Una folle, gigantesca sovraesposizione – Diventare adulti tra “Il corpo” e “It”

Dario Rossi



C’è una parola finlandese che indica la nostalgia che si prova per un posto in cui non si è mai stati. Si dice: Kaukokaipuu. A volte vorrei conoscere una parola che indichi lo struggimento, la paura, la felicità che ti dà un libro che non hai mai letto, un film che non hai mai visto. Nella mia vita di persona sostanzialmente pigra sarebbe molto utile.

D’altra parte le cose che entrano nell’immaginario collettivo non hanno bisogno di essere esperite per essere conosciute. E poche cose sono entrate nell’immaginario della mia generazione come It di Stephen King. Io ho avuto per anni, forse per decenni paura di It, senza mai averlo visto o letto. Ho invertito i verbi non a caso: per chi come me è nato nel 1984, It è stato un film prima che un libro. It era il ghigno di Tim Curry, e la violenta inquietudine verso i clown che ci avrebbe segnato un po’ tutti, anche perché dava il giusto tocco di maledettismo alla nostra adolescenza di là da venire: “Di che cosa hai paura?” “Dei clown.” “Ah”. Da piccolo ero quello che si dice un fifone, sbirciavo i film d’azione o dell’orrore che vedevano mio fratello e mio padre stando rannicchiato dietro la poltrona, oppure di corsa, transitando davanti al salotto per raggiungere il corridoio buio che portava alla cameretta. Le immagini della tv si stampigliavano a lampi sulla mia sensibilissima retina, pronti a tornare a farmi visita come incubi a occhi aperti oltre che chiusi. Nel silenzio di casa di mia nonna, in certi pomeriggi invernali già bui alle quattro, una voce mi offriva ogni tanto un palloncino.

Arrivato alle medie ho smesso di avere paura dei film, e anzi mi appassionavano gli horror degli anni settanta e ottanta, eppure chissà perché non ho avuto mai il coraggio di affrontare il famigerato pagliaccio, né un qualsiasi altro romanzo di Stephen King. Col senno di poi, mi rendo conto di aver messo inconsciamente in atto una strategia di avvicinamento a It che è passata in prima battuta per il Joker dei cartoni animati, apparso nelle tv italiane nel 1993, poco dopo la miniserie di It. La scelta aveva una sua logica, perché Joker era stato forse il primo clown a segnarmi: nell’ottobre dell’89, qualche anno prima che Pennywise passasse di sfuggita nel mio campo visivo, mia madre doveva portarmi via in braccio dal cinema, piangente, terrorizzato dalla faccia di Jack Nicholson. Il Joker dei cartoni era certo più abbordabile di quello di Tim Burton, e infinitamente più innocuo del pagliaccio di Tim Curry.

La seconda manovra di avvicinamento a It è stata – me ne accorgo solo ora – la folgorazione per il killer travestito da clown di Broken sword, il segreto dei templari, primo videogioco punta-e-clicca della mia vita e probabilmente prima opera ad accendermi un barlume di consapevolezza circa le potenzialità della narrazione, nell’estate brufolosa del 1996.

Il mio inconscio deve aver poi mollato il colpo su It (la stava comunque prendendo larga, c’è da dire), perché poi non ho avuto il coraggio di affrontarlo né durante il liceo, né all’università, né in seguito. C’è voluto, lo ammetto, un articolo di Nicola Lagioia su “Internazionale” per decidermi a leggerlo quest’estate, tra un viaggio in metro e l’altro, all’andata e al ritorno dall’ufficio. Mi correggo, non è vero, c’è voluto qualcos’altro: l’hype generalizzato e generazionale per la serie Stranger Things di Netflix, che rimbalzava tra i post di Facebook, gli articoli e le conversazioni con i miei coetanei. “L’hai visto Stranger Things? No? Devi vederlo, c’è dentro tutta la nostra infanzia.”

Per quel bastiancontrarismo che mi affligge, invece di guardare Stranger Things ho letto It, ed era ben strano seguire le avventure di Bill Tartaglia e dei Perdenti mentre internet traboccava di frame di una serie scritta e girata oggi ma popolata di biciclette nei boschi, walkie talkie, mostri e ragazzini impavidi.

