Elena Ferrante e i diritti civili dei nomi

Tiziano Scarpa



(La parte che conta di questo intervento è quella iniziale. È seguita da una trascurabile Appendice).


Secondo me, recentemente Elena Ferrante ha commesso un errore. Che io sappia, lo ha commesso almeno due volte. Non è un errore strategico, editoriale, letterario, eccetera, ma politico, civile. Ha firmato due appelli. Uno, in giugno, era una sua lettera per chiedere ai cittadini britannici di non uscire dall’Unione Europea. Un altro, un mese fa, era contro la repressione attuata dal governo di Erdogan, che sta incarcerando giornalisti, intellettuali e scrittori turchi; in particolare, l’appello si mobilitava contro l’incarcerazione del romanziere Ahmet Altan e di suo fratello, professore universitario, saggista e giornalista, Mehmet Altan.

Non li definisco di certo errori perché io non sia d’accordo con le istanze che essi propugnano (la Brexit è spiaciuta anche a me; e, per quel che vale, quest’estate ho messo la mia firma sotto un appello per la scarcerazione della scrittrice turca Asli Erdogan).

Secondo me sono errori perché, a rigore, quel nome, “Elena Ferrante”, in quanto pseudonimo non ha diritto di firmare appelli. Non ne ha diritto tecnicamente; giuridicamente, civicamente.

Vorrei precisare che qui parlo della forma estrema di pseudonimia, cioè quella che nasconde radicalmente la persona dell’autore o autrice, e rende impossibile sapere di chi si tratta: se esista veramente, se sia ancora viva o se sia stata sostituita da qualcun altro, se sia una persona sola o tante... Bene: chiamerò quest’uso del nome pseudonimo estremo.
Lo pseudonimo estremo è una strategia letteraria rispettabilissima, ma ha un costo. Si paga con la morte civile dello pseudonimo stesso.

I diritti civili di un nome consistono nella possibilità di compiere degli atti linguistici, di fare cose con le parole: promettere che domani ci si presenterà puntuali, stringere un contratto di compravendita, dare l’ordine di sostituire un lampione o di far partire un’ambulanza...
Firmare un appello è un atto linguistico. È un’azione. È una cosa fatta con le parole. Un appello agisce in un ambito pubblico, presenta un’istanza, fa una richiesta.
Per poter fare una promessa, dare un ordine, stringere un contratto, bisogna soddisfare delle condizioni di fattibilità. Prima di tutto, esserci, far sì che l’azione sia riconducibile a chi la fa.

Nella sua carriera letteraria, Elena Ferrante ha scelto di separare in maniera radicale ed estrema le sue parole dalla sua persona. È una scelta che ha le sue ragioni, che comprendo bene e che per certi aspetti quasi condivido (è solo la mia opinione; se a qualcuno interessa conoscerla, la trova nell’Appendice in coda a questo intervento). Ma il punto è che, sottoscrivendo quei due appelli, la persona che si nasconde dietro lo pseudonimo ha deciso di riattivarlo, pretendendo che esso eserciti i diritti civili di cui godono i nomi che non si sono separati dalle persone (i nostri nomi e cognomi anagrafici); la persona che si firma Elena Ferrante ha ritenuto, secondo me sbagliando, che il suo pseudonimo fosse titolare di diritti civili, cioè della potestà di compiere degli atti linguistici.

Uno pseudonimo è in grado di agire, e in una maniera molto peculiare, in quel particolare campo del discorso, chiamato letteratura, che di per sé si distingue proprio per la disattivazione degli atti linguistici. Semplificando un po’ le cose, si potrebbe definire la letteratura come quel particolare campo del discorso in cui, faticosamente, in un percorso plurisecolare accidentato, conflittuale, non di rado sanguinoso, gli atti linguistici sono stati disattivati.
Una promessa fatta in un romanzo non è una promessa reale.
E una visione del mondo, una posizione morale espressa da un personaggio o dal narratore, eccetera, non è necessariamente riconducibile all’autore. Secondo Milan Kundera, un indizio che un romanzo è probabilmente un buon romanzo sta anche nel fatto che non si capisca quale sia la posizione morale o politica o filosofica dell’autore, perché il bene e il male, le ragioni e i torti, le motivazioni condivisibili o deprecabili sono distribuite fra i vari personaggi e sono spesso complicate da episodi contraddittori e comportamenti incoerenti (è quella che Kundera chiama “ironia romanzesca”).
Le eccezioni a questa disattivazione sono poche e ancora molto controverse: a parte il vilipendio alla bandiera e, certe volte, il turpiloquio, sono le calunnie personali, la diffamazione diretta, le offese e le bestemmie i principali atti linguistici non disattivabili, nemmeno nella letteratura (e nella satira, a seconda di quale sia la religione di chi la legge).

