Be a loser: il mondo di King è degli sfigati

Francesca Schipa



Sono nato nel 1947. Ho avuto un’infanzia strana, incasinata, cresciuto da una ragazza madre che quando ero piccolo si spostava di continuo… Magari stava solo inseguendo mio padre, che aveva accumulato montagne di debiti per poi svignarsela quando io avevo due anni e mio fratello David quattro. Divoro tonnellate di fumetti, scrivo qualche racconto e immagino, immagino un mucchio di cose. Mi chiamo Stevie, ho undici anni e sono uno sfigato. [1]

Finders keepers, losers weepers

Benvenuti a Derry, nella calda estate del 1958. L’estate in cui Stephen King “crea” e colloca il Losers’ Club, nella versione italiana noto come il Club dei Perdenti. Permettetemi però - prima di iniziare a conoscere meglio i protagonisti di It – di proporre una diversa traduzione del termine losers, che nella versione di Tullio Dobner viene reso appunto letteralmente con “perdenti”. Per quanto gergale, o forse anche per questo motivo, preferisco qui usare il termine “sfigati”. E non solo perché più attuale, ma perché “perdente” non rispecchia lo spirito del gruppo, né dei singoli componenti. Mentre il perdente è colui che non brilla nella competizione della vita, e resta tale per incapacità o sfortuna, rinunciando e adagiandosi in una situazione immutabile, lo sfigato - che per uno slittamento semantico non è oggi inteso più come “sfortunato” – non riesce e non vuole entrare negli schemi che la maggioranza, formata da maschi e femmine dominanti, propone come “giusti”, “vincenti”. Lo sfigato è un solitario, non fa parte di comitive, non veste alla moda, non fa le cose giuste né vede la gente giusta. È un nerd (con o senza tecnologia a fare da rifugio), un socialmente inetto, “uno fuori”: è sfigato. Ed è questo che sono Bill, Beverly, Richie, Ben, Mike, Stan e Eddie: un gruppetto di ragazzini (hanno tutti - mese più mese meno - la stessa età, tra gli undici e i dodici anni) per ragioni diverse silenziosamente emarginati, poi presi di mira e perseguitati in un crescendo di bullismo e violenza che arriva ai tentativi di omicidio. Fin dall’inizio, King mette in chiaro che il motivo per cui si ritrovano nei Barren è la necessità non solo di giocare e passare il tempo in quella lunga estate, ma soprattutto di stare in pace. E anzi, quello che i ragazzi cercano non si può neppure definire un luogo fisico, quanto piuttosto uno spazio mentale esente dalla paura acquatica e diffusa nella quale vivono, sotto lo sguardo cieco – talvolta connivente, talvolta colpevole – degli adulti.

...quel misero gruppuscolo di nati perdenti con il loro piccolo club segreto in quella località nota come i Barrens, i «brulli», buffo nome per una zona così lussureggiante di vegetazione. A credersi esploratori nella giungla, o genieri della Marina americana a disboscare un atollo del Pacifico per una pista d’atterraggio tenendo testa ai giapponesi; a immaginarsi costruttori di una diga, cowboy, astronauti in un mondo di giungla; a inventarsi di tutto e tutto si poteva inventare, ma sempre senza dimenticare che cosa stavano facendo veramente: si nascondevano dai ragazzi più grandi...  [2]

Old friend, what are you looking for? Derry, 1985. Dopo 27 anni, rieccoli, gli sfigati. Sono gli anni del boom economico americano sotto il presidente/attore Reagan: la diminuzione delle tasse a favore della classe imprenditoriale e la caduta dei regimi comunisti all’estero hanno contribuito alla nascita del mito dell’America ricca, solida, imbattibile. E anche gli sfigati di un tempo ora non lo sono più – neppure Stan, che pur di non rivivere la Grande Paura, pur di non essere nuovamente profanato preferisce tagliarsi le vene. Tutti (o quasi, ma l’eccezione ha il suo perché) sono protagonisti di uno stravolgimento che ha portato loro bellezza, denaro, successo e… no, la felicità forse no. Ma d’altronde i soldi non la garantiscono, vero? Sono insomma, diventati “fighi”, winners in ogni settore, da quello estetico a quello psicologico e materiale. Sembra quasi di sentire l’autore sogghignare mentre descrive il loro nuovo status: anche in questo caso, la perfezione è placcata oro, il benessere falso come una banconota da tre dollari. Gli anni Ottanta nascondono il marcio, proprio come gli anni della loro infanzia, forse come ogni anno di ogni secolo di ogni era da che l’uomo vive su questo pianeta.