Mi sono venute in mente altre immagini di altri film, altre biciclette, altri ragazzini. Nella confusione dei ricordi, ho avuto la netta sensazione che, quando ero piccolo, i film fossero tutti fatti così: c’era sempre il bambino ciccione simpatico che si rivela un eroe, quello magrolino che non si stacca dalla pompetta dell’asma, la ragazzina un po’ maschiaccio di cui puntualmente ci innamoravamo, la banda di bulletti più grandi destinati alla fine a mordere la polvere. Tutte queste cose erano anche in It (l’avevo intravisto), ma con una diversa gravitas. It si stagliava sul confine tra le cose per ragazzi e le cose per adulti, era qualcosa di terribile e ignoto eppure familiare. Aveva la stessa grammatica di quei film, ma una sintassi stravolta. Allora ho pensato che It è stato in qualche modo, per noi, la summa di un’epoca, intesa come infanzia (la nostra) e come periodo storico (quegli anni ottanta che spesso, nelle periferie dell’impero, slittavano sui novanta). La contiene dentro tutta, e quasi non ce ne accorgiamo. L’impressione che avevo è che in ogni caso It fosse arrivato alla fine di quest’epoca, a chiuderla e a consegnarcela inscatolata e pronta per la soffitta dei ricordi, un viatico perché potessimo diventare adulti.

Ho voluto calare questa vaga idea nella realtà dei nudi fatti, e ho stilato una piccola cronologia. Mi sono chiesto: in che contesto Stephen King scriveva It e lo rivedeva poi per la pubblicazione? Secondo la nota di chiusura, Itè stato cominciato a Bangor, nel Maine, il 9 settembre 1981, e completato a Bangor, nel Maine, il 18 dicembre 1985”. Sarebbe poi uscito nelle librerie (anche a Bangor, nel Maine) nel settembre del 1986.

So che i libri sono una cosa e i film sono un’altra, ma per quello di cui sto parlando, che per comodità continuerò a chiamare “immaginario”, non c’è differenza. Anzi, forse i film, per dei ragazzini cresciuti in quegli anni, hanno un peso generazionale maggiore dei libri: io e i miei compagni di classe leggevamo magari libri diversi, ma guardavamo gli stessi film.

Nei cinema, tra il 1981 e il 1986, uscivano in ordine, tra gli altri: I predatori dell’arca perduta, Interceptor, 1997: fuga da New York (1981), E.T. – L’extra-terrestre, Poltergeist, La cosa (1982), Wargames, Il ritorno dello Jedi, Christine – La macchina infernale (1983), Nightmare – Dal profondo della notte, I Gremlins, Indiana Jones e il tempio maledetto, Ghostbusters, La storia infinita (1984), I Goonies, Ladyhawke, Ritorno al futuro, Piramide di paura (1985), Highlander, Labyrinth, Grosso guaio a Chinatown, Stand by me (1986).

Scorrere la lista è impressionante: non tutti questi film rientrano nella tipologia “ragazzini-su-biciclette”, e alcuni puntavano a un target adulto, ma tutti hanno contribuito, in un pugno di anni, a costruire quasi dal nulla quell’immaginario di culto che affolla le bacheche delle pagine web nostalgiche “Sei nato negli anni ’80 se…”.

All’epoca non lo sapevamo, ma molti dei film per ragazzi di quegli anni erano legati tra loro, nati da una precisa idea di cinema di intrattenimento, creati dalla stessa cerchia di persone: Richard Donner, Chris Columbus, Robert Zemeckis, Joe Dante e soprattutto George Lucas e Steven Spielberg stavano dietro una percentuale molto alta dei nostri sogni di ragazzi. Partecipavano in modo diverso ai film, di volta in volta registi, produttori, soggettisti, sceneggiatori o solo consulenti.

Indiana Jones, per esempio, è nato da un’idea di Lucas, che voleva rifare i suoi amati serial avventurosi degli anni trenta e quaranta, così come Guerre stellari era nato come omaggio alla fantascienza anni cinquanta. Ritorno al futuro è un curioso film dove una macchina del tempo invece che nel futuro sbarca… nel 1955. E I Goonies derivano da un soggetto di Spielberg, che voleva operare il “trattamento Indiana Jones” al cinema per ragazzi: i tracobetti di Willy l’Orbo avevano la stessa matrice di quelli di Indiana Jones, che a loro volta citavano affettuosamente quelli che Lucas e Spielberg avevano scoperto da bambini sui fumetti di Zio Paperone di Carl Barks.