Scegliere uno pseudonimo estremo (cioè il nascondimento totale dell’autore e l’impossibilità di ricondurre quel nome e cognome a una persona) significa privare quello pseudonimo dei diritti civili.
Svincolato completamente dall’ancoraggio a una persona esistente e individuabile, uno pseudonimo estremo non ha più peso. C’è da dire che questa situazione la conosciamo benissimo: la ritroviamo quotidianamente, ormai da vent’anni, in rete (è un argomento che mi sta molto a cuore, ne scrivo da molto tempo; ho dato forma alle mie riflessioni nella maniera più compiuta nel saggio “Disavventure del mio nome”, che sta dentro il libro Come ho preso lo scolo).

Mi si potrebbe obiettare che il nome Elena Ferrante è ancorato eccome da qualche parte: si aggancia al corpus di testi pubblicati sotto quello pseudonimo, che hanno circolato per il mondo ottenendo consenso e plausi. In fin dei conti, non è per il prestigio acquisito grazie a quei testi che quello pseudonimo ha un peso in quegli appelli? Ma chi, o che cosa, sta firmando quegli appelli? Una persona, o dei libri? E quella persona esiste o no? È un’invenzione? È una finzione editoriale? È un’inglese che vive in Italia da cinquant’anni? È socia di una ditta di Liverpool? È per caso figlia di madre armena, o curda? Ci sono degli elementi nella sua vita che potrebbero farla considerare, per un motivo o per l’altro, di parte rispetto ai contenuti di quegli appelli? Quando leggo le firme di un appello, almeno in teoria, dovrei essere in grado di verificare queste cose. Oppure, diciamo meglio: nel firmarsi con il suo nome, la persona che sostiene quegli appelli si dichiara almeno simbolicamente disponibile a questo tipo di verifiche.

Finché leggo un romanzo, può essere abbastanza secondario che il suo autore o autrice sia giovane o vecchio, ricco o povero, uomo o donna... (anche su questo avrei molte cose da dire, e qualche esperienza personale da raccontare: chi è interessato le trova nell’Appendice in coda a questo intervento).

Ma un appello non è letteratura. Un appello appartiene al mondo degli atti linguistici attivi, delle cose fatte con le parole. Quando trovo una firma sotto un appello, almeno in linea di principio io dovrei poter sapere che quel nome corrisponde a un cittadino o cittadina che ha una collocazione geografica, un’età, una storia personale, una professione, magari anche una coerenza di posizioni e di vedute rintracciabili nel corso della sua vita, e, oltre a questo, che è una persona disponibile a rispondere delle parole che sottoscrive, che si assume la responsabilità per ciò che in questo caso ha chiesto, cioè per ciò che ha fatto con quelle parole.

È chiaro che non arrivo a pensare che chi firma un appello anti Brexit o pro intellettuali turchi debba prodigarsi a dimostrare di non essere parte in causa, e quindi, che so, concretamente legato agli interessi delle banche tedesche o svizzere, o pagato dalla Cia, o da Putin. Ma è il principio che conta, e su questo principio si fonda uno dei capisaldi della civiltà e del patto sociale fra le persone. Il nesso fra la persona e il suo nome non è ostentazione o vanagloria, come quest’epoca cerca di farci credere. È un’arma, forse una delle ultime che ci restano, per dare potenza alle nostre parole. Su questo io non transigo, perché fare eccezioni significa accettare che la potenza civile della parola si dissolva e svapori.

L’epoca è quella che è, e lo sappiamo bene che il nomignolo che mette il massimo di stellette in rete alla pessima pizzeria sotto casa nostra maschera il pizzaiolo stesso (tanto per fare esempi rilevanti). È stato enorme il depotenziamento della parola pubblica causato dall’uso generalizzato della pseudonimia estrema. Da questo punto di vista, le firme di Elena Ferrante sui due appelli sono solo piccoli episodi di una casistica infinita. Ma mi dispiace che una persona di genio abbia dato il suo contributo a questa mortificazione civile (non è una metafora: parlo proprio di morte civile del nome, espropriato dei suoi diritti civili).