Prendendoli per mano, uno ad uno, strappandoli dalle “felici” esistenze che conducono, King costringe i suoi personaggi a ricordare quegli anni sprofondati nella melma rassicurante dell’oblio, e a ripercorrerli dietro la guida del Virgilio nero che è Mike Hanlon, il solo tra loro ad essere rimasto a Derry, il solo che abbia tenuto puntato uno sguardo lucido e vigile sul passato e sul presente, il solo che sia rimasto – e non ci meraviglia – indietro, uno sfigato che guadagna poche migliaia di dollari l’anno facendo il bibliotecario. Il benessere reaganiano riguarda – altra stoccata – le classi imprenditoriali, non i ceti medio-bassi. Soprattutto non a Derry.

Dietro le sollecitazioni di Mike, le cicatrici cancellate e la balbuzie e l’asma e i fondi di bottiglia, ma soprattutto quei giorni dimenticati riappaiono in tutto il loro orrore, tra la meraviglia degli stessi protagonisti che non riescono a capire come dei bambini quali erano possano aver superato simili terribili prove. E averle poi seppellite nella memoria, senza impazzire.

Attraverso i loro sguardi attoniti e incapaci di accettare il passato, King veicola ancora una critica (neanche tanto velata) al reaganiano tentativo di riproporre i fifties come anni di felicità, decoro e pace: Happy Days, l’amatissima sit-com di Fonzie e della famiglia Cunnigham mette in scena - proprio negli anni ottanta - il mito dei giorni felici in un periodo che è esattamente quello in cui i nostri eroi ed antieroi hanno vissuto l’infanzia. Ma dove in Happy days è tutto gonne a ruota e colori pastello, gli anni ‘50 dipinti da King sono a tinte scure o rosso sangue: i bambini assistono o sono nolenti protagonisti di ogni sorta di sopraffazione, mentre ignoranza, bullismo e alcolismo – per non parlare di un feroce razzismo – la fanno a Derry da padroni. E mentre Fonzie è il cuore tenero dal capello imbrillantinato, beh... a Derry la brillantina pare sego e moccio, e i ragazzi che perseguitano i protagonisti armati delle peggiori intenzioni – cioè la banda formata da Henry Bowers, Vic Criss e Belch Huggins, cui si unisce in seguito il pericoloso Patrick Hockstetter – sono l’ovvia conseguenza del fallimento di un sogno WASP: nati come vittime, figli della violenza e dell’ignoranza, psicotici o semplicemente infelici, crescono persecutori per mancanza/incapacità di scelta e diventano manovalanza dapprima, e infine cibo per Pennywise, perché anch’essi ancora bambini.

