Fede e magia in “It”

Enrico Macioci



Lessi It una prima volta a sedici anni e adesso l’ho riletto a quarantuno. Nel 1991 scorgevo in It, come in uno specchio opaco, il passato prossimo e il futuro remoto; nel 2016 vi ho scorto il passato remoto, il presente e un lembo di futuro; ma invece che uno specchio mi sembrava di guardare il mio riflesso dentro un pozzo. Mi pare l’aspetto più sconcertante di It: immergendovisi il lettore realizza, senza mediazioni, ciò che egli è divenuto; è come se It ci scagliasse in faccia la densa fanghiglia del tempo perduto. Ci sentiamo d’improvviso più irrecuperabili. Del resto chi di noi, se costretto a fissare troppo a lungo una foto che lo ritrae, non rischierebbe la pazzia? Chi di noi, se prende atto di essere stato davvero un bambino e di essere oramai davvero un adulto che davvero (nel migliore dei casi) si muterà in un vecchio, ebbene, chi non vacilla? Chi non soffre di vertigini sbirciando dal bordo d’una ruga? E cosa ci salva dalla presa d’atto della nostra debolezza e mortalità? La fede. Solo la fede ci salva. Non la scienza né la religione bensì un principio semplice e tagliente la cui lama non conosce attrito: la fede. Un salto dal razionale all’irrazionale, ma cionondimeno un salto sensato. La capacità d’affidarsi, sulla base di una precisa scelta, a un’Intelligenza superiore, a un’Integrità che trascenda – e persino giustifichi – la divorante assurdità del tutto. Non mi riferisco a una fede cattolica, ancorché It brulichi di Antico e Nuovo Testamento; cerco di evocare un sentimento intimo e quotidiano, il medesimo del bambino che crede che Babbo Natale gli lascerà i regali sotto l’albero, e che nel cuore della notte la Befana scivolerà dentro casa e riempirà la calza di dolci, e che non si morirà mai, né noi né i nostri cari e nemmeno i nostri amici; il medesimo sentimento che mi spinge, giorno dopo giorno, a scrivere benché sappia che dei miei scritti potrebbe non rimanere nulla; il medesimo sentimento cui mi affido per montare in auto, ritirare le analisi, camminare su una cresta di roccia, programmare le vacanze, inviare una storia in casa editrice; il medesimo sentimento (forse!) di cui parlava Gesù ai discepoli quando assicurava loro che sarebbe bastato credere sul serio per spostare le montagne. Credere, in mezzo all’oltre mezzo milione di vocaboli che infarciscono It, mi sembra quello cruciale; è l’oro che brilla nel marciume, laggiù, dove galleggiano i palloncini e i cadaveri della perduta innocenza.

Nella dedica del libro King è chiaro: la magia esiste. Ma occorre discernere: fede e magia non coincidono e durante l’intero It – opera ambigua – si alternano e talora si confondono.

La magia procede per vie alchemiche: i proiettili d’argento con cui i Perdenti feriscono la belva, la bicicletta di nome Silver sulla quale Bill batte il diavolo, il patto col sangue nel fiume, il rapporto sessuale iniziatico consumato nelle fogne, la cerimonia del fumo, il rito di Chud, gli improbabili esorcismi utilizzati da Stan, Ben, Beverly, Bill, Eddie, Mike, Richie al cospetto del Male. Però la magia si paga: può far deragliare le esistenze di chi ne fruisce, può regalare un successo effimero che favorirà l’alienazione e la dimenticanza. La magia sottrae in termini di salute ciò che dona in termini di potere.

La fede invece è cosa buona e giusta, l’unica cosa del tutto giusta – e cioè perfetta, tersa, tonda – in un cosmo distorto. La fede esprime una tensione primordiale che, se unita a matura consapevolezza, attraversa l’intelletto per poi superarlo. Credere significa affidarsi – pur mantenendosi “assolutamente moderni” – a Qualcosa o Qualcuno incondizionatamente; significa spogliarsi dell’ego e tornare a prima del peccato originale, quando ancora non vigeva frattura alcuna e It, giocoforza, dormiva.

