It, una fenomenologia del Male

Demetrio Paolin



“Ma alla fine It cosa è?”.

Rebecca, mia figlia, mi fa questa domanda mentre camminiamo verso scuola; ho appena finito di raccontare – era il nostro rito dell’estate – It e lei se ne esce con questa semplice domanda, che però ci porta direttamente al cuore del libro di King. Cosa, chi è It?

La mancata spiegazione di chi sia il motore della storia può essere la chiave per provare a entrare nel romanzo. Faccio una premessa: anche dopo la rilettura del libro, mi pare che la parte più debole del testo sia il momento in cui It si personifica, incomincia a parlare e a sentire come se fosse una persona qualsiasi. Immagino che King abbia avuto i suoi buoni problemi per risolvere narrativamente quel passo, e che It come ogni romanzo mondo, anzi come ogni libro che aspiri a una sorta di ricreazione fedele di un mondo, soffra di quell’oltraggio della realtà sulla fantasia quando si prende la sua rivincita, destinando l’opera al fallimento.

Eppure il problema di definire It, come personaggio, non è cosa di poco conto. Intanto non dobbiamo soffermarci alla prima risposta più lampante e facile, ovvero che It sia una sorta di incarnazione luciferina, come si potrebbe evincere dalla visione provocata dal rito indiano di Ben, quando assistiamo al precipitare di questa entità dal cielo nel profondo della terra.

In quelle pagine la citazione è fin troppo lapalissiana, ma non mi fiderei di questa prima impressione; anche perché una delle caratteristiche fondamentali di King è appunto questa sua “trasparenza”, il suo sembrare di essere facile da decifrare a una prima lettura. Un astro cade dal cielo e si conficca nel centro della terra: cristallino, perché fa riferimento a un immaginario che conosciamo.

Ma alla fine, chiuse le pagine del libro, la domanda rimane inevasa: ma It cosa è?

La prima volta che incontriamo la scritta It è a pag. 64 (la mia edizione è quella paperback di Sperling del 1990). È un segno grafico lasciato da Stan Uris prima di suicidarsi. Io credo che questo indizio sia interessante. Perché Stan è il primo a chiamare It con il suo nome, e non con uno dei tanti nomi che durante il romanzo gli verranno affibbiati? Sappiamo che una delle caratteristiche di It è appunto il suo essere proteiforme, di prendere le sembianze di ciò che desidera e in particolare di trasformarsi in ciò che più spaventa chi gli sta di fronte. It è una sorta di specchio in cui come per enigma e oscuramente (per dirla con San Paolo) rivediamo noi stessi e ciò che più ci spaventa. Il fatto che Stan battezzi quell’entità con il nome di It non può essere derubricato a semplice caso.

In primo luogo quale è stata per Stan l’esperienza di It? La troviamo descritta a pp. 472-73, una tra le parti più belle e riuscite del libro di King, e di quelle pagine mi colpisce il refrain della parola “profanato”. Stan si sente profanato da It; egli tra tutti è l’unico che vive It come un’avventura intima, cioè quello che gli accade vedendo It non è esterno a sé. A Ben, Bill, Richie, Bev e Mike accade qualcosa che mette in pericolo la loro vita, ma è – comunque – qualcosa di esterno ed estraneo, che sta loro di fronte come un avversario. Stan è l’unico che vive tutto questo nella sua interiorità.

Il personaggio di Stan è atipico rispetto agli altri membri del “club dei perdenti”, perché è quello più lontano da quella sospensione della incredulità che tutti gli altri decidono di attuare e che sarà loro necessaria anche da adulti quando dovranno sconfiggere It in modo definitivo. È lo stesso King a suggerci in esergo al libro, come viatico per le pagine, che la magia esiste, che c’è qualcosa di esterno a noi così potente da poter modificare il corso della vita e che noi dobbiamo crederci. Stan è il riluttante del gruppo, il recalcitrante, quello che si sente diverso dagli altri. Anche in questo caso King, per segnare questa differenza usa un cliché, descrivendoci Stan come ebreo. L’essere ebreo lo rende diverso, per costumi, religione e classe sociale rispetto agli altri. Lo rende un personaggio che, esule nel suo stesso romanzo, può definire questa entità malefica come “it”.

