aperto gli occhi e li ho richiusi. Ho visto il pacco bomba ai piedi del materasso e sono rimasta immobile, pancia sotto, il naso mezzo schiacciato sul cuscino. Questo mi frega: l’andirivieni di comunione e secessione. Questo patetico abbaglio di un armistizio che si sente, sprofondando nella carne di un altro; il cervello per un attimo dimentica se stesso, dimentica, il cane, di farmi notare che io sono io. Questa piccola sospensione dell’essere che arriva a volte con uno sguardo, una parola, con le dita che di nascosto si trovano, cuginetti la domenica e scoppia la gioia, una trombetta coi coriandoli che leva in aria un suono stupido e festoso e precipita a terra inesorabile il suo carico di carta colorata. Questo credersi almeno in due s’incrina nello spazio di un tavolino da caffè che ci mette di fronte e ci fa guardare oltre l’altro in direzioni opposte. Questo disgrega più della solitudine sferica che mi contiene quando nessuno là fuori mi aspetta, effimera promessa di evasione dall’essere io.

L’ago balla il salterello sulla pelle del mio braccio, su giù su giù, stamattina è ridente, disegna con precisione, è dimentico di tutto. Lo fisso con curiosità, come se non fosse affar mio ma lo potesse diventare. Il tatuaggio è come una sbronza, c’è il tatuaggio allegro e il tatuaggio triste. Oggi tatuaggio allegro, mi fa quasi il solletico e mi canta: sei viva, sei viva. Osservo la concentrazione sul viso di Alberto. Lavora leggermente chino verso di me, ha un’ombra azzurra che gli distende i lineamenti, è distante, è un palloncino sospeso. Mi piace guardare come si prende cura di ogni linea che traccia sul mio corpo, sono il suo foglio da disegno vivente. Non semplice fare il foglio da disegno, ci vuole una certa attitudine, ci si deve fidare, a f f i d a r e, abbandonare all’indietro senza occhi. Schiva il neo che c’è sul suo cammino, uno bello grosso e in rilievo, sembra uno dei bottoni cabochon con cui giocavo sul tavolo della Zaira. Zaira, la rosa, la splendente, la protettrice, andava nello sgabuzzino e tirava fuori le scatole di bottoni accumulati in una vita a cucire e scucir vestiti. Nonna, giochiamo ai bottoni? Ventidue rossi, quelli del vestito della signorina Aura, l’amica. Uno per il re, uno per il cavaliere, uno per il fante, uno per il contadino con la falce. Alberto sembra sempre appena sceso dal letto, trasandato quanto basta a ingannare la distrazione, ma è tagliente come una lama, te lo dice con le mani. Sta incidendo la mia pelle con la dovizia di un miniaturista medievale, spirali e mostri linguacciuti, spruzzata d’oro zecchino. Zzz... zzz... la pelle dice no, no, questa linea è di troppo, è il segno che non si può superare e lui che ci dà dentro, la ricalca più volte, fa male? chiede col sorriso Alberto. Alberto sorridi pure, io sono già via da qui, io sto già danzando da sola. [Senti] Un bel dì, vedremo levarsi un fil di fumo sull’estremo confin del mare. E poi la nave appare. La nave appare. I piedi scorticati per toccare appena la terra, un punto d’appoggio in gesso, braccia scarne che raccolgono l’aria, cercando di vincere la gravità, la testa gira di scatto come un mirino in movimento. Poi tutto finito; il sudore raccolto, ripiegato e riposto accuratamente in odore di rinuncia forzata, d’altronde i lavori seri sono altri.