Ma credere è difficile. Chi, oggigiorno, si permette di credere nell’intangibile, in ciò che è privo di peso, lunghezza, larghezza o prezzo? “Avrebbero invece creduto nelle polizze d’assicurazione. Avrebbero invece creduto in un buon bicchiere per cena. Per esempio un Poully-Fuissé dell’83, e lo lasci respirare, cameriere, mi raccomando. Avrebbero invece creduto alle compresse contro l’acidità di stomaco. Avrebbero invece creduto nella televisione pubblica, in Gary Hart, nel footing per scongiurare gli attacchi di cuore, nella rinuncia alla carne poco cotta per scongiurare il cancro al colon. Avrebbero creduto nella dottoressa Ruth in fatto di scopate soddisfacenti e in Jerry Falwell in fatto di soddisfacenti trapassi nell’aldilà” riflette It con maligna sagacia. Lo slancio di fede si estingue. Viene irriso o dimenticato. Suscita sarcasmo o ironia. Più di tutto, suppongo, c’entra il timore (il terrore) che la speranza si riveli inutile. Che sia falsa. C’entra la paura d’illudersi – forse la peggiore delle paure. Si preferisce non credere fin dal principio piuttosto che rischiare lo scacco. Il materialismo ci ha ridotti a carne da macello, ma meglio essere carne da macello che morire. Meglio non credere in alcuna salvezza che morire. Meglio morire che vivere.

It – e buona parte dell’opera di Stephen King – contesta una simile ipotesi alla radice; ma si mostra tutt’altro che rassicurante perché rovescia su di noi il peso della responsabilità. Non per intero; il romanzo evita di sconfinare nel faustiano e ci ammonisce: siamo fragili e pieni di limiti. Come Dostoevskij, King esplora con radicalità il tema del libero arbitrio. It e il Grande Inquisitore si troverebbero d’accordo: meglio per gli umani tenere gli occhi bassi e non guardare. Meglio vivere schiavi piuttosto che tentare di sapere. La posta in gioco è altissima: scegliere in cosa credere conforma noi stessi, la nostra esistenza e finanche l’universo. Finanche l’immensità che ci ingloba dipende un poco da noi o comunque interagisce con noi, ci ascolta, ci interroga, ci provoca. L’uomo è piccolo ma la sua coscienza non ha fine, ed essa apre nell’universo un varco a forma di punto interrogativo. It medesimo/a, senza l’uomo, rimarrebbe inesplosa potenzialità. Non potrebbe manifestarsi senza trarre energia da questa creatura terribilmente sciocca e fantasticamente acuta, che domanda perché, perché, perché. Non c’è nessun clown con le zanne ad abitare i tombini se nessun occhio di bimbo lo guarda (gli adulti, dimentichi, s’aggirano per il romanzo come zombie). In tal senso King mi pare un autore morale poiché ci ricorda la nostra natura autentica e ci riconduce – ben più di tanta odierna autofiction – al cuore dell’antico e sempre nuovo problema: chi siamo? E perché siamo?

Magia o fede, dunque? A cosa diamo credito ora dopo ora, mese dopo mese, anno dopo anno? A quale piolo figgiamo le nostre ambizioni? Non siamo, a tutti gli effetti, il risultato di ciò in cui crediamo? Da quando mettiamo piede a terra la mattina a quando ci corichiamo la sera compiamo forse un singolo gesto che non possegga per noi un senso intrinseco? Compiamo un singolo gesto che non tragga spunto dalla molla di una fede?

Stiamo attenti però. Un conto è lavarsi i denti perché si crede che così non ci verrà la carie e un conto è affrontare Satana (o It) perché si crede in Dio (o forse nella Tartaruga, o nell’Altro). Ogni gesto reclama una fede relativa a quanto osa, la salvezza e la perdizione stanno sui due piatti della bilancia e la bilancia spesso rimane in bilico. Un maestro spirituale afferma: superato un certo limite, non crediamo più a ciò che vediamo ma vediamo ciò in cui crediamo. I poteri della mente vagano per una landa nebulosa ma It, che se ne nutre, li conosce bene. Anche i bambini, in maniera rudimentale e per istinto, li conoscono bene; ed infatti rappresentano le vittime preferite di It e al contempo il più grave pericolo per esso/a.

Un bambino può credere alla presenza d’un clown nella grata di una fogna, può credere che dalla fogna provenga odore di noccioline e che laggiù vi sia addirittura un circo; un bambino può credere che nella ferriera dismessa si nasconda un uccello preistorico e che lungo il fiume gelato, un pomeriggio d’inverno, avanzi un uomo vestito da pagliaccio che non proietta ombra e i cui palloncini si muovono controvento; un bambino può credere di udire voci di defunti uscire dal lavello del bagno, e che il lavello schizzi sangue; un bambino può credere che in una vecchia casa se ne stia in agguato una mummia, o che in un album di fotografie le immagini si animino. Ma un bambino può allo stesso modo credere di battere il diavolo in sella a una bici; può credere di sconfiggere un mostro spruzzandolo con un inalatore anti-asmatico che espelle un’innocua miscela d’acqua e canfora; un bambino può credere che recitando una filastrocca contro la balbuzie il mostro si spaventerà e che colpendolo con una palla d’argento scagliata da una certa fionda il mostro morirà… ed è perfino vero! Il mostro morirà. Non morirebbe se lo si colpisse con una mitragliatrice ma una palla d’argento… plasmata in un garage da sette ragazzini spauriti, entusiasti e sudaticci… scagliata dalla fionda di una graziosa preadolescente con un accenno di seno, le efelidi sul naso e nell’anima gli abusi d’un padre tirannico… beh, in un caso del genere il mostro potrebbe morire. Potrebbe morire di fede. Anche i mostri credono. Ripongono la loro fede nel Male. Se iniziano a credere nel Bene sono spacciati.

