Il Nobel a Bob Dylan

Tiziano Scarpa



Non provo nemmeno a sfiorare la questione del rapporto fra parola e musica: se la letteratura, scritta o orale che sia, debba essere un confronto con la parola nuda, senza note musicali che la sostengano e contribuiscano in maniera decisiva a renderla memorabile.

Provo a mettere da parte tutto questo, faccio finta di niente e mi domando:

Che tipo di scrittore è Bob Dylan?

È un poeta che ha deciso di scrivere poesie che fossero esclusivamente (la parola “esclusivamente” qui è essenziale, perciò la ripeterò)...:
1. destinate esclusivamente a un apparato amplificatore e riproduttore elettrico (dal vivo o registrato);
2. in forma esclusivamente di canzoni, cioè con strofa e ritornello;
3. legate esclusivamente alla forza motrice musicale;
4. legate esclusivamente alla voce di Dylan.

Tutti e quattro questi elementi, nelle sue opere, sono compresenti e inseparabili uno dall’altro.

1. Poesie esclusivamente amplificate
Nell’assegnare il Nobel a Bob Dylan gli accademici di Svezia hanno premiato l’amplificazione tecnica della voce umana.


Il Nobel a Dylan è il coerente coronamento di un’era iniziata un secolo fa, con l’invenzione del microfono da parte di Peter L. Jensen, che ha cambiato la storia della politica, della religione, della cultura. L’amplificazione della voce umana ha ingrandito le parole fino a farle diventare dei colossi, le ha rese capaci di invadere sonoramente le piazze, di far vibrare fisicamente i corpi ai concerti, di ammantare le folle creando l’illusione di un soggetto collettivo, immerso in un elemento comune: la voce del leader, del pontefice, della star, del politico, del celebrante, del predicatore, del cantante; voce che avvolge e accomuna.
Le parole amplificate si sono insinuate nelle case con i giradischi, i riproduttori digitali, si sono impiantate nelle singole teste con le cuffie e gli auricolari. Dall’invenzione del microfono e dell’amplificazione, con tutte le loro applicazioni e varianti, abbiamo scoperto di essere più piccoli delle parole.
In Bob Dylan, nella sua voce così gracile e gracchiante, la dismisura fra potere dell’amplificazione e inermità del canto è enorme; perciò nelle sue canzoni la potenza della tecnica si staglia al massimo grado.
La registrazione microfonica si è chinata su Dylan, ha raccolto il suo esile residuo fonico, quel carapace svuotato di polpa vocale, l’ha premurosamente raccolto e preservato e diffuso e amplificato…

2. Poesie strutturate esclusivamente in forma di strofa e ritornello
Nell’assegnare il Nobel a Bob Dylan gli accademici di Svezia hanno premiato quel tipo di letteratura che cova un desiderio di inno.


La canzone, nella sua forma pop e rock, è un’opera d’arte che contiene dentro di sé le istruzioni pratiche per la propria assimilazione. Questo accade con il dispositivo del ritornello.
Ascolti una canzone mai sentita prima, e appena dopo l’arrivo del ritornello sei già in grado di canticchiarla; l’hai imparata subito.
Così si crea idealmente un coro (e “chorus” si chiama, in inglese, il ritornello). Tutte le canzoni pop o rock fondate sul dispositivo strofa-ritornello, tendono a fondare un coro. Il punk fu una reazione musicalmente restauratrice contro il rock progressivo, che aveva spappolato il dispositivo strofa-ritornello, e non era più in grado di creare cori comunitari (anche se, in generale, la ripetizione meccanica dei dischi tende a ritornellizzare l’intero brano musicale, qualunque sia la sua forma, incidendolo nella memoria).
Il sogno ideologico della forma-canzone è quello di diventare un inno, un coro unanime imparato istantaneamente a memoria, in cui ci si riconosce uniti e si dichiara di appartenere a una comunità. Questo è il contrario dell’esperienza letteraria prevalente nella modernità, che attraverso la lettura fonda un rapporto individuale, solitario con le parole disarmate e nude.
Per la prima volta, in tutta la storia del Nobel, ecco che le parole di un poeta potrebbero essere pronunciate simultaneamente in coro da un gran numero di persone disseminate in tutto il pianeta; ed è quello che verosimilmente sarà successo oggi nei media, radio e televisioni e siti e social, che all’annuncio del premio avranno trasmesso e linkato qualche sua canzone; ma in ogni caso si sarà diffusa un’ondata di memorie musicali che sono affiorate alla mente di chiunque abbia ricevuto la notizia: un coro planetario dunque c’è stato; semmai, è sorprendente che il pubblico presente in sala a Stoccolma non abbia intonato Blowin’ in the wind.

