Coricarsi presto

Giovanni Fontana



Un racconto tratto dalla raccolta inedita Organza.

Attorno al tavolo di legno rettangolare si dispongono nello stesso ordine di una volta, come se la consuetudine di quelle cene silenziose non si fosse mai interrotta. L’unico posto libero, quello della madre morta ormai da otto anni, è occupato da Carlo, che, da quando ha messo piede nella casa dei nonni, ha cominciato a parlare sommessamente con il suo scimmiotto di pezza – un lungo monologo dalle ampie, tristi volute, che gli adulti seguono distrattamente.

Virginia si è seduta lontano da Guido, a una distanza di sicurezza. Meglio non sentire i rumori che escono dalla sua bocca, mentre divora enormi porzioni di cibo. Più volte si alza da tavola per prendere condimenti dimenticati in cucina o per riempirsi il piatto. È già alla frutta quando tutti gli altri hanno appena finito la minestra. Sembra faccia apposta a non procurarsi in una sola volta, disponendole ordinatamente su un vassoio, tutte le cose che gli servono. Esattamente come trent’anni fa. I movimenti che esegue velocemente – senza riguardo per i contraccolpi che i commensali devono subire ogni volta che si alza o si risiede, trascinando rumorosamente la sedia dietro di sé – danno un senso al tempo che passa in mezzo agli altri, suppliscono alle parole.

(Lui è questa violenza repressa – o forse solo dispiegata più sottilmente di un tempo. No, non puoi abbandonarti a queste recriminazioni, non a trent’anni di distanza da quei giorni, da quelle notti. Tuo padre ti sta chiedendo il sale. Tutti gli sguardi sono rivolti verso di te – otto pupille scrutano i tuoi gesti, indagano i tuoi silenzi. Sei qui da due ore e non hai scambiato una parola con nessuno. Non hai evitato solo lui, ma anche gli altri, come se rimproverassi loro chissà quale crimine. Hai quarantadue anni, sei sposata – anche se Davide si è inventato la scusa di una bronchite pur di sottrarsi a questa imbarazzante cena di famiglia – hai un lavoro e un bambino di sei anni. Di che cosa hai paura? Di che cosa ti lamenti?)

Il sale finalmente arriva fra le mani tremanti del padre. I suoi gesti sono lenti, lo sguardo è inespressivo, come se le rughe del viso impedissero ai pensieri di farsi largo, di aprirsi una breccia verso il mondo esterno. Un torso insensibile, intorno al quale quattro figli e un nipote si stringono senza affetto, forse rimpiangendo nel loro intimo altri silenzi. Il rito s’immiserisce attorno a un simulacro che non fa più paura, le parole si scoloriscono. Eppure è qui che cercano ancora se stessi, in una banale rivincita biologica che li farà star bene solo per qualche ora.

(Il terrore inebriante dei pasti serali della tua infanzia, il tempo immobile scandito dal segnale orario – “al terzo tocco saranno esattamente…” – e dal gemito lontano dell’ascensore – la cabina che risale ansimando dal sottosuolo, gli scatti della porta metallica che si spalanca sui pianerottoli dove abitano famiglie felici, che alle sette, attorno a un tavolo, possono ridere e toccarsi…)

- Sorridi, sorridi! – Carlo scuote l’animale di pezza, prima dolcemente, come se volesse convincerlo, poi in maniera sempre più violenta. – Dai, non fare anche tu il musone… Virginia, che da qualche minuto sembra in preda all’inquietudine e consulta febbrilmente l’orologio, passa una mano fra i capelli del bambino, sussurrandogli di abbassare il tono della voce. Ecco, si è fatto tardi e Carlo s’innervosisce.

(Guido comincia a stempiarsi e i suoi capelli corvini per la prima volta sono striati di bianco. Chissà come si svolge la sua vita, ora che è stato dimesso dalla clinica psichiatrica; chissà se passa ancora delle ore al tavolino dello studio, accanto a papà, a sfogliare libri scelti a caso negli scaffali, quasi compulsivamente, trascrivendo parole o frasi su minuscoli foglietti… Le sue tasche sembrano gonfie di carta come allora. Ma forse il bozzo che sporge dal pantalone di tela non è che un fazzoletto appallottolato – la solida dimostrazione che lui non è più quello di un tempo e che solo tu resti impigliata nella rete delle ossessioni senza nome…)

- Non così, da bravo, fai vedere che lo sai fare – L’animale di pezza è finito per terra, fra le gambe degli adulti che si sfiorano sotto la tovaglia, e Carlo, per un attimo, è scomparso alla vista della madre. Sono soltanto le sette, la cena è stata anticipata di un’ora solo per lei e il bambino, per permetter loro di ritirarsi presto; eppure Virginia non riesce a contenere la rabbia che le monta dentro. Sa che tra poco si scatenerà la solita discussione con Gabriele, il fratello maggiore, che le rimprovera di escludere Carlo dalla vita familiare per puro egoismo, per ritagliarsi due o tre ore di libertà assoluta in compagnia del marito.