A costo di dire una banalità, ogni volta che un artista racconta l’infanzia, racconta la propria infanzia. È per questo che il cinema per ragazzi degli anni ottanta è così intriso di nostalgia per gli anni quaranta e cinquanta, una nostalgia che non è citazionismo postmodernista ma struttura e memoria: tutte quelle cavalcate in bicicletta, nei Goonies come in E.T., sotto un velo di contemporaneità raccontano il passato, un’epoca dove c’erano sicuramente meno macchine, meno traffico, meno città. Lo sguardo è insomma sempre strabico: dietro ogni storia di bambini c’è l’adulto che le racconta, che rivive un’infanzia mitizzata ed epica, fatta di avventure in cui si inciampa appena fuori di casa.

Ecco, l’avventura. A separarci da quel tipo di storie è anche una specie di salto di paradigma, avvenuto senza che quasi ce ne accorgessimo: con tutte le differenze del caso, ognuna di quelle narrazioni era una storia di avventura, un racconto di formazione che scaturiva da un evento straordinario capitato sul limitare della quotidianità. Una mappa del tesoro scovata in soffitta, un alieno sperduto nel giardino di casa, un buffo animale magico recapitato come regalo di Natale… L’avventura è a un passo dalla nostra vita di tutti i giorni, e lì ci aspetta per un unico giro di giostra, indimenticabile.

Nei decenni a seguire, la struttura delle storie per ragazzi avrebbe gradualmente abbandonato l’avventura per abbracciare il fantasy, la creazione di mondi complessi e coesi, diversi dal nostro eppure abbastanza simili perché sia possibile l’immedesimazione: Harry Potter, Il signore degli anelli, I pirati dei Caraibi, Hunger Games… persino i casi limite, come Twilight, non prevedono che l’avventura sia solo un episodio, un evento straordinario da cui poi si torna alla normalità. Il mondo del fantastico per come lo raccontiamo oggi, una volta scoperto, non permette ritorni. Non esiste un Kansas a cui ritornare.

Negli anni ottanta invece l’avventura regnava: aveva a che fare con la nostalgia dell’infanzia, e riproponeva persino una versione piccolo-borghese del mito americano della frontiera. Non esistono, mi pare, avventure metropolitane nella cultura americana dell’epoca: è tutto un susseguirsi di piccole cittadine della sterminata provincia americana, sempre costruite sul limitare di un bosco, non poi molto diverso da quello delle fiabe popolari. A differenza dei romanzi gotici, dove il soprannaturale è spinto in paesi lontani, esotici e pittoreschi – quelle sì storie buone per cittadini che vogliono dimenticare la metropoli – qui il mondo arcaico e spaventoso è a due passi dall’ultimo minimarket aperto. Solo così lo scivolamento nel magico è possibile con tanta facilità.

Ma il bosco è anche l’immagine di una wilderness che l’America stava, lentamente, perdendo. Racconta proprio Stephen King nel libro autobiografico On writing:

A un isolato dalla collina, non lontano dal Teddy’s Market e dalla rivendita di materiale edile Burretts, si stendeva un’enorme e intricata area selvaggia, con una discarica sul fondo e i binari della ferrovia nel mezzo. Ѐ un luogo al quale spesso torno con la fantasia e che compare di continuo nei miei lavori sotto una varietà di nomi. I giovani protagonisti di It lo chiamano i Barren. Per noi era la giungla. Dave e io lo esplorammo per la prima volta poco dopo il trasloco. Era estate. Si crepava di caldo. Era magnifico. [1]

E proprio i Barren di It sarebbero diventati il più celebre di tutti i territori selvaggi delle storie per ragazzi di quegli anni, l’unico di cui ci ricordiamo il nome. D’altra parte qualcuno sa dirmi il nomignolo con cui i protagonisti di E.T. qualche anno prima chiamavano il boschetto in cui portavano l’alieno per farlo comunicare con il suo pianeta? (Se proprio volete saperlo, si chiama Bosco pelato, “bald spot”; molto simile a Barren, “Brullo”, non trovate?) Ma c’è un altro brano di Stephen King che spiega meglio di qualsiasi altro questa identità tra tempo dell’infanzia e tempo dell’avventura per motivi che sono sia storico-sociologici sia, diciamo, ontogenetici:

