Niente bugie: i mostri esistono!

di Cristò



1.

Oggi, 5 settembre 2016, a Bari è finita l’estate.

Sta finendo in questo momento: piove un acquazzone già autunnale e non c’è nessuna speranza che alla fine le nuvole nere si apriranno per lasciare posto al sole. Le strade non si asciugheranno velocemente perché il primo pomeriggio lascerà il posto all’oscurità della sera. Domani sembra che ci sarà il sole, ma dopodomani – dice l’app metereologica – pioverà ancora.

Dopo oggi gli altri giorni saranno più autunnali che estivi, e poi man mano invernali.

Oggi è quel giorno; il giorno che ogni bambino detesta e ama.

L’estate finisce e tutto torna normale, da oggi in poi ci sarà meno tempo per giocare e farlo sarà più difficile.

Adesso che piove forte, per esempio, i ragazzini che fino a questa mattina giocavano nel cortile su cui affaccia l’unico balcone di casa mia sono stati frettolosamente, e a gran voce, richiamati in casa dai genitori. Le biciclette sono state riposte sotto i balconi.

Il pallone si sta bagnando, invece, al centro del cortile.

A proposito sono sei ragazzi e una ragazza, uno dei ragazzi è di colore – davvero, non sto inventando – indiano però! Naturalmente c’è anche il ciccione. Penso che nessuno di loro sia ebreo.

Il cortile è l’interno di un grande palazzo del 1930: un casermone che racconta un tempo in cui anche i casermoni dovevano avere un aspetto signorile e appartamenti con volte alte e stanze ampie. Un palazzo costruito da una cooperativa di muratori per se stessi e per le loro famiglie, così mi hanno detto. Un casermone in cui tutti gli appartamenti hanno il balcone o la finestra della cucina che affaccia sul cortile perché i ragazzi possano giocare liberamente ma sapendo di essere sempre sotto controllo. Una specie di panopticon al contrario.

Sto fumando una sigaretta su uno di quei balconi, protetto da una veranda color bronzo che qualcuno ha fatto installare prima che io venissi ad abitare qui. Ho in mente un fermo immagine: Beverly si è appena voltata perché si sentiva osservata e si è appena accorta che alle sue spalle ci sono Victor e Belch, ma soprattutto c’è Henry. Henry ha appena fatto scattare il suo coltello a serramanico… poco prima una voce proveniente dalla grata di un tombino delle fogne gli ha sussurrato uccidetela! Beverly non ha sentito quella voce, l’ha sentita solo Henry e forse l’hanno sentita Victor e Belch. Beverly sta scappando da suo padre, anche lui a quanto pare vuole ucciderla perché crede che i ragazzi con cui gioca giù ai Barren abbiano violato la sua verginità. Mia figlia, invece, dorme nella sua culla da poco più di mezzora; è il suo sonnellino del pomeriggio. Ho interrotto la lettura per venire a fumare e mi sto interrogando sul sonno di Miriam, undici mesi, addormentata in una culla nella penombra di una stanzetta già quasi arredata per la sua futura infanzia. M’interrogo soprattutto sul suo mondo onirico e lo faccio da quando è nata. Cosa sogna un neonato? Quali immagini produce un cervello che conosce così poco? Cos’è il mondo per lei? Cos’è la realtà per una persona che non conosce il concetto di fantasia?

Mentre m’interrogo e fumo guardo l’acquazzone, le bici sotto i balconi, il pallone al centro del cortile, l’estate che finisce.

