Con la valigia in mano

di Renato Marvaso



Non sono molti i libri che descrivono la “paura del ritorno”. Quando ti allontani da casa per lavoro in genere immagini che il ritorno a casa sia solo un’evenienza occasionale, che più andrai avanti nella nuova esperienza lavorativa, all’estero, e più si restringerà nel tempo. Provate a capovolgere la questione: pensate ai vostri genitori che vi immaginano lontano, in una ricca capitale europea o città americana, dove finalmente create la vostra esistenza negata. Insomma, mentre vi riprendete ciò che nel Belpaese, in Spagna, in Francia, oggi un po’ dovunque (!), sembra ormai impossibile ottenere.

Nel mezzo, tra la paura del ritorno e quel pensiero idillico del proprio figlio, o figlia, crogiolante nel meglio di ciò che si può prospettare in una società globalizzata, metteteci una vicenda paradossale, di quelle che hanno sinora caratterizzato i libri di Claudio Morici. Sì, perché il pregio di questo scrittore romano è quello di cogliere aspetti che solo un sociologo o uno psicologo saprebbe avvertire. In quello che, a mio parere, rimane un piccolo capolavoro di sociologia della letteratura, L’uomo d’argento, Morici aveva saputo descrivere la mentalità arrivista, individualista, epicurea, debosciata, di un’intera generazione di giovani europeizzati, mondializzati, mesciati. Nell’ultimo romanzo per Edizioni e/o il nostro si è cimentato nel racconto scapestrato di un informatico italiano messosi al servizio del male: emigrato dalla Roma mangiona nella Londra ipertecnologica, il protagonista fa da voce narrante dei suoi primi tempi a Londra; i primi tempi e un lavoro da sguattero in un bar italiano, qualche amicizia intra-etnica, un coinquilino depresso, una metropoli che presto perde i colori del sogno, dipingendosi di terrore, ansia, angoscia del domani. In altre parole, il sogno dell’emigrante che si trasforma nell’attesa di un futuro sperato. Il presente annaspa, fino a che…

Non è soltanto il contenuto estremamente attuale del romanzo, ma è la forma a straniare ancora una volta: come in L’uomo d’argento Morici punta molto sulla sovversione dei criteri realistici, oppure sulle norme che stabiliscono cosa è o non è un romanzo leggibile, codificato. Confessioni di uno spammer è un romanzo innovativo, perché recupera la forma del romanzo epistolare: l’esperimento di Morici non prevede una serie di lettere private raccolte in un volume, bensì una sfilza di emails tra il protagonista e circa 15 milioni di riceventi. Morici inventa un pubblico e una destinazione: il protagonista, lasciato il lavoro nel bar italiano, viene assoldato da una compagnia fasulla, il cui vero business è la truffa nei confronti di milioni di utenti della rete. Il genio è messo al servizio della sofisticazione, finchè l’anonimo protagonista si pente e individua nei truffati gli unici esseri umani con cui poter interloquire e spiegare le sue povere ragioni:

«Ed eccomi qui. Avete ricevuto questa email in 15. 583. 003 persone. E’ l’unica email sincera che vi abbia mai scritto. Sono uno spammer pentito. Ho sbagliato. Vi prego di accettare le mie scuse».

La vicenda originale, che viene narrata attraverso un canale comunicativo senza leggi prescritte, e in cui la comunicazione si riduce all’essenziale perdendo ogni connotato di corporeità, è emblematica di cosa accade quando si scioglie l’ormeggio che lega il partente alla sua cultura di origine. Se non ci si allontana soltanto dalla propria casa natale e dagli amici di gioventù, ma si perdono di vista le abitudini, le mentalità locali, i modi con cui ci si diverte e si ama, anche il “nuovo” e l’“altro” che, nella filosofia esistenzialistica di Heidegger, ci “viene incontro” acquisisce i tratti, surreali e onirici, di una realtà ermetica, incomprensibile. L’amore devasterà la comprensione del protagonista, come se un enigma fosse finalmente sciolto, dopo mesi in cui restava senza una spiegazione coerente. La vita comincia allora a prendere un suo significato specifico e il protagonista metterà tutto quello che possiede, compreso il rischio della vita, per salvare il messaggio nascosto di un’esistenza.

Se dovessi proporre questo libro lo consiglierei a chi aveva pensato di partire dall’Italia per l’estero; a chi pensa che adattarsi sia più semplice che resistere; a coloro che amano l’esperienza dell’alterità a prescindere da una sua minima conoscenza. Gli italiani sono certamente un popolo di emigranti. Ma nel libro di Morici sono i dubbi sul senso di una partenza ad allargarsi rispetto alle certezze rassicuranti del sogno di una realizzazione personale. Viene messo in discussione il sogno inglese, il sogno americano, il sogno europeo. Su tutto ciò che è ideologia, e che viene rilevato alla stregua di falsità, sopravanza la cruda e naturalistica esperienza del singolo individuo, atomizzato e isolato: il protagonista, o il suo inquilino, si confrontano con una città ipermoderna, in cui la separazione tra privato e pubblico ha finito con l’annientare il privato o lo ha ridotto a una dimensione per nulla intellettiva. Resta la comunicazione, cosicché il protagonista si confessa a milioni di sconosciuti, e l’inquilino cerca la sua anima gemella tra le pagine e le fotografie di un profilo su internet. Tutto si smaterializza, tranne l’autobus, l’aereo, sui quali imbarcare la valigia e partire.

Claudio Morici, Confessioni di uno spammer, Edizioni e/o, 192 pagine, 16 euro.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica il Sogno dell’Europa il 14 ottobre 2016