Lui ha un nome antiquato, lo stesso che portava il nonno. È entrato nel mio campo visivo di spalle, fuma in disparte, ha il capo ricciuto rivolto all’indietro, gli vedo la punta del naso. Guarda la volta del cielo o fiuta l’aria come un animale o soffia semplicemente il fumo, in posa. Facciamo mezzo secolo in due ma indossiamo già i segni di quest’epoca strana, in bilico tra legge del profitto e intrattenimento, apocalisse da camera compresa. Me lo sono portato a casa mezzo ubriaco mentre racconta cazzate a valanga. È più grande di me ma parla di suo padre come un bambino umiliato senza motivo, col viso acceso e i pugni stretti. Entriamo in casa di corsa perché deve vomitare, ci avrei giurato. Gli dico: vomita piano che c’è gente di là. Lo lascio in bagno e vado nella mia stanza, accendo la lucina sul pavimento, accanto al materasso. Lui arriva appoggiandosi al muro, continua a chiedere scusa e si tiene la testa tra le mani. Sta tremando, aspetta che io parli. Ma io non lo faccio. Lui si è seduto in un angolo, sembra fragile, mi dice che mi ama pazzamente, lo dice a voce bassa, quasi arrabbiato, ma è sbronzo, non parla con me, come potrebbe amarmi. Poi tace e si guarda le mani che tiene in grembo. Io non rispondo. Io non lo amo. Lui non sa nulla di me, non saprà mai nulla dell’essere che io sono, non riuscirà mai ad afferrarmi. Proprio perché lui ignora, io posso essere me stessa: mi era piaciuto già sul balcone, mi piace, tutto dipende da me. Gli dico per scherzo: vorrei che non mi amassi, vorrei che tu facessi come fai con le altre donne. Lui mi guarda spaesato, non ha afferrato la battuta, ma si alza, mi abbraccia e mi sfila il vestito e le mutandine di cotone e mi depone nuda sul materasso. Con una mano si aggrappa ai miei capelli e con l’altra mi apre le cosce, ha lo sguardo affamato, poi si mette a piangere e si gira dall’altra parte ancora vestito. Allora gli accarezzo la testa riccia e gli sussurro all’orecchio cose. Lo spoglio piano, un pezzo alla volta, sempre accarezzandolo sulla bocca, sugli occhi. Anche lui ora è nudo, seduto a gambe incrociate con il sesso dritto. Aspetta e mi guarda. Io non so mai cosa fare con quel sesso dritto puntato contro, ma il suo mi fa tenerezza, così ostinato. Lo prendo tra le mani e comincio a giocare, gli parlo, lo sgrido. Lui ride, io rido. Lui mi prende per i fianchi e mi mette a cavalcioni sopra di sé; mi tocca per darmi piacere, per non farmi male. Entra in me piano e io sussulto, sento dolore, ma lui è troppo eccitato e non riesce a fermarsi. Mi afferra la vita e mi stringe più forte, anche se sono io ora a tremare e grido piano e non per il piacere. Io dico: mi fai male, fermati. Lui dice: non ci riesco, mi fai godere, stai buona, stai zitta, dai che ti piace. Lui mi tira i capelli e mi lecca la bocca e sarà questo gesto o la sua voce, o qualcosa che si è spezzato dentro di me, ma il piacere lo sento davvero e ora ansimo senza vergogna e cerco la pelle di lui, lo annuso, lo mordo. Sono qui con quest’uomo di dieci anni più grande, ma sono anche altrove. Sono sul cassettone di fronte a noi e ci osservo e sto già pensando a come descriverò tutta la scena, a cosa ometterò, a cosa cambierò seguendo la mia immaginazione. Mi sento un essere così perverso, ma sono così. Questa sono io.

Stamattina ho aperto gli occhi e li ho richiusi. Ho visto il pacco bomba ai piedi del materasso e sono rimasta immobile. Non so come ci sia finito per terra, là in fondo. Era talmente sbronzo. Sono sdraiata a pancia in su (com’è possibile? non dormo mai a pancia in su), la stanza è in penombra, arriva la luce a nastri dalla persiana, vedo la sagoma di un uomo avanzare lenta nella stanza. Sta aggirando il letto, non è lui, lui è ancora disteso sul pavimento. Provo a muovermi ma ho le membra inchiodate come se avessi ingoiato piombo a sorsate. L’uomo è a un soffio da me, sento il suo respiro sulla faccia, apro la bocca, provo a urlare e la voce niente, è scomparsa, perduta, l’aria esce senza incontrare l’ostacolo delle mie corde, sono uno strumento muto. Al culmine del parossismo apro gli occhi ma l’uomo è scomparso, risucchiato dal mio inconscio. Lui invece è qui, il pacco bomba. Lo guardo dormire, gli sfioro la schiena: questo stavolta mi frega, lo so.

Poi è scoppiato, il pacco, poi l’ho amato davvero, poi è finita e, depositati i detriti, ancora un po’ ebbra, sono approdata da Alberto che ci dà dentro con l’ago sulla linea, la ricalca più volte, e mi chiede col sorriso: fa male?








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 16 ottobre 2016