Il trash secondo Tommaso Labranca

Tiziano Scarpa



È morto Tommaso Labranca. Su di lui bisognerebbe scrivere decine di pagine, non ha senso riassumere in pochi paragrafi la sua cruciale figura di interprete e sintomo di un’intera epoca. Avevo poco più di vent’anni e lo conobbi grazie alla studiosa e curatrice d’arte contemporanea Alessandra Galletta: sapere che esisteva qualcuno che la pensava così mi fece sentire meno solo, nel cuore degli anni Ottanta, quando non c’era ancora la rete per scovare i propri simili. Su una sua rivista autoprodotta, Artecrazia italiana, che aveva per motto «La misère provoque le génie», nel 1988 Tommaso accolse quella che in assoluto fu la mia prima pubblicazione, un breve omaggio a Francis Ponge, in occasione della sua morte.

Ricordo l’impressione fortissima che mi fece leggere Agiografie non autorizzate e Giovani salmoni del trash, i due primi agili libri di Labranca. Li stampava e rilegava in proprio e li spediva personalmente agli amici; mi adoperai per farli pubblicare e conoscere; confluirono nel suo esordio presso l’editore Castelvecchi, Andy Warhol era un coatto. Vivere e capire il trash (1994). Per ricordare la forza dirompente del suo apporto in quegli anni, riporto la recensione che scrissi su «La Talpa libri» de «il manifesto» il 29 settembre 1994, e che poi inclusi nella raccolta di saggi Cos’è questo fracasso (2000).


Dio dell’alfabeto e degli inchiostri simpatici, fa’ che questo libro non cada sotto le pupille di Gianni Boncompagni, dei programmisti catodici e degli staff editoriali, discografici e pubblicitari malintenzionati.

«Devo stare attento a non istruire troppo chiunque», scriveva Guy Debord accingendosi a commentare la società dello spettacolo: cosa dobbiamo aspettarci, ora che in Andy Warhol era un coatto Tommaso Labranca ha spiegato una volta per tutte che cos’è e come funziona il trash? Rasoio di Occam in una mano e phon del parrucchiere di Emilio Fede nell’altra, Labranca sforbicia la formula aurea del trash: intenzione meno risultato ottenuto uguale trash.

Esempi: «Nel programma di vendite a domicilio Domenica con Semeraro, il presentatore Walter Carbone cerca di emulare Pippo Baudo, ma non potendo invitare Madonna e dovendo ripiegare su Mario Tessuto, il suo risultato è trash. Nei suoi libri e film Alberto Bevilacqua cerca di emulare certi artisti aulici, ma innestando l’estetismo decadente sulla crapulaggine parmense, il suo risultato è trash».

La formula si applica in tutti campi: la crema alla nocciola Niger imita la Nutella, Dick Drago plagia Dylan Dog, Mariotto Segni posa con la famiglia davanti ai fotografi come Clinton. Calma: a ridere sono capaci tutti, soprattutto chi alza la zampa e fa snobisticamente pipì, territorial pissing intellettuale, si trincera in un Cerchio Magico di Orina Metaforica sgocciolando sghignazzi sulle sottoculture.

Labranca ce l’ha con Guido Almansi che fa lo schizzinoso davanti a un picnic di tifosi laziali dipinti a olio da Riccardo Tommasi Ferroni; se la prende con le battute della Gialappa’s Band in Mai dire tv; dimostra come tre minuti di una vecchia canzone di Baglioni surclassino centinaia di pagine dei giovani scrittori italiani.

Il trash sarebbe dunque la forma espressiva delle fasce sociali di recente urbanizzazione, tecnologizzate, mediatizzate e colonizzate culturalmente (insuperabile il capitolo che analizza uno spot africano degli anni Sessanta), ma forse un po’ meno omologate dai cliché di quanto – da Pasolini in poi – siamo abituati a sentirci ripetere.

A Labranca non interessa poi tanto imbastire una sociologia della cultura di massa: sta di fatto che il suo saggio invoca massimo rispetto per la paradossale libertà d’espressione presente proprio in questi deprecati atti di travestitismo esistenziale, anche quando indossano i panni della più scontata icona pop o del solito archetipo sessuale rifritto e aggiornato dai rotocalchi: libertà espressiva che secondo Labranca è il primo dei cinque pilastri del trash, insieme a contaminazione, incongruità, massimalismo e emulazione fallita.

Il fallimento dell’emulazione è cruciale proprio perché impedisce la produzione di cloni seriali consenzienti, facendo invece fibrillare dall’interno i modelli imposti: i linguisti chiamerebbero effetti di sostrato questi riverberi della lingua colonizzata sulla grammatica della lingua colonizzatrice.

Il trash è una condizione spontanea, inconscia, originaria: percepirlo consapevolmente equivale a sentirsene esiliati. Non rimarrebbe che esibire di tanto in tanto i propri trofei trash in maniera compiaciuta, ludica, con distacco autoironico e colto (camp), oppure fare di tutto per espellerne paranoicamente ogni traccia, atteggiandosi a sublimi adoratori di culture epurate e dorate (kitsch). L’articolazione distintiva della triade trash / camp / kitsch è uno degli apporti più preziosi di questo libro.

Ma c’è un’altra via: Labranca istiga a diventare Giovani Salmoni del Trash, a gettarsi nel torrente dei pregiudizi estetici imposti dalla presunzione kitsch: «Dobbiamo essere pronti a risalire questo fiume ribollente di boria e ignoranza, dobbiamo raggiungerne le fonti e renderle aride». I maestri e i compagni di strada si trovano un po’ dappertutto: «Cronaca Vera», Nando Cicero che dirige Franco Franchi in Ku fu? Dalla Sicilia con furore, Giancarlo Mangini alias El cubano vignettista di «Le Ore», Renato Carosone, i 25-35enni che da bambini si sono formati sull’enciclopedia I Quindici

E in queste geniali, esilaranti scorribande si può incappare addirittura in un’incredibile profezia trash: in una foto porno Labranca nota le Confessioni di Sant’Agostino «su uno scaffale al quale si appoggiava con le mani una signorina che offriva la schiena al suo compagno». Ebbene, sentite cosa ho trovato su «Gente» di questa settimana: «Negli ultimi tempi (si era portata il libro a Lione in ospedale) dunque leggeva le Confessioni di Sant’Agostino. Ricorda la mamma Rosanna: “Le avevo detto: – Moana, ma che libro impegnativo! – Eppure voleva proprio quello”».

Pubblicato su «il manifesto» il 29 settembre 1994.


Nota.
Le ultime righe dell’articolo si riferivano alla scomparsa di Moana Pozzi, che era morta qualche settimana prima.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 29 agosto 2016