King è esplicito al riguardo: “Che cosa mangia in realtà It? So che alcuni bambini sono stati parzialmente divorati; è certo in ogni caso che si sono riscontrati segni di morsicature. Ma forse siamo noi a spingere It a farlo. A noi tutti è stato insegnato fin dalla prima infanzia che quel che fa il mostro se ti acchiappa nel folto del bosco è appunto mangiarti. E’ forse la cosa più terribile che riusciamo a immaginare. Ma in verità i mostri vivono di fede, no? Il cibo può essere la vita, ma la fonte del potere è la fede, non il cibo. E chi più di un bambino è capace di un atto di fede assoluta? Ma c’è un problema: i bambini crescono. In chiesa il potere viene perpetuato e rinnovato con atti rituali periodici. Sembra che a Derry il potere venga perpetuato e rinnovato nella stessa maniera, cioè con atti rituali periodici. E’ possibile che It trovi protezione nel semplice fatto che diventando adulti i bambini diventano incapaci di fede o comunque le loro intuizioni vengono impoverite da una sorta di artrite spirituale? […] E quando It si sveglia, è lo stesso di sempre, mentre per noi è trascorso un terzo della nostra vita. La nostra prospettiva si è ristretta, la nostra fede nel magico, che rende possibile la magia, [la sottolineatura è mia] si è consumata come il brillio di un paio di scarpe nuove dopo una giornata di lunghe camminate.” Di nuovo troviamo una miscela di fede e magia. King danza sul filo ma non cade; è un metodista che conosce le Sacre Scritture a menadito; e conosce la differenza tra il delirio di onnipotenza e l’operoso affidamento. Fede e magia non collimano ma sommate possono funzionare, purché la fede sia la mente e la magia il braccio. La metafora più potente dell’interazione magia/fede si palesa laddove Beverly infilza It con proiettili d’argento tirati dalla fionda dell’amico/amato Bill. In questa scena – che suggella la prima delle due battaglie infantili dei Perdenti contro il mostro – compaiono l’elemento alchemico (l’argento) e quello biblico (la fionda con cui Davide sfida Golia); il proiettile che ferisce It sprizza magia, però la mano che tende la fionda e lascia andare il proiettile è carica di fede. Non c’è alcun motivo logico per cui una creatura dalle facoltà cosmiche come It possa venire lesa da una semplice pallottola d’argento; accade perché qualcuno ha creduto con tutto il proprio cuore che accadrà. E però l’ardente ingenuità infantile deve forgiarsi alla salda consapevolezza adulta, un domani, affinché It venga non solo ferito/a ma ucciso/a.

