Il giovane Moravia e il realismo

Alberto Moravia



Ciò che pensava il giovane Moravia quando era all’inizio e aveva ancora la scontentezza, la lucidità e l’intransigenza della giovinezza.

Roma 1934. Alberto Moravia a Umberto Morra di Lavriano.

«Caro Morra
Ti scrivo dopo aver lavorato e perciò ho il disgusto del mio lavoro – però esso va bene e spero per la fine del mese di avere ultimato il romanzo – ma dopo di questo mai più romanzi – ne ho un disgusto che rasenta l’insofferenza – e soprattutto ho il disgusto della verosimiglianza, del realismo, delle cose prese di peso dalla realtà quotidiana e spiattellate sulla carta – tutto questo mi sembra angusto noioso poco interessante (…) il punto del resto consiste in questo: che acquistata maggiore libertà di intelletto si vedono le cose in modo più vasto e meno passivo e allora certe figurazioni allusive e veristiche non bastano più – e poi c’è la noia di inventare l’intreccio e di perdere in quel lavorio il fiato che servirebbe dopo – gli antichi coi loro soggetti bello e fatti incominciavano leggeri e svelti dove noi appunto arriviamo a pena col fiato grosso e gli occhi fuori della testa – la tragedia, mettiamo di madame Bovary comincia dove Flaubert l’ha lasciata – è vero che i miti degli antichi supponevano una civiltà e un linguaggio universale: ma è appunto questa civiltà e questo linguaggio che bisogna ricreare.»

[Da: Se è questa la giovinezza vorrei che passasse presto. Lettere (1926 – 1940), Bompiani.]








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 6 ottobre 2016