Per quanto mi riguarda, questa è l’unica critica sostanziale che mi sento di fare a Elena Ferrante: critica limitata al modo in cui ha gestito di recente il suo pseudonimo. Il resto sono sfumature. Alcune delle quali, se vi interessano, le trovate qui sotto, dove esprimo rispetto e solidarietà alla persona che si firma Elena Ferrante per l’attentato giornalistico che ha subito. Ma se siete arrivati fino a qui è già tanto, grazie della pazienza.

Gerhard Richter, Betty, 1988.


APPENDICE

Io rispetto la scelta di pseudonimato della persona che si nasconde (nascondeva?) dietro il nome “Elena Ferrante”. La capisco. Eccome se la capisco. A scrittori e scrittrici è richiesta una tale quantità di prestazioni, che sta diventando sempre più complicato ritagliarsi lo spazio e il tempo per fare la cosa che dovrebbe contare di più, l’ideazione e la scrittura dei libri.

Trovo che sia spregevole cercare di smascherarla. Se la persona che si firma Elena Ferrante si trova a suo agio così, se funziona così, perché romperle i coglioni? Se per scrivere si trova bene nella concentrazione assoluta, nell’appartarsi, nel non far interagire il suo volto e la sua presenza con i lettori, nel non partecipare a iniziative pubbliche di vario tipo, perché stanarla facendo a pezzi la tranquillità che le è necessaria per scrivere? Tanto più che Elena Ferrante ha dichiarato che se venisse scoperta smetterebbe di scrivere. Quindi chi cerca di smascherarla compie un consapevole sabotaggio, un attentato, vuole che smetta, e di questo dovrà rispondere di fronte ai lettori.

Quando però, in La frantumaglia e in varie interviste, Elena Ferrante fa della sua scelta personale una specie di teoria generale, affermando che i libri e gli autori sono radicalmente separati, io non sono d’accordo. Non è vero che pubblicare un libro sia un totale congedo, un distacco, una divaricazione definitiva fra autore e testo; certo, letterariamente lo è: «L’unico modo per smettere di scrivere un libro è pubblicarlo», diceva Borges (cito a memoria), intendendo che un’opera non è mai finita, non si può mai considerare terminata, non c’è ragione per smettere di rileggere un testo, cercando di migliorarlo. Daniele Del Giudice un giorno mi disse che perfino la pubblicazione è «una convenzione», un’opera non si può mai considerare definitiva; ciò che è pubblicato è solo «la fotografia di un testo così com’era in un certo momento» (cito anche lui a memoria; sono frasi che mi disse a voce, anni fa, ma non le ho mai dimenticate)...

Ma, ad ogni modo, intanto siamo vivi (nessuno è perfetto). Siamo vivi nel mondo, e la pubblicazione produce situazioni, produce vita, produce una ricaduta delle parole in ambienti e circostanze vive. Non c’è solo la promozione, la pubblicità, l’ostentazione, il glamour. Accompagnando il proprio libro pubblicato, o a volte andando dove ti porta il libro, si finisce nel cuore dei conflitti; per quel che conta la mia piccola esperienza, ho letto varie volte un mio racconto ecologista in paesi che protestavano contro l’installazione di discariche; e un mio romanzo ambientato in un orfanotrofio è stato regalato da un’associazione ai parlamentari che stanno riscrivendo una legge per far sì che chi è stato abbandonato alla nascita abbia almeno una possibilità di sapere chi è sua madre.

Elena Ferrante ha ragione quando dice che però tutto questo non cambia di una virgola la qualità di un testo, né modifica la sostanza intima del rapporto fra chi legge e le parole stampate.

Ad aggravare la situazione, ci sono le mutazioni genetiche della lettura, i libri mediaticamente modificati: certi divi dei media che scrivono romanzi è come se fossero presenti nella testa del lettore anche durante l’intimità della lettura solitaria; la personalità del divo si è incisa nella mente a furia di apparizioni televisive, persiste, gli detta il tono delle parole stampate sulla pagina, indissolubilmente legate alla sua voce.