Una cosa del genere oggi non potrebbe succedere più nel Maine del sudovest; quasi tutta la zona si è suburbanizzata, e le comunità dormitorio attorno a Portland e Lewiston si sono allargate come tentacoli di un calamaro gigante. Le foreste ci sono ancora, e si fanno più fitte man mano che ci si inoltra verso le White Mountain, ma oggigiorno, se tieni la testa a posto abbastanza a lungo da camminare per cinque miglia nella stessa direzione, sei sicuro di incontrare una strada asfaltata a due corsie. Nel 1960 però tutta la zona tra Chamberlaine e Castle Rock non era sviluppata, e c’erano punti dove non si era fatto legna da prima della seconda guerra mondiale. A quei tempi era ancora possibile entrare nella foresta, perdere l’orientamento e morirci.  [2]

Il brano è tratto dalla novella Il corpo, e quel che “oggi non potrebbe succedere più” è la misteriosa sparizione di Ray Brower, bambino uscito per cercare mirtilli e mai più tornato. Ma la frase è ambigua: anche il viaggio alla ricerca del cadavere di Ray, fatto da Gordie, Chris, Teddy e Vern non sarebbe potuto succedere. Tutta quella storia, oggi, non sarebbe più possibile. Sotto traccia, in tutta la novella, King sembra sottintendere un affascinante parallelo tra il mondo che cambia, si fa pragmatico e urbano, strappando spazio alla natura e alla fantasia, e la stessa parabola ingrigente che rischia di colpire i ragazzi quando diventano adulti.

Come sanno bene i lettori di It, i bambini hanno una capacità immaginativa continuamente sovraeccitata, sempre pronta a colmare i vuoti del loro acerbo pensiero razionale. I mostri esistono, o comunque potrebbero esistere: quando Mike Hanlon incontra il gigantesco uccello preistorico, una delle incarnazioni di It, una volta sopravvissuto all’avventura la accetta come reale senza troppi turbamenti: “Lui aveva visto e aveva continuato la sua normale esistenza, integrando il ricordo di quell’esperienza nella sua visione del mondo. Era ancora abbastanza giovane per avere una visione di incommensurabile ampiezza”. [3]

Una volta superato il giro di boa dell’adolescenza, i ragazzi sono invece quasi tutti pronti a diventare adulti seri e responsabili, trasformandosi a loro volta nei genitori distratti e disinteressati che popolano quelle storie. Proprio Steven Spielberg avrebbe portato all’estremo questa idea in un film arrivato un po’ fuori tempo massimo, nel 1991: Hook si apriva su un Peter Pan diventato un bolso yuppie armato di cellulare, dimentico di se stesso e del suo mito. Il mondo della metropoli e il mondo degli adulti sono in fondo la stessa cosa.

Ho, ve ne sarete accorti, introdotto un po’ di soppiatto la novella Il corpo, evitando di sottolineare una coincidenza strabiliante della mia piccola cronologia: Stand by me, il film di Rob Reiner tratto da Il corpo, è uscito negli Usa lo stesso anno di It, a essere precisi poche settimane prima, nell’agosto del 1986. Un film che, a detta dello stesso King, è la miglior trasposizione di una sua opera. La novella per altro, scritta in origine a metà anni settanta, era stata pubblicata solo nell’agosto del 1982, e cioè in piena composizione di It. Questo lasso di tempo coincide quasi perfettamente con la mia piccola cronologia: la storia di Gordie, Chris, Teddy e Vern apre come novella e chiude come film l’intero arco della gestazione di Pennywise. Questa serie di coincidenze temporali, come cercherò di mostrarvi, nascondono legami ben più profondi. Se, come dicevo, It chiude un’epoca del nostro immaginario, è solo mettendolo in relazione a Il corpo che possiamo capire meglio il senso e le conseguenze di questa chiusura.

Non che ci sia nulla di inaudito, in questo. Già in un’intervista rilasciata al “Washington Post” nell’aprile del 1985, mentre ancora stava ultimando il romanzo, King diceva: “It is about kids [...] It’s like a gigantic mad overexposition of The Body”. Si è detto spesso delle consonanze tra Il corpo e It, ma quasi dandole per scontate, anche perché King è un autore che spesso e volentieri crea rimandi tra le sue opere. Ma parlare di rimandi in questo caso è davvero riduttivo: “It come folle, gigantesca sovraesposizione”... La parola è troppo particolare per essere stata scelta a caso: secondo Treccani per sovraesposizione si intende, “nelle riprese fotografiche o cinematografiche, esposizione per un tempo di posa superiore al valore ottimo; nell’immagine l’eccessiva luminosità di alcune parti rende irriconoscibile i dettagli”. Quali dettagli sono diventati irriconoscibili? Quali differenze ci sono tra le due immagini?

