Un bene al mondo

Andrea Bajani



Anche se questa non è una favola per bambini bisogna che io cominci scrivendo C’era una volta, perché era proprio una volta che c’era un bambino.

C’era un bambino che aveva un dolore da cui non voleva mai separarsi. Se lo portava dappertutto, ci attraversava il paese per andare a scuola tutte le mattine. Quando arrivava in classe, il dolore si accucciava ai suoi piedi e per cinque ore se ne stava senza fiatare. All’intervallo il bambino lo portava con sé in cortile, e all’uscita da scuola riattraversava il paese al contrario con il dolore di fianco. Quando arrivava a casa si lavava le mani, perché cosí gli avevano insegnato sua madre e suo padre. Poi apriva lo sportello del frigorifero, controllava se c’era qualcosa di pronto, e se non c’era niente si preparava degli spaghetti con il pomodoro. Quindi stendeva una tovaglia sul tavolo e mangiava. Il dolore montava sulla sedia accanto, e mentre mangiava, il bambino lo accarezzava. Quando c’erano i genitori, invece, il dolore stava tra i piedi del suo padrone. Di tanto in tanto, il bambino faceva sparire la mano sotto il tavolo e gli offriva un pezzo di pane. Il dolore avvicinava il muso alla mano, e dopo gli leccava le dita.

Anche quando il bambino andava in bicicletta nei boschi, il dolore gli correva accanto. Non aveva bisogno di guinzaglio perché non sarebbe mai scappato, e non aveva bisogno di museruola perché non avrebbe comunque fatto del male a nessuno. Il dolore era fedele al bambino, ed era solo con il bambino che voleva giocare. Mentre il bambino pedalava, il dolore a volte correva più veloce di lui con la lingua che gli pendeva tra i denti. Altre volte, viceversa, restava un po’ indietro per riprendere fiato e dopo ritornava con uno scatto accanto ai pedali del suo padrone. Quando arrivavano al ruscello, il bambino appoggiava la bicicletta contro il tronco di un albero. Poi cercava dei pezzi di legno e delle foglie, e con quelli costruiva una barca e lasciava che salpasse verso il mare. Il dolore gli portava le foglie e i rametti e si avvicinava alla riva per vederla partire. Quindi tornavano verso casa passando per i boschi. In paese, a volte incontravano dei compagni di scuola. Stavano fermi a guardarli giocare con il pallone in mezzo alla piazza. Il bambino pensava che avrebbe voluto giocare anche lui, ma poi restava fermo a guardare.

La sera il bambino si lavava, perché cosí gli avevano insegnato. Poi si metteva il pigiama. Sua madre e suo padre guardavano la televisione, e quando lui si affacciava a piedi nudi per la buonanotte non si voltavano. Alzavano la mano da dietro il divano. Il bambino e il suo dolore si incamminavano lungo il corridoio, che la sera sembrava infinito. Quindi aprivano e chiudevano la porta della camera, e il bambino si infilava sotto le coperte. C’era un giaciglio accanto al letto perché il dolore avesse un suo posto e una coperta per ripararsi dal freddo. Ma il dolore non ci dormiva mai. Saltava sul letto e si addormentava appoggiando la testa sui piedi del suo padrone. A metà della notte si infilava sotto le coperte con il bambino e lo riscaldava alitandogli in faccia fino al mattino. E quando suonava la sveglia, la prima cosa che faceva il bambino, ancora prima di aprire gli occhi, era cercare il dolore col braccio.

Tutti i giorni, il bambino portava fuori il dolore almeno tre volte. Dopo un po’ che stavano in casa, il dolore cominciava a mordergli i pantaloni finché il bambino non si accorgeva di lui. Allora gli accarezzava il muso e per qualche minuto il dolore si tranquillizzava. Se però sentiva la voce del padre levarsi in cucina, il dolore riprendeva a mordere il bordo dei pantaloni. La prima cosa che il bambino faceva, in quel caso, era chiudere la porta. Il dolore si acciambellava sul pavimento e il bambino restava seduto per terra a guardare fuori dalla finestra. Poi il dolore iniziava di nuovo a lamentarsi. Se il bambino faceva finta di niente, il dolore andava a mettersi davanti al vetro, di modo che il bambino non potesse vedere altro che lui. Quando non ne poteva più, il bambino si alzava, allontanava il dolore e s’infilava le scarpe. Bastava che prendesse in mano una scarpa perché il dolore iniziasse a saltare. Aprivano la porta della stanza, si incamminavano lungo il corridoio infinito e andavano fuori.

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Da Un bene al mondo, Einaudi 2016, pp. 144, € 16,50.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 16 settembre 2016