La chimica della bellezza

Teo Lorini



Ottobre, sera: una Jaguar E-Type, una delle cinque automobili più belle mai create dall’uomo, sta percorrendo la strada che corre lungo il lago Maggiore da Luino alla Svizzera. Al volante c’è Massimo Galbiati, associato di Chimica in una piccola università di provincia. Accanto a lui c’è il proprietario della Jaguar, il misterioso professor Virginio De Raitner, una sorta di mummia ultracentenaria (la carta d’identità gli attribuisce ben 104 primavere), ex-ordinario con pochissime pubblicazioni all’attivo, pensionato dal lontano 1986, eppure ancora circonfuso da un’aura di potere e influenza semidivina, nonché titolare di un studio e di un laboratorio segretissimo nel Dipartimento dove Galbiati insegna. A completare il terzetto c’è il bassotto di De Raitner: Pirloux, fonofobico e pronto ad azzannare chiunque al primo suono che lo disturbi.

La bizzarra combriccola è protagonista di La chimica della bellezza ultima fatica di Piersandro Pallavicini e, a parere di chi scrive, il più riuscito dei suoi romanzi ‘comici’. Passato il confine italo-elvetico, Galbiati viene guidato dal laconico De Raitner verso Locarno dove si ritroverà, assieme al cadente luminare – che sarà presto raggiunto da una moglie altrettanto agée e trasportabile solo in elicottero – ospite di un lussuoso hotel interamente riservato per un’occasione più che esclusiva: il convegno annuale della Nobwiss Society, l’equivalente per la chimica del potente e riservatissimo gruppo Bilderberg.
Perché io? si chiede Galbiati, dopo aver scoperto dove l’ha portato l’algido professor De Raitner. E perché tanti premi Nobel e colossi della chimica accolgono con un rispetto da pontefice questo centenario rinsecchito, dall’esigua produzione scientifica, dal temperamento insopportabile e dalle fisime innumerevoli, fra cui quella di sfumare le parolacce perché “uno scienziato non può essere volgare. Mai” (e quindi giù raffiche di “razzo”, “foglioni”, “sfronza” e così via)?
Ciò che Galbiati non sa, e che scoprirà solo alla fine di questa scatenata commedia sospesa fra scienza e thriller, è che il misterioso De Raitner scrive poco ma lavora molto e ha pronta, al termine di quasi un secolo di studi ed esperimenti, un’invenzione pericolosissima, presa in prestito da un bel romanzo di Vonnegut (che Pallavicini omaggia e menziona, con correttezza da studioso vero).

La produzione di Piersandro Pallavicini si può dividere in due parti, quella iniziale, amata e persino rimpianta da molti lettori della prima ora, folgorati sin dal meraviglioso esordio del Mostro di Vigevano (PeQuod, 1999: se ne trovate una copia, non lasciatevela sfuggire!), dura fino a African Inferno (2009), romanzo sontuoso, stratificato, struggente, nitida fotografia della società italiana fra i Novanta e i primi anni del Duemila, fra le ansie di rinnovamento post-Tangentopoli e il crollo delle ideologie; l’Italia in cui trionfavano il peggior populismo e il nuovo razzismo istituzionale, confrontata con un’emigrazione africana divenuta ormai realtà consolidata. Frutto di una lunga esperienza personale e di una redazione spossante quanto meticolosa, quel romanzo fu, ricorda il suo autore, un fallimento, sotto il profilo delle vendite (basti pensare che a tutt’oggi non è stato ristampato nella collana economica di Feltrinelli). Comincia da lì la seconda fase della bibliografia di Pallavicini, il quale ha mutato radicalmente il tono dei propri lavori e, se prima era un “grande acrobata della malinconia”, un sensibilissimo esploratore del male di vivere e del sentimento profondo della nostra precarietà, si è convertito alla commedia, nel segno e nel culto dell’amato P.G. Wodehouse.
Troppo autenticamente scrittore per essere davvero commerciale, Pallavicini ha prodotto a partire dal 2012 tre romanzi all’insegna della commedia e nei quali anche temi toccanti e difficili come la vecchiaia e la morte, sono trattati con levità, nel rifiuto (così ancora Pallavicini) di qualsiasi dolorismo. Non sempre questi elementi così opposti si sono mescolati alla perfezione: se c’è ancora tanta struggente malinconia nella storia di amicizia e attrazione che innerva Romanzo per signora, il successivo Una commedia italiana corre qua e là il rischio di cadere nell’eccesso opposto.
In questa Chimica della bellezza invece il mix è eccellente e le situazioni comiche s’alternano ai passaggi meno spensierati con precisione millimetrica.

Il segreto di tale riuscita sta in primo luogo nel vero protagonista del libro: quella Chimica cui Pallavicini, come il suo alter-ego Galbiati, ha consacrato la propria vita ed è oggi docente universitario. Per la prima volta lo scrittore vigevanese riunisce i suoi campi di specializzazione, inventa (e incentra) un romanzo sulla chimica e riesce a trasmetterci la sua passione per questa scienza, troppo spesso snobbata dal pregiudizio umanista (“La materia che a scuola detestavo!”). Fra le pieghe di questo esilarante thriller si spalancano repentinamente pagine nelle quali la complessità della scienza diventa avventura, aneddoto inaspettato, descrizione di un universo da decifrare fra sfida e seduzione.
Non sarebbe giusto, però, tacere su altri due pregi del romanzo. Il primo è lo sfondo. Locarno, di cui Pallavicini è appassionato frequentatore, è colta qui nel suo aspetto meno scontato, lontana dai picchi turistici estivi e dal glamour del Festival cinematografico. Descrivendola semivuota, nel suo autunno un po’ malinconico, Pallavicini ne cattura una dimensione meno scontata e, come se non bastasse, ci aggiunge una definizione fulminante della Svizzera: “il bastione contro il Secondo principio della termodinamica”; un Paese dove l’uomo s’illude, attraverso l’ordine maniacale di combattere l’entropia.
Niente degrado ergo niente morte: come scordarsi un’intuizione così?
Il romanzo ne inanella molte altre, mentre procede a ritmo incalzante, aiutato anche (ed ecco l’altro punto di forza) dal suo riuscitissimo co-protagonista. Con i suoi precetti, i suoi completi inappuntabili e le innumerevoli manie – la Jaguar, i profumi inglesi, i bastoni dal pomo d’argento e il whisky consumato a centimetri cubici, versati direttamente dalla pipetta del laboratorio – l’enigmatico De Raitner è un’apparizione folgorante, che cattura da subito chiunque, persino gli altri personaggi, come i familiari di Galbiati i quali, da casa, pretendono rendiconti costanti sulle imprese del vegliardo.

Ad armonizzare questa spumeggiante miscela (e d’altronde un romanzo di Pallavicini che abbia una trama men che ricca non esiste) è una scrittura ormai rodatissima, così felice da trascinarci vorticosamente nella lettura e da strapparci almeno un sorriso anche in quei rari casi (i whatsapp coniugali) in cui la pochade è meno imprevedibile per lasciarci poi ammirati quando decolla e dà vita a siparietti indimenticabili, come le intemperanze congressuali di De Raitner o gli implacabili (e imbevibili) “cafferotti” di Angelo, il cameriere ticinese menomato d’ogni senso dell’humour.
Provare, anzi: sperimentare per credere.


Piersandro Pallavicini, La chimica della bellezza, Feltrinelli, pp. 270, 17 euro.








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 23 settembre 2016