Forse il più strutturale dei punti in comune tra i due testi è la scelta di un’architettura narrativa che alterna due tempi: il passato dei bambini e il presente degli adulti.

Ciò che rende interessante Il corpo (e la sua fedele trasposizione cinematografica, Stand by me) è infatti proprio la scelta di raccontare una vicenda tutto sommato piccola dal protagonista adulto, ormai diventato un famoso romanziere.

King ottiene così l’esplicitazione di quel filtro sull’infanzia che nei vari Goonies, E.T. e compagnia era invece implicito: Gordie sa che le cose sono cambiate, e che non avrà mai più amici come quelli che aveva a dodici anni (“Gesù, ma chi li ha?”, finisce il film), così come può leggere ex post certi eventi e comportamenti, alla luce di quello che sarebbe successo a tutti loro. Non esiste insomma uno sguardo puro sull’infanzia, uno sguardo che non renda artificialmente pura l’infanzia mentre la racconta.

Ma se il mondo degli adulti è presente qui solo come voce narrante, la grande idea di It è quella di spalmare l’intera azione del romanzo sui due principali piani della narrazione. Anzi, di duplicarla: i sette Perdenti devono tornare a Derry a compiere la promessa fatta trent’anni prima, ritornando in qualche modo i bambini che erano (la balbuzie di Bill, la miopia di Richie…). Se Il corpo raccontava un rito di passaggio all’età adulta, It racconta un rito uguale e contrario, quasi ribaltando l’idea stessa di romanzo di formazione. Rispetto all’epoca che It andava a chiudere, sia detto en passant, questa scelta è inedita e direi onesta: quei bambini che scappano dai bulli con le loro biciclette e si rifugiano nel bosco per una volta lo fanno effettivamente negli anni cinquanta che i vari Lucas, Spielberg e Columbus mascheravano da anni ottanta. Visto invece da quest’epoca contemporanea di sequel e remake, la scelta di Stephen King è tanto bizzarra quanto antieconomica: è come se il lettore si trovasse a leggere I tre moschettieri e Vent’anni dopo, tutto nello stesso fluviale romanzo. Se l’avesse scritto oggi, l’avrebbero certo convinto a farne una trilogia.

Un po’ come succederà al Peter Pan di Hook, gli eroi bambini di It sono cresciuti e sono diventati adulti di successo, ricchi e a volte famosi: Bill è, come Gordie, diventato uno scrittore celebre di romanzi horror (quanta pulsione autobiografica in questo Paperback writer…), e gli altri si sono affermati chi come architetto, chi come stilista, chi come dj radiofonico o imprenditore. Hanno dimenticato che cosa era successo a Derry, perché l’infanzia è per definizione destinata all’oblio: già nel finale de Il corpo, a proposito della loro avventura, Gordie aveva detto a Chris “E poi… sai una cosa? può sembrare pazzesco, ma… credo che dimenticheranno perfino che sia mai successo”. [4]

Questo meccanismo di rimozione è certo (fuor di sovraesposizione) una forma di autodifesa psichica: l’infanzia per King è territorio di traumi e di violenza, senza neanche il bisogno di tirare in ballo pagliacci, vampiri e licantropi. Ѐ palese che in It la violenza più angosciante, che rimane impressa davvero, è quella dei padri sui figli, dei mariti sulle mogli, dei bulli sui Perdenti.

Ed è proprio un trauma il motore segreto di entrambe le vicende: Gordie ha perso il fratello maggiore Denny in un incidente, e da quel giorno i genitori sono spenti, inerti, disinteressati a lui; in modo molto simile, dopo la morte del fratello minore Georgie, dilaniato da It, Bill vive nella svagata indifferenza dei suoi. Bill potrebbe far suo senza problemi il nomignolo che si dà Gordie: il Ragazzo Invisibile. Di sicuro dividono gli incubi legati alla stanza del fratello:

Non entravo in camera di Denny se non ci ero costretto perché mi aspettavo sempre che lui fosse dietro la porta o sotto il letto, o nell’armadio. Soprattutto era l’armadio che sollecitava la mia fantasia e se mia madre mi mandava a prendere l’album di cartoline di Denny, o la scatola da scarpe con tutte le foto, per guardarle, immaginavo quella porta che si apriva lentamente mentre io rimanevo incatenato sul posto dall’orrore. Lo immaginavo pallido e coperto di sangue nell’oscurità, il lato della testa schiacciato, un impasto grigio e venoso di sangue e cervello secco sulla camicia. Immaginavo il braccio che si alzava, le mani insanguinate piegarsi ad artiglio, e la voce gracchiare: Dovevi essere tu, Gordon. Dovevi essere tu. [5]

La fantasticheria preannuncia alcune immagini di It fin quasi nei dettagli: sia l’album insanguinato di Georgie, sia le scene in cui It, per disorientare e sconfiggere con l’inganno Bill, si trasforma nel fratellino morto.

Insomma, la molla che muove Gordie sulle tracce del cadavere di Ray Brower, quella che muove Bill nella sua sfida al demonio, è il superamento della morte del fratello. Entrambi guideranno i rispettivi gruppi in un viaggio che non è altro che l’esperienza della morte come rito di passaggio. Considerato che invece “i Goonies non dicono mai la parola morte", è evidente come Stephen King avesse su di noi un effetto perturbante, continuando ad attirarci nelle sue storie sul crinale tra il familiare e l’ignoto. Ne Il corpo c’è forse un dettaglio che ci racconta qualcosa di più sulla genesi di It. Gordie adulto riporta nel mezzo della novella un suo racconto giovanile, dove era riuscito a inserire quei suoi incubi sul fratello, appena mascherati dalla finzione letteraria. La commenta così:

Era la prima volta che, in un racconto, usavo i posti che conoscevo e le cose che sentivo e c’era una specie di entusiasmo smarrito nel vedere le cose che mi avevano turbato per anni presentarsi in una nuova forma, una forma su cui avevo imposto il mio controllo. Erano passati anni da quando mi era venuta quella idea infantile di Denny nell’armadio della sua stanza accuratamente preservata; avrei creduto sinceramente di averla dimenticata. Ma in ‘Stud City’ c’è, solo leggermente cambiata… ma controllata. [6]

In quella “folle gigantesca sovraesposizione” che è It, questa centralità della metabolizzazione della morte è nascosta, solo un rumore di fondo nel racconto corale di un’incarnazione del male assoluto nascosta nel sottosuolo di una cittadina di provincia. Eppure, se vuoi nascondere qualcosa, a volte non c’è niente di meglio di una gigantesca e ambiziosa architettura letteraria – e d’altra parte come sappiamo la sovraesposizione rende irriconoscibili i dettagli.

A proposito di dettagli, ce ne sono alcuni, della vita di King, che non si è mai capito se fossero veri o falsi (King è un grande affabulatore anche quando si tratta di aneddoti autobiografici): c’è l’ormai famigerato episodio dell’amichetto travolto da un treno merci di fronte agli occhi di uno Stevie quattrenne; e c’è la spedizione, avvenuta diversi anni dopo, come racconta l’amico Chris Chesley, per vedere il cadavere di un uomo affogato, ripescato proprio da quel Runaround Pond che a detta di King gli ispirerà la scena delle sanguisughe de Il corpo.

King ha sempre mostrato una certa insofferenza per questo tipo di autobiografismi:

Ecco un buco dove potevo essere collocato... ecco un motivo. Ho scritto Le notti di Salem, Shining, e distrutto il mondo per un’epidemia in L’ombra dello scorpione perché ho visto un bambino investito da un treno negli anni della mia impressionabile giovinezza. Credo che questa sia un’idea totalmente speciosa, giudizi psicologici così a buon mercato sono poco meglio dell’astrologia.

Certo però i due episodi, il bambino travolto da un treno sotto i suoi occhi (“Avrei potuto salvarlo” è un ritornello di Bill su Georgie) e il viaggio per vedere un cadavere (“Gente, volete vedere un morto?” è la battuta che mette in moto Il corpo), sono troppo eclatanti per essere ignorati in nome dell’autonomia dell’atto artistico.

