Trenta giorni a scuola di yoga in India

Silvio Bernelli



Ti svegli all’alba con il suono della campana in cortile. Oltre la finestra si intravedono i tetti di Rishikesh e le montagne a strapiombo sul Gange ricoperte di foreste impenetrabili. Più vicini, alcuni scampoli dello sconfinato accampamento che è l’India. Perlinati posticci, edifici tirati su senza alcun ordine, catapecchie in mattoni grezzi, fogne a cielo aperto, distese di immondizia abitate da mucche, cani randagi e scimmie; vicoli perennemente invasi dalle piogge torrenziali, pile di mattoni che decenni di abbandono e umidità hanno resto simili a resti di civiltà inghiottite dai millenni.




Ti trascini sotto la doccia. L’acqua è fredda, ma non hai troppo da lamentarti. Sei un occidentale e la scuola per insegnanti di yoga che hai potuto permetterti offre lussi inimmaginabili per le analoghe strutture frequentate dagli indiani. Ti avvolgi nell’accappatoio. Malgrado i frequenti lavaggi, sa di pozzanghera, sudore, chiuso, verdura bollita. Usando un enorme tergivetri pulisci il bagno allagato con la perizia di un giardiniere zen, cercando di sospingere l’acqua nello scarico al centro del pavimento. Ti lavi i denti con l’acqua minerale perché quella del rubinetto è piena di batteri che provocano funesti attacchi di dissenteria. Ti lavi anche la lingua e il naso, operazioni di igiene personale che l’Occidente ritiene curiose o, peggio ancora, inutili, sulla scorta di una superiorità culturale che in questo caso è infondata.
Ti ricopri ogni centimetro di pelle con un insettifugo. Ti vesti con tuta e maglietta in tessuti tecnici, traspiranti, altrimenti tra poco soffocheresti dal caldo. Scendi in mensa per un tè e ti ritrovi con le cinquanta persone che sono qui a Rishikesh per conquistarsi un diploma internazionale da insegnante di yoga. È gente di ogni parte del mondo, nella stragrande maggioranza più giovane di te. Le molte ragazze americane ti tiranneggiano con i loro corpi perfetti, il loro entusiasmo; in qualche caso con una vuotezza incolmabile.
Sul tetto del palazzo ti aspetta la sala yoga. Ci stai due ore a respirare, concentrarti, muoverti. Ti tiri, ti torci, ti contorci nel caldo appiccicoso. Esci esausto. Scendi in sala mensa per la colazione.




Riso, legumi, verdura in poltiglia. È tutto molto gustoso ma la verità è che non ne puoi della cucina indiana e daresti qualunque cosa per cominciare la giornata con caffè caldo, biscotti e marmellata, yogurt, spremuta d’arancia. Torni in camera per buttare giù i fermenti lattici. Insieme alla ferrea dieta che esclude tutto ciò che è crudo ed è stato lavato con la pericolosa acqua indiana, sono l’unica difesa contro gli attacchi di dissenteria. Nel secchio in bagno lavi la maglietta e la tuta traspiranti che hai appena usato. Strizzi tutto con forza. Impugni l’enorme tergivetri e pulisci il bagno allagato con la perizia di un giardiniere zen. Appendi in camera la roba appena lavata. Controlli le morsicature di zanzara, che nonostante l’insettifugo sono una mezza dozzina, e ci applichi una crema anti-antiallergica. Fuori due cani guaiscono e abbaiano senza sosta. Ti chiedi se siano gli stessi che qualche notte fa ti hanno impedito di chiudere occhio, poi vai di corsa in aula per la lezione di anatomia e fisiologia. Sarebbe già difficile seguirla in italiano, in inglese cerchi di apprendere il meglio che puoi.