Tutto sommato, non mi sono mai trovato d’accordo con l’assunto principale di Elena Ferrante: non solo per la tesi in sé (e cioè che quando pubblica qualcosa, lo scrittore o la scrittrice se ne separa definitivamente) ma anche per la mossa che sottostà a quella tesi: mi è sempre sembrato che Elena Ferrante stesse facendo della propria scelta individuale una regola generale, una teoria. Ma la sua scelta individuale, quella la comprendevo e la rispettavo pienamente. In questo io provo dispiacere per ciò che le è stato fatto in questi anni, perché so che cosa significa per chi scrive vedere minacciate le condizioni necessarie a scrivere; mi sento solidale con lei.

Si è parlato in questi giorni anche di una guerra sessuale, l’ennesima riedizione di Maschi contro femmine: il potere patriarcale, tuttora saldamente al comando, non sopporta la “stanza tutta per sé” woolfiana. Le donne hanno ricavato una nicchia, una Zona Stabilmente Autonoma nella letteratura. Anche su questo ci sarebbero molte cose da dire: non è tutto rose e fiori, sarebbe populistico e ruffiano da parte mia applaudire con gli occhi chiusi: come far finta di non vedere che i cataloghi di prestigiose case editrici, negli ultimi anni, oltre che di noir e serial detective sono sempre più infestati di romanzi middlebrow di impianto femminilista: molti a impostazione vittimaria (quanto è cattivo il mondo, quanto male mi ha fatto), parecchi manieristicamente autoironici (il mondo è complicato e io sono buffa e inadeguata, però, dài, ce la posso fare).
Ma, si sa, sono soprattutto le donne a leggere libri, ossia romanzi, ossia quella fascia di mercato che regge il bilancio degli editori; i quali si comportano di conseguenza.

Per quanto mi riguarda, se può servire a sgomberare ogni equivoco, io esisto grazie alla lettura femminile. Mia nonna Assunta Dal Ben, soprannominata Emilia, nata nel 1906, sarta nella campagna trevigiana, da piccola si impuntò contro tutta la sua famiglia, perché le piaceva andare a scuola. Le permisero di arrivare alla quinta elementare, concessione inaudita, unica eccezione in tutto il parentado. Da allora non smise più di leggere. Un aristocratico della zona, entrando nella sartoria di sua proprietà dove lei lavorava da ragazzina, l’aveva sorpresa a leggere un romanzo; Emilia aveva quattordici, quindici anni, e lui vedendo quel libro era sbottato, imprecando perché lo riteneva inadatto a lei; ma mia nonna i libri ormai voleva sceglierseli da sé; pur non avendo un centesimo, riusciva a procurarseli di nascosto proprio dalla casa del padrone facendoseli passare da un’amica complice. Anni dopo, da adulta, di notte, dopo avere lavorato tutto il giorno, e dato da mangiare a marito e tre figli, e cucito fino a tardi, finalmente faceva quello che aveva desiderato per ore: voltava la sedia, saliva con le ginocchia sul sedile, appoggiava i gomiti sullo schienale, e restava così, in quella strana postura, reggendo tra le mani un libro, sotto la lampadina fioca, finché non crollava dal sonno.

Se qualcuno ha piantato in me il seme della lettura, se mi ha fatto scoprire la magica capacità delle parole di sprigionare immagini, se mi ha insegnato che lì dentro non c’erano solo concetti e intelligenza e saputellerie, se mi ha trasmesso la salute e la felicità della parola scritta, questo qualcuno è stata mia nonna, lo devo a una donna che, contro tutto e tutti, nella miseria più nera, si è ritagliata non una stanza, ma “una sedia tutta per sé”, per risicare mezz’ora di lettura sotto una lampadina fioca, a notte fonda.
«Non illuderti: non è che questa lampada emetta più luce – è l’oscurità intorno che s’è sprofondata in sé stessa», Paul Celan.