We are beating the devil

L’incapacità di ribellarsi e di cambiare il mondo attorno: è questo il discrimine tra i gruppi antagonisti. La storia tutta scaturisce da un atto di non accettazione di Bill Tartaglia Denbrough, colui che a tutti gli effetti e fin dalla sua costituzione è a capo della banda degli sfigati, personaggio/chiave e motore della narrazione. Come spesso accade nell’universo di King, tessuto a intrecci multipli, il Fedele Lettore riconosce senza esitazione in Bill un personaggio già incontrato in uno dei racconti tra i più famosi e meglio riusciti di Stephen King: la somiglianza tra Big Bill e Gordie Lachance, protagonista di Il corpo – L’autunno dell’innocenza pubblicato in Stagioni diverse nel 1982 è impressionante. Coetanei, sono entrambi segnati dalla morte prematura di un fratello, dalla susseguente indifferenza dei genitori incapaci di superare il lutto, e da un devastante quanto inutile senso di colpa. Bill e Gordie, dotati entrambi di una forte carica immaginativa, raggiungono il riscatto diventando scrittori di successo, affrancandosi dalla sofferenza e dalla solitudine. Non bisogna scavare troppo per riconoscere in questi personaggi - il “perdente”? no, ma lo sfigatissimo sì – Steve dall’infanzia marchiata dall’abbandono del padre, dai conseguenti scompensi affettivi ed economici, riabilitato e ora vincente grazie alla scrittura. Scrivi di quel che conosci, dice una delle regole numero uno della scrittura: e King qui la applica più che fedelmente, tanto che in quasi tutti i personaggi mette una punta dei suoi “disagi” di gioventù. Di Bill abbiamo già detto, ma gli spessi occhiali di Richie, la scarsa avvenenza di Ben unita al suo amore per la lettura, la possessività della madre single di Eddie, i vestiti di seconda o terza mano di Bevvie, parlano di un vissuto dolente come una cicatrice mal rimarginata. Nonostante i loro handicap però, il tartagliante Bill, il ciccione Ben, il quattrocchi e boccaccia Richie, la vessata Beverly, l’ipocondriaco Eddie, l’ebreo perfettino Stan e il negro Mike, insieme devono riuscire a sconfiggere il Male. E ce la fanno, appunto, nel momento in cui i loro punti deboli diventano la loro forza. Non è la prima, non sarà l’ultima volta, che King descrive le vittime di una società violenta e bullista. Billy Nolan in Carrie, Ace Merrill in Il corpo (e la sua ricomparsa in Cose preziose), Buddy Repperton in Christine, con i loro ciuffi ben ingrassati e il coltello facile, sono sempre alla ricerca di elementi fallati, deboli, sui quali esercitare il loro limitato potere. E come detto, ai nostri non mancano i difetti. Ad essere sinceri, non mancano neanche nel loro essere personaggi: ho sempre ammirato in King la capacità di tratteggiare, con efficacia e nei loro aspetti più intimi e nascosti, bambini e adolescenti. Tuttavia rileggendolo è impossibile non notare che questi ragazzi sono persino troppo perfetti, quasi stereotipati nella grazia e nella purezza che li illumina. Bill è il capo naturale del gruppo, riconosciuto come tale da tutti senza tentennamenti né discussioni, nonostante il suo penoso balbettare: risulta tuttavia quasi fastidioso che per tutto il romanzo non si faccia che sottolineare la sua “superiorità” – la forza di Bill era notevole e misteriosa – quest’aura di guida spirituale che lo illumina come un effetto cinematografico in un film di seconda categoria: Bill sembrava irradiare bontà e forza. Era come un cavaliere di qualche vecchio film, di quelli così melensi, ma capaci lo stesso di farti piangere. Ma come non amarlo? Bill è coraggioso, riflessivo, sveglio, ha un grande spirito di osservazione e una incredibile capacità di connessione tra le informazioni che raccoglie. Ed è anche bello. Tutti, anche i lettori, lo adorano con la stessa ardente totale devozione.

Il suo alter ego femminile è Beverly, di cui tutti i ragazzi sono innamorati: capelli fiammeggianti, piena di grazia nonostante gli stracci con cui si veste, maschiaccio nei modi ma seducente senza saperlo, abile tiratrice. Ovviamente, è bellissima, con quella chioma ramata come una nuvola abbagliante intorno alla testa e quel delizioso grigioverde che aveva nelle iridi.

Ben, il terzo lato del triangolo, è un capolavoro di goffaggine, tenerezza e intelligenza, lettore instancabile, innamorato e amico fedelissimo. Non è bello (lo diventerà, e come!), ma da subito mostra quello di cui è capace, aiutando a costruire una diga talmente efficace da allagare tutti i Barren, ed a attirare l’attenzione e i complimenti di un burbero piedipiatti irlandese quale il signor Nell:

“Te la sei progettata da solo?

“Sì.”

“Che mi venga un accidente! Farai cose egregie un giorno, non ne dubito.”

Con lo stesso pennello intriso di parzialità sono dipinti il sensibilissimo e colto Stan, le irrefrenabili voci e le battute folgoranti di Richie, un Mike tutto orgoglio nero e intelligenza, e la bussola fatta ragazzino che risponde al nome di Eddie. Se l’autore descrive quelli che appaiono più gli impavidi protagonisti di una favola che dei ragazzini reali è perché nella realtà letteraria dell’autore gli eroi di It, come dei suoi altri romanzi, sono a tutti gli effetti degli archetipi: King, lungi dal ricercare un realismo che non lo interessa, edifica nei suoi scritti una mitologia horror che si rincorre da un libro all’altro finalizzata alla creazione di un mondo materiale per il lettore. Basti pensare all’incontro tra il Jake Epping/George Amberson di 22/11/63 e Beverly e Richie nel 1958. L’emozione suscitata nel lettore nell’incontrare due degli eroi di It nasce non solo dal riconoscimento, ma dal radicarsi dell’episodio in un terreno collettivo che rende reali entrambe le narrazioni, oltre che dall’identificare nei ragazzi dei personaggi totalmente positivi.