Per chi non lo sapesse Beverly Marsh è una bambina con i capelli rossi che vive a Derry, negli Stati Uniti, ha un padre spiantato e violento. Nel 1958, Beverly, ha dodici anni a quanto racconta Stephen King nel suo romanzo It. A Derry, nel 1958, stanno scomparendo decine di bambini e molto spesso i loro cadaveri vengono rinvenuti orribilmente mutilati. Beverly lo sa, lo sanno anche i suoi amici, quelli con cui gioca giù ai Barren, una zona periferica della città in cui scorre un fiumiciattolo nel quale viene convogliata una parte delle acque di scarico di Derry. Lo sa così bene che lei e i suoi amici hanno deciso di uccidere il colpevole di quelle morti: It. Ognuno di loro l’ha incontrato ed è riuscito a sfuggirgli; a ognuno di loro It si è mostrato in una forma diversa.

Miriam urla all’improvviso nella casa deserta, urla nella penombra di una stanza, nel caldo del suo pigiamino (che oggi che è finita l’estate ha per la prima volta dopo tre mesi le maniche lunghe e finisce dove finiscono i suoi piedi, uno di quei pigiamini che la fa sembrare Pisellino in Braccio di Ferro), urla per chiamarmi, me o la mamma, urla come fosse appena nata un’altra volta. Spengo velocemente la sigaretta stritolandola nel posacenere poggiato sulla lavatrice e vado da lei.

Ha gli occhi aperti, sbarrati, umidi. Quando mi vede sembra non riconoscermi immediatamente, ma smette di urlare, mi studia. Come fa un bambino così piccolo a spaccare la realtà in due, a dividere il sonno dalla veglia, il sogno dalla vita desta? Cos’è che l’ha svegliata così all’improvviso? Un incubo? Sì, deve essere stato un incubo se ha cominciato a urlare così all’improvviso. Qual è la materia degli incubi di un lattante? Di cosa ha paura questa creaturina iperprotetta che conosce così poco del mondo? Quale animale feroce può aver sognato lei per cui gli animali sono piccoli esseri immobili, gommosi, colorati e sorridenti? Quale mostro ha prodotto il suo cervello appena formattato che non conosce neanche il concetto di mostro? Che conosce solo me e sua madre, i nonni, qualche amico? E se fossi io il protagonista del suo incubo? Una versione di me trasfigurata? Sarà per questo che adesso mi sta studiando? Sarà per questo che non allunga le braccia verso di me per essere presa in braccio, per essere consolata? Se fosse così, se fossi io il mostro che ha sognato, come potrebbe adesso, appena sveglia, capire la differenza? Come potrei consolarla?

Mi avvicino e lei continua a guardarmi; forse il fermo immagine di Beverly che si volta e vede Henry alle sue spalle con un coltello in mano, di Bev che sta scappando da suo padre che vuole ucciderla, forse questa gif animata che ho nella testa deve avermi suggestionato.

Cancello tutto: Miriam è sempre la mia priorità e oggi è la prima volta che l’estate finisce da quando lei esiste.

Sgancio le bretelle che la tengono ferma nel passeggino (forse si chiama navicella nella nomenclatura contemporanea degli accessori per bambini, oppure ovetto… non li so distinguere) e la prendo in braccio. Lei accascia la testa nell’incavo tra la fine del mio collo e l’inizio della spalla, combaciamo perfettamente, quella parte del mio corpo sembra costruita apposta per accogliere quella rotondità. Le sue piccole braccia mi abbracciano; è un abbraccio minuscolo e le sue mani si aggrappano alla maglietta che indosso. Il mio braccio sinistro diventa il suo sedile. Anche le sue piccole gambe mi abbracciano, mi abbracciano la pancia e parte del fianco sinistro.

Si è tranquillizzata, ma è chiaro che non dormirà più per questo pomeriggio. «Che è successo? – le chiedo quasi sussurrando – Hai fatto un incubo? Hai mal di pancia?»

Lei mi risponde rimanendo nella stessa posizione, forse stringendo ancora un po’ la mia maglietta con i suoi piccoli pugni, rallentando il ritmo del suo respiro.

Oggi siamo soli in casa, io e lei.

Fuori piove.

L’estate è finita.

2.