- Costringere un ragazzino a coricarsi alle sette e mezzo, impedirgli di invitare degli amici a cena, richiuderlo come un canarino in una gabbia e ricoprire le sbarre con un telo, perché non veda che la vita continua, intorno a lui … – L’affondo è arrivato, prevedibile e, non di meno, doloroso. Virginia scuote la testa, senza trovare una frase con cui replicare. Di fronte a lei Guido ha smesso di masticare e sembra cercare affannosamente un oggetto su cui riposare i suoi occhi inquieti. I loro sguardi s’incrociano, per un istante.

(Forse non è negli occhi di Guido la risposta a tutte le domande, il punto pullulante, la sorgente perpetua del dolore. Forse lui si è sciolto dal suo passato, ha attraversato con un passo da sonnambulo lo squallore dei reparti di riabilitazione e dei centri di ergoterapia e si è issato fin qui, fino a un presente adulto e impermeabile all’assalto dei ricordi. Eppure, certi trasalimenti, certi scatti improvvisi…)

Uno strappo alla tovaglia fa tintinnare i bicchieri di cristallo, l’orlo del tessuto si gonfia e dal dorso dell’animale preistorico che ha invaso la sala riemerge Carlo, all’estremo opposto del tavolo, accanto alla sedia nel nonno. Ha nella destra lo scimmiotto di pezza e ora lo avvicina agli occhi perplessi del vecchio; due o tre volte lo fa passare davanti alle sue pupille, come se volesse accertarsi che è sveglio, che vive – o forse solo per cancellare la patina che rende opachi gli occhi degli adulti, che oggi sembrano disinteressarsi di lui.

- La vuoi smettere? Che ne sai tu di bambini? Non vedi che è stanco e incomincia a fare i capricci…- ribatte finalmente Virginia, mentre gira attorno al tavolo, sfiorando la sedia di Guido, che s’irrigidisce per qualche secondo. Virginia prende per mano Carlo e lo conduce nella camera degli ospiti (la stanza che un tempo condivideva con Federica), sforzandosi di non ascoltare Gabriele, che ormai ha preso il largo e si avvolge compiaciuto nelle rotondità dei suoi periodi calibratissimi.

(La notte. Se sapesse che cos’è la notte per un bambino. Un inchiostro che rimane sotto le unghie, una sottile lamina scura che nessuno spazzolino, nessun sapone profumato, nei tanti bagni che hai attraversato nel corso della tua esistenza, ha mai potuto rimuovere. Un odore che ti resta dentro, che impregna ogni atomo della giornata. Una paura che pervade ogni tuo gesto)

Bisogna sorprenderla, la notte, pensa, sfilando la maglietta dalle spalle gracili del figlio, bisogna prevenirne le mosse. – Forse così si può salvare un bambino – mormora all’orecchio semiaddormentato di Carlo, mentre sotto le sue palpebre scorrono le stesse immagini di sempre.

***

Le unghie di un gatto che graffia la porta per farsi aprire. Il cigolio di un cardine che ruota lentamente su se stesso. Il sordo brontolio di un congelatore in cui i cubi di ghiaccio, scricchiolando, premono sul reticolo plastificato del contenitore. Virginia si sforza di occupare la mente con immagini che confondano i suoi sensi. Ma le sue orecchie, tese nell’oscurità di questa notte estiva, non si lasciano ingannare. Nel lettino che fa angolo con il suo Federica sembra non essersi accorta di nulla. Eppure il rumore che viene da dietro la porta si ripete regolarmente da alcuni minuti. Virginia non osa spiare dal buco della serratura. D’altronde sarebbe costretta a togliere la chiave che ha girato scrupolosamente nella toppa prima di mettersi a letto, e questo metterebbe in allarme Guido, là fuori.

Se trattiene il respiro, lo sente ansimare dietro l’esile diaframma che li separa. È proprio questo che non riesce a sopportare. Questo mantice che soffia incessante, questo vento che la sconquassa più ancora delle parole che giungeranno fra poco alle sue orecchie. Quando lui comincia a gridare, Virginia è già rannicchiata sul fondo del suo letto, le mani schiacciate sui padiglioni, la testa ripiegata sul petto, dove i bottoni aguzzi dei suoi capezzoli di dodicenne sembrano pungere come degli spilli. Attutite dagli strati di tessuto e di cute, riverberate dalle molecole di aria stagnante nella sacca del fondo-letto, le parole che lui ripete instancabilmente si incidono nel cervello di Virginia come una lama tagliente.
- Sei malata di mente. Come me. Ti chiuderanno in manicomio. Non pensare di farla franca -.