Per Stan It è una cosa che lo profana, che gli toglie la gioia di vivere, la fiducia nel mondo, che rende squilibrato il creato e ne deturpa la bellezza; è una cosa che lo rende brutto e sporco. E non è un caso che proprio prima di uccidersi Stan tenti di “mondarsi”, facendosi la doccia.

Mentre scrivo che It è una “cosa” mi viene in mente, per associazione, David Foster Wallace e la sua descrizione della “cosa brutta”, contenuta in un racconto di Questa è l’acqua, uscito negli Stati Uniti nel 1987 (anche se lo stesso DFW dice di averlo scritto qualche anno prima). Questa sincronicità mi ha colpito (due scrittori che nello stesso tempo scrivono a proposito di una cosa brutta) perché tutte le volte che penso a Stan e al modo in cui ragiona e si muove, io lo percepisco come un personaggio di DFW per le sue manie e paranoie, per i suoi tic, per il suo modo di affrontare il male.

Per DFW la “cosa brutta” è qualcosa di interiore e radicato nell’uomo, è qualcosa che prende possesso di ogni singola cellula del corpo dell’uomo. Nella descrizione di DFW la “cosa brutta” è la depressione (sto semplificando per brevità di intervento), in poche parole è un “male interiore” che profana l’essere umano. I punti di vicinanza tra questa descrizione di DFW e King sono molti, non tanto dal punto di vista linguistico, quanto concettuale (il mondo profanato, l’idea del suicidio solo per citare i primi due).

Se King si fermasse qui, sarebbe un DFW senza la sua razionalità compositiva, ma la poetica kinghiana è diversa; se vogliamo è più semplice e più arcaica di quella dell’autore di Infine Jest. Io ho l’impressione, leggendo King, che egli scriva non tenendo conto di vivere dopo Nietzsche, Freud e Marx (il vero riferimento canonico per King è Dickens). E questo slittamento tra ciò che lui scrive e il modo in cui vive, gli permette appunto di costruire macchine narrative che vanno a pescare nelle zone più oscure e profonde di ognuno di noi. Gli permette in un certo senso di non addomesticare con le diverse teorie ciò che a ognuno di noi crea spavento. Per questo motivo Stan si ferma prima, per questo motivo si uccide, perché simbolicamente lui è tenutario di un pensiero e di una visione del mondo che è incompatibile con l’universo che King sta creando. È necessario che ci sia, perché compie l’atto nominale, ma è il suo ruolo, perché il suo bagaglio non gli permetterebbe di sospendere nuovamente l’incredulità e questo potrebbe inficiare la possibile vittoria su It.

Cosa è invece It per gli altri protagonisti?

Come dicevamo It assume di volta in volta una diversa sembianza: mummia, licantropo, barbone, uccello, clown, con la costante legata all’acqua. Anche in questo caso l’immaginario è elementare: l’acqua assume le forme più diverse, docilmente si piega secondo la direzione e il tragitto del fiume, se incontra un ostacolo lo avvolge. Questo elemento naturale è perfettamente coincidente con questa sorta di Proteo che è It. Inoltre l’acqua è essenzialmente inodore e incolore: è neutra, così me è neutro il pronome che designa questa entità, it appunto.

It è qualcosa che muta, eppure rimane simile a stesso, che cambia forma, grandezza, voce, spessore, ma infine rimane uguale: è qualcosa di insito nella vita di ognuno. Potremmo dire che It è consustanziale al mondo, di cui Derry è l’immagine in sedicesimo.

La teologia e la filosofia hanno più volte ragionato su cosa sia il male, e quale sia il modo in cui si manifesta nella vita degli uomini. Il male, a seconda dei tempi, è stato radicale, banale, teleologico, ontologico, e alla fine di queste speculazioni ciò che rimane è un semplice concetto: il male è il male, e qualsiasi definizione è un mero atto consolatorio.