E d’altra parte, sempre ne Il corpo, sarà Gordie ormai adulto e scrittore a dire al suo agente:

L’unico motivo per cui uno scrive delle storie è per poter capire il passato e prepararsi per una qualche futura mortalità; è per questo che tutti i verbi nelle storie sono al passato, mio buon Keith, anche in quelle che vendono milioni di copie di paperbacks. Le uniche due forme d’arte utili sono la religione e la narrativa. [7]

Forse Il corpo non è solo la forma in nuce, realistica, di It. Forse ne è anche il presupposto teorico. Perché la morte non basta incontrarla, bisogna essere in grado di metabolizzarla e, così, sconfiggerla.

Ai protagonisti de Il corpo infatti non è data la possibilità che hanno invece Bill e gli altri: non possono tornare indietro, essere di nuovo bambini da adulti, sconfiggere una seconda volta, e per sempre, il demonio. Non sarà un caso che, ci racconta Gordie adulto, Chris, Teddy e Vern siano morti non troppi anni dopo l’avventura di quell’ultima estate bambina. Il loro incontro con il cadavere non è stato un’iniziazione all’esistenza, ma un presagio di morte (“Avevano ancora una croce nera, loro tre, come se il destino sordo avesse indicato loro una seconda volta”). E Gordie? Il sopravvissuto? C’è un lungo monologo in cui Gordie racconta una idea che lo perseguita da quel giorno fatidico: si immagina di tornare in quei boschi a cercare il secchiello di mirtilli di Ray. Si ricorda infatti che il ragazzino non lo aveva con sé, quando lo hanno visto esanime: chissà dov’era finito, si chiede.

Stupide fantasie. Una spedizione per trovare un secchiello da mirtilli vecchio di vent’anni, probabilmente lanciato nel folto del bosco o schiacciato sotto un bulldozer che preparava un lotto da mezzo acro per una casa, o soffocato così profondamente dalla vegetazione cresciutagli attorno da essere diventato invisibile. Ma sono certo che è ancora lì, da qualche parte lungo la linea abbandonata della GS&WM, e a volte l’impulso di andare è quasi una frenesia. [...] Sorseggiando una tazza di tè, guardando il sole che passa dalle finestre della cucina, sentendo la TV da una parte della casa e la doccia dall’altra, avvertendo dietro gli occhi la pulsazione che significa che ho preso una birra di troppo la sera prima, mi sento sicuro di poterlo trovare. Vedrei il metallo chiaro scintillare attraverso la ruggine, il sole vivido dell’estate rimandarlo ai miei occhi. Scenderei dal fianco della massicciata; spingerei da parte le erbacce cresciute attorno e che avvolgono il manico, e poi potrei... cosa? Be’, semplicemente tirarlo fuori dal tempo. Me lo rigirerei tra le mani, attento alla sensazione che produce, riflettendo sul fatto che so che l’ultima persona che l’ha toccato è da tempo sepolta. [...] Stringerlo. Leggere ogni anno nella sua crosta di ruggine e nello sbiadire del suo lucido scintillare. Sentirlo, cercare di capire il sole che ci è brillato sopra, la pioggia che ci è caduta, le nevi che l’hanno coperto. E chiedermi dove ero io quando ognuna di queste cose gli stava accadendo nel suo posto solitario, dove ero io, cosa stavo facendo, chi amavo, come me la cavavo, dov’ero. Lo stringerei, lo leggerei, lo sentirei tra le mani... E guarderei il mio viso in quei punti dove ci fosse ancora rimasto del riflesso. Riuscite ad afferrare?”  [8]

E dov’erano Bill, Richie, Eddie, Ben, Beverly, Stan, mentre Derry continuava a essere il regno del male sotterraneo? Erano lontani, dimentichi del loro passato, sì, ma poi sono tornati. It porta a compimento quel sogno a occhi aperti: credere che sia possibile, per quanto assurdo, trovare quel secchiello di mirtilli sepolto nel tempo.

C’è un’ultima cosa, fondamentale, che distingue le due “esposizioni” della stessa fotografia. Abbiamo detto che Gordie e Bill hanno in comune il trauma della morte del fratello. Ma il senso di colpa di cui deve liberarsi Bill nasce dal tipico pensiero magico dei bambini: Georgie è morto perché Bill gli ha confezionato una barchetta e l’ha lasciato andare a giocare in strada da solo. Il senso di colpa che prova è legato a un rapporto di causa-effetto, per quanto fallato. E la scrittura è il mezzo con cui per anni ha provato inutilmente a cancellare quella colpa:

Aveva mandato George in strada incontro alla sua morte e aveva trascorso la sua vita di adulto scrivendo dell’orrore di quel tradimento. Certo, l’aveva descritto ogni volta con una faccia nuova, trovandone quasi tante quante sapeva inventarsi It per loro uso e consumo, ma il mostro, dietro a ogni cosa non era che George: George che correva fuori casa nel recedere dell’alluvione con la sua barchetta di carta impermeabilizzata con la paraffina. Era l’ora dell’espiazione.” [9]

Non è It che si trasforma in Georgie, e King ce lo dice chiaramente: è Georgie che si trasforma in It.