Ho finito di leggere It di domenica e avevo ragione: l’estate è finita. Dopo l’acquazzone di lunedì scorso le temperature sono scese di una decina di gradi e, nonostante oggi ci sia un bel sole caldo, ho messo una camicia sopra la maglietta prima di uscire di casa: stanotte c’è stato un temporale fortissimo, tuoni così non ricordo di averli mai sentiti. Squarciavano il rumore della pioggia scrosciante con una violenza che m’impauriva. Miriam si è svegliata un paio di volte, non ha pianto ma ha allungato una manina verso il mio braccio e l’altra verso il braccio della mamma: «ci siete?». Mi sono ricordato della descrizione delle esplosioni del bombardamento di Dresda fatta da Vonnegut in Mattatoio n°5: “Il cannone fece un rumore che sembrava uno strappo, come se si fosse aperta la cerniera lampo sulla patta dei calzoni di Dio onnipotente.”

Ho anche pensato che Miriam stava incamerando un’ottima colonna sonora per un incubo. Un po’ di spaventosa realtà per le sue sinapsi nuove nuove. Insomma ho dovuto mettere una camicia sopra la maglietta a maniche corte per essere sicuro che l’aria fredda del post temporale non cogliesse impreparate le mie braccia ancora parzialmente abbronzate. L’asfalto è ancora bagnato, anche se il grosso dell’acqua che stanotte ha inondato la strada è stato convogliato nei canali di scarico sotto i marciapiede. (Bari ha una specie di Barren: lo chiamano Canalone. È un grosso invaso artificiale, una specie di fiume perennemente in secca che gira intorno alla città e serve per portare l’acqua delle piogge eccessive fino al mare. È stato costruito dopo un’alluvione più di cinquanta anni fa.) Al bar, mentre prendo il caffè, una signora sta commentando col banconista i tuoni della notte; «stiamo diventando un paese tropicale – dice – adesso abbiamo anche la stagione delle piogge». Poi vado a comprare le sigarette e anche nel tabaccaio c’è qualcuno, un ragazzo in tuta, che commenta: «era tutto illuminato a giorno, fulmini, lampi e saette su tutto il cielo… e i tuoni? Hai sentito che tuoni?». Io che ho finito di leggere It ieri pomeriggio vorrei dire che ho avuto paura; che credevo di essere a Derry e che il Canalone fosse pieno d’acqua e che nelle fogne si stesse consumando una battaglia epica e che alla fine Bari sarebbe sprofondata in una voragine. Vorrei dire che stanotte ho creduto davvero al ragno gravido di uova malefiche, a quella stronza di It. Invece non commento, compro le sigarette e, uscendo, ne accendo una. La prossima tappa è il giornalaio: lui sa della stronza, ha letto It prima di me, conosce King meglio di me; è un appassionato.

«Sei stato nelle fogne stanotte? – gli dico prima di salutarlo – L’avete stesa la stronza?»

«Ce l’hai fatta – dice lui – l’hai finito! Fantastico, vero?»

«Mica tanto», rispondo.

«Non ti è piaciuto?», chiede.

«Moltissimo – rispondo – ma non l’ho trovato così fantastico, anzi l’ho trovato piuttosto realista».

Nicola non è un edicolante qualsiasi; è un lettore vorace e raffinato e capisce al volo, infatti mi sorride.

«Realista? – chiede – con il clown, la mummia, il lupo mannaro, il ragno gigante, la tartaruga infinita e tutto il resto?»

So che sta per partire una di quelle discussioni infinite che posso fare solo con Nicola, ma entra una signora che chiede Sorrisi, lui tira fuori da sotto il banco TV Sorrisi e Canzoni.

«Dai – riprende Nicola – è un romanzo bellissimo, è un bellissimo romanzo fantastico».

«Esiste ancora?», chiedo.

«Cosa?».

«TV Sorrisi e Canzoni… esiste ancora?», rispondo.

Nicola ride: «Non si vende più come una volta».

3.