Il male non ha colore, sapore, gusto, odore, puzza; non ha ragione, logica, motivo, ma avviene nel mondo perché è del mondo, è stato creato insieme al mondo, come le acque che scorrono e le montagne. Il male è per sua natura neutro, non ha una sua caratteristica e questo lo rende praticamente indescrivibile.

King tenta in tutti i modi di darci un ritratto di It, ci prova, lo mette sotto la sua lente, usa come dicevamo un immaginario arcaico, fa a meno di tutto quell’armamentario novecentesco – It non è leggibile con le lenti della psicoanalisi – ma alla fine esso sfugge alla nostra comprensione; è come l’acqua che apre il romanzo e domina la maggior parte delle sue pagine: tu la puoi tenere tra le mani chiuse e strette, ma lei lentamente ti sfuggirà perché esiste sempre un piccolo pertugio da cui può fuggire.

Questa neutralità è la vera mostruosità di It, la sua assoluta indifferenza al tempo, alla storia e a chi ha davanti a sé; proprio per questo motivo il finale suona alle mie orecchie strano, e se non sbagliato almeno emendabile, perché sembra il tentativo “goffo” di dare voce a qualcosa che per 1200 pagine è stato definito come indefinibile.

Ora di questo male neutro non sappiamo né la forma né la sostanza, ma appunto ne conosciamo l’arrivo sulla terra. Come dicevo all’inizio la caduta di It sulla terra è molto “stereotipata”, chiunque di noi leggendo quel brano ha pensato alla caduta di Lucifero; però c’è qualcosa che secondo me sfugge; ed è legato al fatto che It sia una femmina. Questo, in realtà, potrebbe mettere in discussione il mio discorso sulla neutralità del male, ma ovviamente la mia definizione di neutralità non è tanto legata al genere, quanto all’impossibilità di descriverlo; però questo accenno al genere femminile mi sembra interessante, proprio perché mi porta a rivedere la scena dell’arrivo sulla terra di It.

Ci sono due storie di esilio legate a Dio, la prima è quella che sappiamo. Lucifero si ribella a Dio, viene sconfitto e viene mandato sulla terra, ma ne esiste un’altra legata alla Shekkinah ovvero alla presenza di Dio sulla terra accanto agli ebrei durante la traversata dell’Egitto. In alcune varianti, ne racconta una Primo Levi in uno dei racconti di Lilit, si dice che la Shekkinah si fosse adirata con Dio per aver permesso la distruzione del tempio e la successiva diaspora degli ebrei e che avesse in qualche modo abbandonato Dio per stare in mezzo agli uomini.

Ora quello che dico da qui in poi è pura supposizione fantastica, ma credo che a King non dispiacerà. Leggendo il libro ho avuto come l’impressione che alcuni dei gesti di It fossero involontari gesti di salvezza, o meglio che in una remotissima origine queste azioni potessero essere legate a una idea primitiva di salvezza. I bambini che vengono uccisi sono liberati da una vita altrettanto dura e piena di abusi, il mondo in cui vengono gettati sembra un mondo etereo e leggero (i famosi palloncini).

Nessuno sa in che modo la salvezza del mondo arriverà, se la redenzione sarà una cosa dolce e bellissima, o terribile e violenta, se avverrà tramite la spada o tramite l’amore: e se l’amore, posto che sarà l’amore, sarà qualcosa di tenero o di violento.

E per questo vi lascio con questa mia idea strampalata: e se It non fosse altro che la shekkinah che si è incattivita, che è stata per secoli e millenni e miliardi di anni prigioniera in questo luogo? E se la sua scelta d’amore fosse diventata qualcosa di orribile, tanto da costringerla a compiere gesti di cui ignora il fine, quasi fossero un’abitudine di cui si è perduta la memoria? E se infine lei desiderasse solo essere liberata dalla sua cattività? Se quindi It fosse il resoconto del disperato tentativo di suicidio di Dio e della sua presenza?

[Demetrio Paolin (1974) vive e lavora a Torino. Ha scritto alcuni libri e saggi. Il suo ultimo romanzo si intitola Conforme alla gloria (Voland 2016)]








pubblicato da l.cristiano nella rubrica libri il 12 ottobre 2016