Ne Il corpo la colpa che Gordie deve scontare è più vaga e allo stesso tempo più radicale: suo fratello è morto, lui è vivo (“Dovevi essere tu, Gordon. Dovevi essere tu”). Si tratta del lutto nella sua nudità, dai greci a Primo Levi a noi: il dramma di chi sopravvive e non capisce questa differenza schiacciante e immotivata tra i sommersi e i salvati.

L’avventura de Il corpo è quindi un incontro con l’insondabile datità della morte, sul suo esserci, e senza motivo. L’avventura di It è invece un esorcismo e un sacrificio del capro espiatorio: la morte di Georgie non è colpa di Bill, è colpa di It, del mostro, del babau. La morte diventa incarnata, diventa cattiva, si può sconfiggere: e Audra infatti resuscita.

In qualche misura It è l’inganno meraviglioso e salvifico della letteratura, che ci costruisce intorno un palazzo fantastico dove le cose possono nuovamente avere un senso, un luogo in cui a ogni causa segue un effetto misurabile e deducibile. Finché esiste It, la nostra esistenza avrà un senso. La folle, gigantesca sovraesposizione dell’immagine de Il corpo che è It si pone come dicevamo sul crinale tra le cose per bambini e le cose per adulti. Ma ciò che sconvolgeva e attirava noi ragazzi, nel pieno degli anni ottanta, noi che dopo una decade di avventure ci apprestavamo a diventare grandi, era forse il contrario di quanto ho postulato ormai diverse pagine fa. A sconvolgere non è l’orrore, ma la banale insensatezza della morte. Il mostro è invece ciò che ci è da sempre familiare, da quando abitava le ombre sotto i nostri letti e dentro ai nostri armadi. La sovraesposizione infiamma i dettagli, li falsa, ci salva: la foto sembra la stessa ma è ormai del tutto diversa.

Nonostante l’orrore, c’è infatti qualcosa di incredibilmente rassicurante nel gesto da stregone con cui Stephen King prende la retta spezzata che era Il corpo e la piega su sé stessa, trasformandola in un’altra figura, perfetta e forse risolta:

Ma è bello crederlo per un po’ nel silenzio pulito del mattino, pensare che l’infanzia ha i propri dolci segreti e conferma la mortalità e che la mortalità definisce coraggio e amore. Pensare che chi ha guardato in avanti deve anche guardare indietro e che ciascuna vita crea la propria imitazione dell’immortalità: una ruota”. [10]

Giunti alla fine di un’epoca, sepolta e dimenticata l’infanzia, ci sono luoghi in cui è possibile tornare bambini pur diventando adulti. Basta rispondere alla chiamata, riconoscere la voce di Mike, e ancora una volta dirigersi a Derry.

(Dario Rossi è redattore e editor della casa editrice Utet. Una volta l’anno, durante l’attesa del Nobel, ricorda a tutti che Philip Roth rosica.)




[1] Stephen King, On Writing, traduzione di Giovanni Arduino, Frassinelli, Milano 2015, p. 17.

[2] Stephen King, Il corpo, traduzione di Bruno Amato, in Stagioni diverse, Sperling & Kupfer, Milano 2013, ebook, posizioni 5277-5282

[3] Stephen King, It, traduzione di Tullio Dobner, Sperling & Kupfer, Milano 2013, ebook, posizione 12154

[4] Stephen King, Il corpo, cit., posizione 7530.

[5] Ivi, posizioni 5508-5512

[6] Ivi, posizioni 5750-5751.

[7] Stephen King, Il corpo, cit., posizioni 7051-7052.

[8] Stephen King, Il corpo, cit., posizioni 7482-7500.

[9] Stephen King, It, cit., posizioni 17709-17712.

[10] Ivi, posizioni 19303-19304.





pubblicato da l.cristiano nella rubrica libri il 15 ottobre 2016