Poi c’è la lezione di filosofia. Con un certo sgomento, appena arrivato, avevi scoperto di essere uno degli allievi più preparati sulla materia. Le ragazze americane hanno dovuto venire fin qui dalla Florida, dal Michigan e dall’Ohio per scoprire che lo yoga non è affatto quella sorta di zumba molto statica che gli insegnano a casa.
Prima di pranzo c’è il tempo di passare in camera a farsi una doccia.
L’acqua è fredda. Pulisci il bagno allagato usando il tergivetri che maneggi con la perizia di un giardiniere zen. Ti ricopri ogni centimetro di pelle con l’insettifugo.
Torni in sala mensa per il pranzo: riso, legumi, verdura in poltiglia. È tutto molto gustoso ma la verità è che non ne puoi della cucina indiana e daresti qualunque cosa per un piatto di spaghetti al pesto, una mozzarella fresca, una fetta di torta alle mele. Le ragazze americane ti tiranneggiano con la loro educazione, i loro sorrisi; in qualche caso con tatuaggi di cattivo gusto.
Torni in camera. La roba stesa è ancora bagnata. Vorresti lavarti i denti ma la mattina hai dimenticato di rabboccare la piccola bottiglia che usi per questo scopo con l’acqua minerale della bottiglia grande. Fai il rabbocco. Ti lavi i denti.
Ora hai un’ora che devi decidere come impiegare.
Puoi:
a) studiare per l’esame che sosterrai a fine corso;
b) riposare i muscoli doloranti;
c) andare al negozietto per fare scorta d’acqua minerale;
d) rilavarti l’accappatoio che sa di pozzanghera, sudore, chiuso, verdura bollita.
Vai a comprare l’acqua. Il caldo è stordente. Fai attenzione agli escrementi di mucca allargati dalla pioggia che rendono le strade maleodoranti e scivolose.




Gli indiani dalle loro baracche ti guardano con la medesima indifferenza con cui avrebbero scacciato gli inglesi semplicemente ignorandoli, anche se non fosse arrivato Gandhi a precorrere i tempi con il suo attivismo. Quando torni in camera sei sudato da capo a piedi. Nel secchio in bagno lavi la maglietta e la tuta traspiranti che hai appena usato. Strizzi tutto con forza e appendi la roba in camera. Ti butti sotto la doccia. L’acqua è fredda. Pulisci il bagno impugnando il tergivetri con la perizia di un giardiniere zen. Ti sdrai nudo sul letto sotto il ventilatore che gira alla massima potenza, inebetito dalla stanchezza e dall’umidità. Leggi qualche pagina di un libro sullo yoga. Ripassi gli appunti della mattinata. Mandi giù una di quelle bustine cariche di sostanze minerali e ferro senza le quali il tuo corpo a un certo punto semplicemente smetterebbe di obbedirti. Ti metti maglietta e tuta pulite e vai a lezione. Canti un mantra per un’ora. La ripetizione implacabile del testo provoca uno stato di trance favorito dalle tessiture percussive delle tablas. Continuando a canticchiare il mantra, vai alla sala yoga. Ci stai due ore a respirare, concentrarti, muoverti. Ti tiri, ti torci, ti contorci nel caldo soffocante. Quando esci sei sballato dalla stanchezza. Muscoli e legamenti sembrano sul punto di rottura. Torni in sala mensa per la cena: riso, legumi, verdura in poltiglia. È tutto molto gustoso ma la verità è che……
Le molte ragazze americane ti tiranneggiano.
In camera ti fai l’ultima doccia della giornata. L’acqua è fredda. Pulisci il bagno usando il tergivetri con la perizia di un giardiniere zen. Applichi la crema anti-allergica a una mezza dozzina di morsicature di zanzara. La roba che hai lavato la sera precedente è asciutta. Fuori comincia a diluviare. Ti sdrai sul letto. Le pale del ventilatore al soffitto per quelli della tua generazione ricorderanno sempre gli elicotteri del capitano Willard-Martin Sheen nella scena iniziale di Apocalypse Now di Francis Ford Coppola. Rifletti. Questa esperienza della scuola per insegnanti di yoga sta sottilmente mettendo in discussione la tua identità. Un attimo prima che il sonno ti crolli addosso, realizzi che sei già cambiato abbastanza da voler scrivere di questa tue peripezie indiane senza usare la prima persona.
L’uomo che sei sempre stato, quello che dice “io” non c’è più.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica dal vivo il 10 ottobre 2016