A willing imagination

Per rispettare i ruoli in questo universo archetipico, tanto gli sfigati sono belli, luminosi e intatti, tanto i loro oppositori sono squallidi, violenti e corrotti: morbosamente attratti dalle “cose sporche”, dalle “cose sbagliate”, bevono, ruttano, sperimentano l’infiammabilità dei peti, già repliche esatte dei loro genitori e degli adulti che popolano Derry. Ma anche i nostri eroi dicono le parolacce, si lasciano andare a flatulenze, fumano, pensano al sesso. E proprio a proposito del sesso, King si lascia andare ad una delle parti più criticate – l’unica a mio parere criticabile – dell’intero libro: come sottolineato lungo tutto il romanzo, la fiammeggiante Bev è oggetto dei sentimenti amorosi dei ragazzi tutti e purtroppo il nostro autore non trova di meglio, quando è il turno della ragazza di aiutare il gruppo nella lotta contro It, che coinvolgerla – di più, renderla ideatrice e vittima consenziente – in una scena di sesso di gruppo. Non il modo migliore che ci sia per contribuire alla salvezza dell’umanità, se teniamo ben presente che si tratta di ragazzini tra gli undici e i dodici anni, prepuberi e del tutto inesperti. Ho i miei dubbi che King oggi potrebbe riscrivere lo stesso brano senza suscitare un vespaio sulle mille implicazioni legate ad una scena che ha carattere quasi surreale, giacché portano tutti a compimento l’atto - e con reciproco piacere - nonostante immaturità fisica, inesperienza, verginità, paura e tabù. Di fatto, l’autore riesce a smussare le asperità usando la penna con delicata attenzione, e anche le immagini più difficili da tollerare e le situazioni meno credibili (la protagonista è una bambina!) scivolano senza sconvolgere, avvolte da un alone poetico:

[Beverly] si sente invadere di nuovo da quella sensazione di potenza, qualcosa di simile al volo […], desiderio, sì, ecco qual è il segreto, sono amore e desiderio che ti insegnano a volare.

Pur accettando il senso simbolico e profondo del gesto, che compara Bev alla protagonista della favola dei Grimm che cuce camicine per liberare i fratelli cigni dall’incantesimo, e che suggella un’unione sacra quanto un definitivo addio all’innocenza dell’infanzia, l’elaborazione dell’atto appare eccessivamente consapevole, complessa e ardita per una undicenne. Eppure, i ragazzi di King sono questo e “funzionano” narrativamente proprio per questo: eccessivi e concreti, eccezionali e normalissimi; pieni di paure, ma con tutta la forza per superarle; piccoli, ma capaci di grandi azioni, grazie a quello che nei pensieri di Richie adulto è la fusione di sette menti dalla straordinaria capacità immaginativa.

Tra tutte le qualità di cui l’autore dota questi sette ragazzi, infatti, quella che brilla e li guida in tutte le loro azioni, quella che li rende eroici e invincibili è senza ombra di dubbio l’immaginazione, la capacità di risolvere un problema, di superare un ostacolo lanciando la mente e il cuore oltre, creando un modo nuovo per guardare la questione, credendo con fede e pertinacia e una buona dose di temeraria ingenuità di poter superare tutto, persino il Male senza fine. Steve Jobs nel 2005 avrebbe parlato della necessità di restare curiosi e ribelli, creativi e immaginativi, per riuscire nella vita: “Non lasciatevi condizionare, non lasciate che il rumore delle opinioni altrui copra la voce che avete dentro. Ma soprattutto abbiate il coraggio di seguire quello che avete nel cuore, lasciatevi guidare dall’intuito.” [3]

I ragazzi di un altro Steve, i vittoriosi sfigati di un tempo, avevano scoperto questa verità molto tempo prima.

Francesca Schipa (1963) vive a Roma dove lavora come traduttrice. Ha scritto un romanzo e tiene il blog di letteratura dilettieriletti




[1] Da On writing, Autobiografia di un mestiere, Stephen King, ed. Frassinelli 2015, trad. di G. Arduino

[2] Da qui in poi, ove non diversamente indicato, i corsivi sono tratti da It, di Stephen King, ed. Sperling & Kupfer, 1987, trad. Tullio Dobner

[3] Dal discorso di Steve Jobs ai laureandi di Stanford, 2 giugno 2005





pubblicato da l.cristiano nella rubrica libri il 13 ottobre 2016