Quando torno a casa Miriam sta dormendo; è il suo sonnellino della mattina. Dorme nonostante i bambini nel cortile stiano giocando e urlando e prendendo a pallonate un muro del palazzo. Conosce quel chiasso da quando è nata e anche lei, tra qualche anno, sarà lì a fare chiasso nel cortile e io e sua madre potremo guardarla dalla veranda della cucina.

Sono arrivati altri clienti e alla fine la discussione con Nicola è rimasta appesa. Ne riparleremo, sono sicuro. Rimango dell’idea che It sia un romanzo realista, anzi profondamente realista. Leggendolo non ho avuto l’impressione che l’autore stesse inventando; il mondo in cui sono stato catapultato non era posticcio, ma assolutamente reale. Derry non è una città immaginaria ma un luogo reale come Bari con il suo canalone, il bar, il tabaccaio, il giornalaio; le strade ancora umide dell’acquazzone di ieri e i discorsi della gente ancora rintronata dalla potenza del temporale di questa notte, la gente che cercava una spiegazione razionale nel cambiamento climatico dovuto al riscaldamento globale, ma che in realtà ha avuto paura che fosse arrivata l’Apocalisse. Come ho avuto paura io.

E se Derry, come sostiene Mike Hanlon (uno dei sette bambini, il nero) nei suoi scritti da adulto, è una città posseduta, allora lo è anche Bari e Miriam, beh, Miriam è in pericolo. Sono in pericolo i bambini che prendono a pallonate il muro qua sotto. Sono in pericolo tutti i bambini.

Stephen King mi ha riportato a Derry per farmi vedere la verità, per farmi riconoscere il reale. Mi ha detto che per sconfiggere il male bisogna credere che il male esiste e allora sarà possibile vederlo e combatterlo. Mi ha detto che questo accade con maggiore naturalezza quando si è bambini e diventa molto più difficile quando si diventa adulti. Perché se il male non ti ha divorato da bambino allora ti ha ammaliato, ti ha conquistato, ti ha colonizzato. It è un romanzo realista perché racconta la realtà delle cose; questo è quello che penso. Forse non racconta una storia vera (anche se mi verrebbe voglia di sostenere il contrario) ma racconta il reale. Racconta che l’unico modo di crescere è dimenticare di aver visto e di aver creduto, e che questo è inevitabile, e che questo è lo sporco gioco del male, lo sporco gioco di It. Stephen King mi ha spiegato che non ricordo quello che ho visto da bambino, che non posso ricordarlo, ma che l’ho visto sicuramente. Allora ho cercato di ricordare e ho trovato in fondo in fondo un uomo magro in calzamaglia nera, vestito come Diabolik, che per molte notti ha tentato di mettermi sul petto un ferro da stiro rovente. Nonostante fossi un bambino sono sempre riuscito a cacciarlo. Ma forse era solo un sogno ricorrente. E allora ci ho pensato ancora e mi sono illuminato (sono tornato a Derry). Eccoti It, brutta stronza.

4.

Il 23 novembre del 1980 avevo quattro anni e stavo giocando nella mia cameretta. All’epoca avevo una piccola libreria di vimini, bassa abbastanza perché potessi arrivare anche allo scaffale più in alto mettendomi sulla punta dei piedi. Lì c’erano tutti i libri che mi piacevano, quelli pieni di grandi disegni da cui ricavavo ogni volta storie diverse. Stavo prendendo uno di quei libri quando tutto ha tremato e la libreria mi è rovinata addosso. Mi sono ritrovato sepolto sotto quei libri e sono rimasto immobile e atterrito fino a quando le braccia di mia madre non mi hanno tirato fuori. Poco dopo eravamo per strada insieme a tutta la gente del palazzo, a tutta la gente del quartiere. Guardavamo in alto nonostante il terremoto fosse venuto dal basso. Siamo scappati via: io, mia madre, mio padre e mio fratello di due anni ci siamo ritrovati in macchina nel buio novembrino a correre verso la casa in campagna che i miei prendevano in affitto tutto l’anno per passarci i fine settimana e l’intera estate.