3. Poesie legate esclusivamente alla forza motrice musicale
Nell’assegnare il Nobel a Bob Dylan gli accademici di Svezia hanno premiato quel tipo di letteratura che si muove da sé e non usa la forza motrice dei lettori.


L’opera letteraria scritta e stampata è inerte, e richiede la forza motrice della lettura individuale. Le parole sono abbandonate sulla pagina, sullo schermo, non procedono da sé se non ci pensiamo noi a leggerle. La canzone si muove da sé, non dobbiamo leggere ma ascoltare. È una distinzione fondamentale che separa la letteratura scritta da molte altre forme d’arte dove pure sia presente un testo, come per esempio il teatro.
In una celebre lettera a Goethe, Schiller notò che a teatro «l’evento si muove davanti ai miei occhi, io mi sento incatenato al presente reale; […] non mi è concesso di volgere lo sguardo indietro né di meditare, perché obbedisco a una forza estranea»: in questo caso, molto semplicemente, la forza estranea è quella del cantante che canta sul palco e spinge la canzone in avanti nel tempo, o del riproduttore elettrico che fa suonare la canzone registrata.
(D’accordo, qualcosa di simile succede anche con gli audiolibri, le letture delle fiabe della buonanotte, gli slam poetry, le letture sceniche, ecc. Ma ricordate la parola “esclusivamente”: Dylan ha scelto di affidare le sue poesie esclusivamente a questa forza motrice).

4. Poesie legate esclusivamente alla dicitura del poeta stesso
Nell’assegnare il Nobel a Bob Dylan gli accademici di Svezia hanno premiato quel tipo di letteratura che contiene l’impostazione vocale, il tono e l’intenzione comunicativa di chi l’ha scritta.


La letteratura scritta destinata alla lettura è confronto individuale con le parole nude, senza istruzioni per l’uso. Sono allegre, sono tristi? Sono depresse, sono euforiche? Chi lo sa. L’esperienza della lettura è anche questo: nessun appiglio, nessuna indicazione. Esprimevano questa fondamentale scoperta i poeti dei primi secoli della nostra lingua, nelle strofe finali delle loro canzoni, chiamate “congedi”: soffrivano il fatto che le parole, viaggiando da sole, non avrebbero potuto far sentire anche il tono di chi le aveva scritte, la sua impostazione comunicativa: i gesti, il volto, la voce con cui accompagniamo ogni frase che ci esce dalla bocca, e che sono parte integrante del loro significato quando parliamo.
Petrarca: «Canzone, io t’ammonisco / che tua ragion cortesemente dica»: poesia, mi raccomando, esponi i tuoi argomenti con gentilezza, io non potrò essere sempre presente a pronunciarti, a far sentire con che tono devi essere intesa.
La poesia destinata alla lettura individuale potrebbe essere definita come esperienza della soglia, nel momento del congedo delle parole, che sono ancora sempre presso chi le scrive, e già irrimediabilmente via da lui o lei: l’opera contiene questo pathos, lo scrive. Dylan è uno scrittore che non soffre del pathos del congedo, perché le sue poesie sono indissolubilmente legate al modo in cui le dice lui, non sono separabili dalla sua intonazione e pronuncia e dicitura.

13 ottobre 2016, ore 16.03.


Ieri e stamattina ho ricevuto molti messaggi che mi chiedono: sì, ma allora sei d’accordo o no? Meritava il premio?
Mi sembrava che si capisse tra le righe; e poi quel che penso io non ha importanza.
Comunque.
Hanno premiato un grande atleta. Peccato che sia un ciclista, e il Nobel per la letteratura è una gara a piedi.

14 ottobre, ore 8.14








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 13 ottobre 2016