Tornando a Elena Ferrante, capisco bene la sua scelta: ci sono i contro, ma i pro non mi sfuggono mica.
Un giorno forse racconterò un po’ meglio la resistenza e lo scetticismo di alcune giornaliste, e perfino scrittrici, perché in un mio romanzo avevo preteso di immedesimarmi in una donna; e non una donna della mia età, ma addirittura una ragazza! Ho scritto “io” in mezzo a una selva di desinenze al femminile.
Alcune autrici e giornaliste culturali si sentirono rassicurate dal fatto che il mio libro avesse dei precedenti letterari: “ah, ecco, tutto si spiega: ha preso spunto da quella scrittrice, non è farina del suo sacco, ci sembrava impossibile che un uomo potesse calarsi così tanto nei panni di una donna!”. In quel caso per me sì che è stato importante mostrare che il rapporto personale dell’autore con il suo testo conta. Per due motivi.
Sono nato nell’orfanotrofio in cui ho ambientato il mio romanzo; mia madre fin da piccolo mi diceva che mi aveva partorito lì, dove una volta si abbandonavano i bambini; poi quelle stesse stanze erano diventate il reparto maternità dell’ospedale civile in cui sono state messe al mondo generazioni di veneziani; e a me quella notizia aveva fatto meditare, e fantasticare: io ho avuto un padre e una madre che mi hanno voluto bene, ma sono venuto alla luce nelle stesse stanze dove una volta i bambini venivano abbandonati, da madri che non li volevano, o da famiglie povere; oppure la loro madre era morta di parto; e poi, forse, c’entra anche un altro dato della mia biografia: io non ho avuto una sorella: l’ho immaginata in quella ragazza nata tre secoli prima di me...
Il secondo motivo è che non esistono solo i libri, ma anche e soprattutto i luoghi, le esperienze, i fatti vissuti, la Storia, gli edifici, le pietre: non ci sono solo i precedenti letterari, non tutto è testo e nome vuoto dell’autore... Partendo da una mia condizione avevo cercato di trascendere me stesso, il mio sesso, la mia epoca, attraverso un’espressione, grazie al dispositivo della letteratura.

Ma in generale ha ragione Elena Ferrante: le biografie dello scrittore e della scrittrice sono usate in modo fuorviante, gli/le vengono ritorte contro, usate come chiave di interpretazione indebita e totalizzante; spesso servono a disinnescare la potenza dei suoi libri. È ciò che dovette provare Leopardi per come furono accolte le sue Operette morali; nel “Dialogo di Tristano con un amico” (che aggiunse nella seconda edizione del libro, proprio per fare un bilancio della sorte del suo testo nel mondo...) il suo personaggio si mostra letteralmente sconvolto dal fatto che i suoi scritti non siano stati considerati di per sé, ma come sintomi e conseguenze della sua condizione fisica:

E sentendo poi negarmi, non qualche proposizione particolare, ma il tutto, e dire che la vita non è infelice, e che se a me pareva tale, doveva essere effetto d’infermità, o d’altra miseria mia particolare, da prima rimasi attonito, sbalordito, immobile come un sasso e per più giorni credetti di trovarmi in un altro mondo...

Invece ci troviamo proprio in questo mondo, che fa di tutto per negare la possibilità di un’espressione che valga di per sé, e tira giù, tira giù ogni cosa, la schiaccia sistematicamente sulla situazione di chi parla, di chi scrive. Ma la letteratura, i romanzi, le poesie, sono trascendenza, oltrepassamento, sono un varco aperto sulla possibilità di dire qualcosa che non sia la pura e semplice autoreferenzialità, la tautologia di sé, come i poveri alberi di quella poesia in prosa di Francis Ponge, che provano a parlare e sono condannati a ripetere sempre la stessa parola, sempre la stessa foglia: «Non si esce dall’albero con mezzi d’albero» (in Il partito preso delle cose).

Che si possa trascendere la propria situazione attraverso le parole potrebbe essere una definizione del contrario del giornalismo: il giornalismo (e nel dire questo gli sto facendo un complimento) si potrebbe definire infatti come una sistematica ricerca della corrispondenza delle parole con i fatti, da un lato, e con chi le proferisce, dall’altro. Perciò si può ascrivere l’inchiesta su Elena Ferrante come un episodio della guerra in atto fra giornalismo e letteratura, proprio nell’epoca in cui si sta verificando un grande sommovimento dell’opinione pubblica, dei luoghi e modi in cui si esercita. Da un lato c’è il giornalismo, cioè chi era abituato a gestire l’opinione pubblica, a dare la parola, e che tuttora sceglie chi far parlare, a seconda di poteri, gerarchie, cariche, qualifiche; dall’altro lato ci sono le persone senza patentino, completamente sguarnite, nomi abbandonati, perfetti sconosciuti che un giorno si mettono a scrivere e raccontano un’altra versione della vita, del mondo. Solidarietà e rispetto a Elena Ferrante.


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pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 5 ottobre 2016