“ Ti odio. Non sono malata. Lo sei tu. Vorrei che non fossi mai nato. Lo so che sei là fuori, in piedi, nel tuo pigiama infeltrito, a implorare che ti apra. Ma la porta è chiusa a chiave, e anche se riuscissi ad aprire, nonpotresti farmi niente. Perché io sono più forte di te”.

Il mantra con cui cerca di arginare quel fiotto bituminoso di parole che filtra dagli interstizi della porta e si allarga rapidamente sui riquadri del vecchio parquet come una macchia di umido si rivela del tutto inefficace, anche perché, nella risacca schiumosa che segue ogni assalto, le sue orecchie percepiscono distintamente una voce completamente diversa, più fragile – o forse una diversa modulazione della voce del fratello – che sussurra una breve frase, un verbo che inibisce qualsiasi reazione, prosciugando le sorgenti stesse dell’odio.

- Salvami – bisbiglia quel fantasma sconosciuto che si è sostituito al fratello. – Salvami -, ripete quel diverso Guidoche abita il corpo che preme scompostamente contro la porta.

Quando la marea lentamente si ritira, e Virginia riemerge dalle coperte, nel vasto silenzio dell’appartamento ormai immobile, è proprio quella parola a rimanere conficcata nella sua mente. Non le importa, in fondo, sapere perché sua madre non si sia alzata a difenderla – se l’è chiesto le prime volte, ma poi ha rinunciato a capire, come sempre di fronte agli oscuri baratti di cui le sembra costellata la vita degli adulti (ti lascio soffrire come un cane, ma solo stanotte, domani ti ricoprirò di baci; lui ha solo me, poveretto, non posso abbandonarlo). No, non le importa che suo padre sia mille volte più lontano di quei tre metri che lo separano dalla sua camera. Quel che non riesce a spiegarsi è come una sola parola, mormorata da un ragazzo che forse non è nemmeno lo stesso che conosce dal primo giorno della sua vita, quello che odia con tutta se stessa, sia capace di svuotarla di ogni energia, di reciderle i nervi, lasciandola come un fantoccio dagli arti di pezza slogati dalla furia di un bambino.

Perché non si lascia odiare? Una tagliola in cui le ha imprigionato i piedi per impedirle di scappare via, come sogna di fare da mesi da quando sono cominciate le visite notturne – ecco che cos`è quella parola, sussurrata alle tre o alle quattro del mattino, fra le commessure di una vecchia porta di legno.
- Salvami -. Un verbo che nessuno dei film che ha visto con sua sorella e suo fratello maggiore l’aiuta a collegare a un’immagine o a uno scenario verosimile. I suoni di cui si compone restano piantati nella sua mente vuota, in una nudità assordante.

***

Non si aspettava che i fratelli la tradissero in questo modo, lasciandola sola con lui. Uno dopo l’altro, adducendo scuse sempre meno plausibili, si sono sfilati dalla morsa dei ricordi e delle recriminazioni in cui la conversazione è rimasta impigliata e ora probabilmente sono già rientrati alle loro case. Tocca a lei, dunque, riaccompagnare Guido a G. dove abita da solo dopo le dimissioni dalla clinica psichiatrica. Quando escono insieme per avviarsi alla macchina, l’appartamento è immerso nel silenzio, rotto appena dal rantolo del padre, che rotola biglie di muco nel sudario del vecchio letto matrimoniale. Nella camera dove Carlo dorme già da alcune ore con il suo scimmiotto di pezza la luce è ancora accesa.

Guido evita come sempre di camminarle a fianco. Quando entra nell’ascensore che lei tiene aperto appoggiandosi con la schiena alla porta metallica, sente dalla sua bocca l’odore di cibo mal digerito, buttato giù frettolosamente.

Lo specchio che ricopre una parete della cabina assorbe i loro sguardi, moltiplicando il silenzio. Nel semi-interrato che ospita i box la lampadina a soffitto è fulminata. Procedono a tentoni, cercando di non toccarsi. Virginia ha l’impressione di camminare fuori del tempo, verso il cortile assolato dei suoi dodici anni, dove la aspettano le sue compagne di gioco. Forse anche lui è tornato lo stesso di allora.