Quello dell’Irpinia è stato il primo e ultimo terremoto vero che ho sentito. Poi è arrivata It.

Durante tutta la mia infanzia e la mia pubertà ho sentito e visto decine di terremoti che sentivo e vedevo solo io. Non ricordo (è così che funziona …It ti fa dimenticare) quando è stata la prima volta, però succedeva che, per esempio mentre eravamo a tavola per pranzo o per cena, i lampadari cominciassero a ondeggiare e i bicchieri nella credenza di mia madre a tintinnare. Sentivo il tavolo che si muoveva e i quadri si spostavano. L’acqua nei bicchieri cominciava a fare su e giù. Gli altri continuavano a mangiare tranquillamente. Le prime volte sono saltato sulla sedia, ma nessuno vedeva, nessuno sentiva. Al telegiornale del giorno dopo non c’era nessuna notizia di terremoti vicino a Bari.

Succedeva anche a scuola. Sentivo i vetri delle finestre tremare e il mio banco cominciava a sbattere contro quello del compagno accanto a me. Ma la maestra continuava a spiegare come se non stesse accadendo niente. Ho imparato presto a trattenere il terrore, a cercare il terremoto nelle facce degli altri prima di alzarmi e scappare; poi ho dimenticato e It non è più tornata a far tremare il mondo attorno a me.

Adesso che ricordo, adesso che sono tornato a Derry, ho paura che succeda di nuovo.

5.

Mia moglie compare sulla porta con Miriam tra le braccia. Si è svegliata senza piangere e, come fa sempre quando si sveglia tranquilla, mi sorride e fa ciao ciao con la manina. Io ricambio il saluto e mi alzo per riscaldarle il latte della Plasmon. Lei capisce e batte le mani. Pappa.

Faccio partire il timer dello scalda-biberon e vado in veranda per fumare un’altra sigaretta. I sette bambini giocano nell’estate appena finita. Sono tutti riuniti al centro del cortile e confabulano sotto un pino mediterraneo smilzo alto cinque o sei metri. Le biciclette sono poggiate per terra, il pallone è rotolato sotto un balcone poco lontano.

A un certo punto uno dei bambini, l’indiano, urla: «Niente bugie: i mostri esistono». Poi scappa via e tira un calcio nervoso al pallone che si schianta contro il muro e rimbalza dall’altra parte del cortile.

Gli altri lo guardano allontanarsi a testa bassa verso il portone di casa sua; anche io lo seguo con lo sguardo, poi sento un rumore, una rottura, e i miei occhi intravedono qualcosa di grande che si muove, qualcosa che non si dovrebbe muovere. Mi giro istintivamente verso il centro del cortile e vedo il pino muoversi, crollare verso il basso prima lentamente e poi sempre più velocemente.

Il terremoto, oppure It.

La caduta dura poco, ma torna in me il terrore che gli altri non vedano, che solo per me il mondo si stia muovendo come non deve. Invece la bambina urla e il ragazzino ciccione le dà una spinta che la fa cadere per terra ma evita che l’albero le cada addosso.

Cinque minuti dopo sono giù insieme a tutti gli altri inquilini del casermone in cui abito. Osserviamo quel cadavere di sei metri steso nel cortile. Una signora sta dicendo: «Il temporale di stanotte, è colpa del temporale», «per fortuna non si è fatto male nessuno», dice un vecchio. Poi tutti dicono qualcosa di simile; io rimango in silenzio.

(Cristò (1976) scrittore e musicista. Ha pubblicato quattro romanzi con i quattro editori che gli hanno risposto. L’ultimo è La carne, Intermezzi, 2016.)








pubblicato da l.cristiano nella rubrica libri il 16 ottobre 2016