Se la magia è un azzardo, peggio si rivela d’altronde un ostinato razionalismo. Tutti i Perdenti sottoscriverebbero questo concetto tranne Stan Uris. Stan è prigioniero della ragione; la ragione torna sempre a scendere sul suo impulso a credere, come un sipario greve. Dietro il sipario il palco dell’anima resta vuoto e quando il sipario si rialza, quando It si risveglia e Stan è chiamato a combatterlo il vuoto lo sgomenta. Piuttosto che affrontare il vuoto Stan preferisce tagliarsi i polsi nella vasca da bagno e lasciare sulle piastrelle, col dito intinto nel proprio sangue, due sole lettere: IT. Il capitolo cui mi riferisco, uno dei più tormentosi, s’intitola Stan Uris fa il bagno. Questo titolo intreccia vari nodi. Stan presiedé al giuramento che i Perdenti ragazzini celebrarono subito dopo aver sconfitto It, promettendo di tornare qualora It fosse tornato/a. Fu Stan a procurarsi il coccio di bottiglia per tagliare loro i palmi delle mani, fu Stan a versare il sangue di ciascuno di loro – una scelta oscura da parte di King. Il primo incontro di Stan con It avvenne presso la cisterna di Derry, nelle cui torbide acque erano affogati parecchi bambini. Stan fu il più prossimo a smarrire il senno quando i ragazzi inseguirono e combatterono It nel dedalo fognario di Derry. Acqua ovunque, in It. Acqua nei Barren, il luogo silvestre dove i Perdenti vanno a giocare e dove scende il Kenduskeag. Acqua negli scoli. Acqua gonfia di pioggia su cui rolla la barchetta di carta che apre il libro, quella del piccolo George, fratello minore di Bill e prima vittima di It nel 1958. Acqua di tempesta su Derry la mattina della battaglia conclusiva. Acqua sporca e pulita, rapida e cheta, sotterranea e a cielo aperto, maledetta o battesimale: It è il romanzo dell’acqua per eccellenza, più di Lord Jim o Moby Dick; fra le sue pagine, sin dal leggendario incipit, risuona lo sgocciolio di pareti soffici d’alghe e muschio, di canali senza nome che scorrono verso mète senza senso. L’acqua rappresenta in It l’indifferenziato e il mutevole ma anche il pre-natale, la libertà selvaggia dalla (nella) materia. La vita sorge dall’acqua, dove c’è acqua c’è vita. Ma Stan Uris non si è mai davvero abbandonato al flusso dell’acqua, che fosse acqua di fiume, di cisterna o di fogna; Stan non ha mai davvero creduto di potersi abbandonare nemmeno da bambino, roso dal demone della scienza (collezionava libri di zoologia e diverrà un ottimo commercialista); né meraviglia che Stan sia il primo a venire raggiunto dalla telefonata di Mike, dall’annuncio che il peggio è alle porte, che It è riemerso/a dalle cloache dell’infanzia. La psiche cartesiana di Stan non regge perché è la scommessa di Pascal a funzionare contro il Male. La diga della logica crolla sotto la spinta dell’onda antica, zuppa di gorgoni e chimere. Il dionisiaco irrompe e Stan si uccide in una vasca colma d’acqua tiepida, morbida di sapone e civiltà. Stan fa il bagno. Ha bisogno di morire per abbandonarsi al flusso ma così facendo il flusso – o flutto – si pietrifica e si tinge di sangue: proprio ciò che It desidera.

In fin dei conti It desidera vivere e nutrirsi e, al pari degli umani, teme le novità. La sua arma non consiste negli artigli ma nella tentazione (geniale, in tal senso, il travestimento da pagliaccio per attirare le piccole vittime); come Satana tentò Gesù nel deserto, così It tenta gli umani a non credere o meglio a credere in esso/a, a credere nel male; e spesso gli umani ci cascano. Di Stan Uris è pieno il mondo, di Gesù meno. Se individuiamo in Stan il polo negativo dei Perdenti e in Bill Denbrough (il leader carismatico) il polo positivo, potremmo affermare che ciascuno di noi oscilla di continuo fra i due poli, fra Bill e Stan. A cosa voglio credere? Qual è la mia scelta per oggi, per domani, per il prossimo secolo, per sempre? Dove proverò a collocare la mia libertà? Opterò in eterno per la prudenza – che quasi sempre è una maschera della paura – o inforcherò uno skateboard e mi lancerò in discesa a tutta birra, col vento nei capelli che non ho più e le gambe tremule d’eccitazione? Il libro si chiude con una scena di rara poesia, un fiore che sboccia all’alba. Bill, in un ennesimo slancio di fede (e magia…), carica la moglie Audra resa catatonica da It su Silver, la vecchia bicicletta ritrovata dopo ventotto anni presso una malconcia bottega di Derry; e nonostante l’età, la stempiatura, la pancetta, il sedere floscio, i muscoli lenti si lancia a capofitto giù per la Main Street Hill cavalcando Silver come faceva da ragazzo e tenendo la compagna accanto a sé. Bill si lancia senza mai toccare i freni e accelera, e grida, e insiste a non frenare e ride di gioia, una gioia magnifica perché immotivata. Bill torna bambino rimanendo adulto, versando il mercurio della magia nell’oro della fede. E Audra… risorge. Torna a nuova vita. Sorta di Lazzaro moderno, Audra recupera la scintilla divina perché Bill ha creduto. A dispetto della logica e delle statistiche Bill ha creduto e Audra è scampata all’Ade, ha rotto la tela di It. La sinistra odissea iniziata con una barchetta che scivola in un rigagnolo di pioggia termina con una rinascita, non lontano dal tombino in cui il fratello minore di Bill incontrò il malvagio clown che gli strappò un braccio – e, negli ultimi barlumi di coscienza, la fiducia. E benché King ci lasci con l’estremo dubbio d’aver narrato per milletrecento pagine un tenebroso e luminescente sogno direi che possiamo stabilire noi, giunti fino a qua, se valga la pena svegliarci e soprattutto cosa significhi per davvero essere svegli.

[Enrico Macioci (1975) ha pubblicato racconti e romanzi. Il suo ultimo lavoro s’intitola Breve storia del talento (Mondadori, 2015).]








pubblicato da l.cristiano nella rubrica libri il 14 ottobre 2016