Le sue dita che strisciano lungo la parete, le nocche a contatto con la superficie scabra dell’intonaco, misurano la lunghezza del corridoio, finché la maniglia che Virginia ha afferrato affannosamente si abbassa, dando accesso al garage.

Si sistemano nell’auto come due estranei, lei al volante, lui sul sedile posteriore più lontano, in diagonale – in grembo lo zaino e il marsupio che ha staccato dalla vita. Appena Virginia gira le chiavi nel cruscotto, il reticolo geometrico di strade e palazzi comincia a muoversi intorno all’abitacolo. Paralizzata al volante, Virginia ha l’impressione di essere inghiottita a ogni isolato da enormi animali in attesa che, dopo pochi metri, la espellono dalla loro coda, scaraventandola nelle fauci dentate di un nuovo mostro.

Lui non sembra accorgersi di niente. Si è avvolto nella cintura di sicurezza, stringendo la fibbia come un bambino che teme i rimproveri degli adulti. I suoi occhi sono calamitati da qualcosa, là fuori, che Virginia non riesce a vedere. È come se fosse lui, dal sedile posteriore, con la forza di uno sguardo che annulla le distanze, a guidare l’automobile sul filo del tempo, in bilico fra gli incubi che la assediano e i pochi metri che ancora mancano alla palazzina dove il fratello abita da alcuni anni.

L’ospedale psichiatrico in cui lui ha trascorso tutta l’adolescenza sfila sulla sinistra, mentre la strada scende verso il ponte che scavalca la ferrovia.

Dov’era quando lui si è lasciato cadere di sotto? A centinaia di chilometri di distanza, come quasi ogni giorno negli ultimi vent’anni. Eppure saprebbe descrivere nel dettaglio la traiettoria del suo corpo, la gamba sinistra protesa verso il basso, quasi a saggiare la consistenza dell’aria, le braccia lungo il corpo, le mani aperte, ad attutire l’impatto con le rotaie, la bocca contratta dalla paura e forse dal senso di colpa.

L’auto è ferma, a fari spenti, davanti all’ingresso dell’immobile. Guido ha aperto di scatto la portiera e ora raccoglie dal pavimento della macchina lo zaino e il cappello. È fuori.

Virginia respira più liberamente e si accinge alla manovra che le permetterà di riportarsi sulla provinciale. Il piazzale è piccolissimo e ingombro di automobili parcheggiate in maniera approssimativa. Per due volte arretra e avanza, spostando il muso della macchina di pochi gradi. Quando per la terza volta si gira sul sedile, riprendendo la posizione normale di marcia, vede la sua faccia aderire al finestrino laterale, i lineamenti schiacciati come se un’enorme ventosa lo risucchiasse verso il vetro. Istintivamente blocca la serratura delle portiere pigiando il tasto dispositivo d’emergenza, accanto alla leva del cambio. Ma subito, vedendo le sue labbra muoversi silenziosamente, come se volesse dirle qualche cosa, si vergogna delle sue reazioni e abbassa il finestrino.

Il motore dell’alza-vetri elettrico sembra più lento del solito, ma prima che il finestrino sia interamente rientrato nella scanalatura di plastica la sua mano si introduce nell’abitacolo, depositando qualcosa sul cruscotto, fra il lunotto anteriore e la scatola scura del volante. Virginia fa appena in tempo a intravedere sul dorso la fitta ragnatela di cicatrici rosse, sporgenti, fra il polso e l’attaccatura delle dita.

È un foglio piegato in due quello che ora ha fra le mani, sul quale qualcuno ha incollato un ritaglio di giornale. Alcune righe sono evidenziate con un pennarello giallo che ha reso i segni quasi illeggibili; più in basso la grafia minuscola di Guido ha tracciato alcune frasi che pendono sghembe verso il bordo della pagina, come un’offerta timida, una frase lasciata a metà.

O sonno, o de la quieta, umida, ombrosa notte placido figlio; o dei mortali egri conforto, oblio dolce dei mali sì gravi ond’è la vita aspra e noiosa; soccorri al core omai, che langue e posa non have…

Ora la macchina si muove più agevolmente, risalendo la strada di campagna avvolta nelle tenebre.

Oblio dolce dei mali. Balsamo con cui medicare una stanchezza finalmente condivisa.

Mentre sposta le dita dal cambio al volante, Virginia sfiora con l’indice il pezzo di carta che ha riposto nella sua borsetta, vicino alla fotografia di Carlo abbracciato al suo scimmiotto di pezza. E forse è un sorriso la piega che si disegna sul suo volto, mentre l’abitacolo a poco a poco è invaso dal buio di questa dolce notte estiva.








pubblicato da a.moresco nella rubrica racconti il 11 aprile 2012