Bologna

Salvatore Toscano



TRE PREFAZIONI

1.
Capisco benissimo che è mio dovere fare un po’ di cronaca, o meglio – ormai − un po’ di storia. Ma il 2 agosto 1980 dovrebbe essere un giorno tatuato sulla pelle rugosa della nostra memoria collettiva, inciso come una scarificazione rituale sulla scorza dei nostri sensi di colpa: nostri in quanto cittadini, nazione, comunità, nostri in quanto italiani.
Senza retorica. Senza fanfare.
E comunque, per stare ai fatti, nella stazione di Bologna, alle 10:25 del 2 agosto 1980, esplode una bomba che uccide 85 persone e ne ferisce più di 200. Mai nella storia del nostro paese, in tempo di pace, si era verificato un atto di guerra di tali proporzioni.
In quella data io non avevo ancora compiuto due anni e vivevo, come del resto ancora oggi, in provincia di Napoli: è facile dedurre che spazio e tempo decretano inequivocabilmente la mia estraneità rispetto agli eventi in questione. Io c’entro davvero poco con questa storia ed è con infinito pudore che mi appresto a scriverne.
Qualche anno fa ho visto un episodio della serie tv Rescue Me che offre una piccola lezione per chiunque si voglia occupare seriamente di tragedie in cui non è direttamente coinvolto: uno dei personaggi principali, un pompiere che ha vissuto l’inferno dell’undici settembre, partecipa alla seduta di un gruppo di sostegno per chi soffre di stress postraumatico proprio in conseguenza dell’attentato al World Trade Center. Il pompiere legge una mediocre poesia che ha scritto per affrontare i propri fantasmi e tutti gli altri scoppiano in lacrime. Apparentemente si tratta di un momento di grande empatia, ma lui, facendo qualche domanda, si rende conto che in realtà nessuno dei presenti era fisicamente vicino alle torri gemelle il giorno dell’attentato, che nessuno ha perso un parente o un amico, che nessuno ha una ragione plausibile per sentirsi traumatizzato da ciò che è accaduto e, ovviamente, si incazza: “Siete solo un branco di cacasotto… Arrivate tutti qui in lacrime e facendo finta che le vostre vite siano state sconvolte da quegli eventi, non è vero? Ma ci sono persone là fuori la cui vita è cambiata per sempre. Sono padri e madri e i loro figli, tanta gente che quel giorno ha aspettato pregando perché i suoi cari tornassero dal lavoro, che entrassero ancora dalla porta di casa come al solito…” Poi se ne va sbattendo la porta e lasciando appesa nel vuoto quest’ultima frase: “Branco di ragazzini frignanti!”
Ecco, per me scrivere di Bologna è come imbucarmi al funerale di un estraneo, come intrufolarmi all’interno di un dramma che non mi appartiene: ho una gigantesca paura di dire sciocchezze, di offendere chi ha visto la propria vita cambiare per sempre, di suonare superficiale e stucchevole come un ragazzino frignante. Eppure…

2.
Eppure questa storia mi ossessiona.
Con tutto ciò che è successo negli anni, con tutto ciò che succede di continuo, con tutto ciò che sta succedendo proprio adesso mentre scrivo, nel luglio del 2016, e con tutto ciò che magari mi tocca più da vicino, l’attentato di Bologna dovrebbe essere solo uno tra i tanti orribili ricordi scalzati via da un’attualità mai pacificata, solo una voce − sempre più flebile, lontana, difficile da sentire − di uno spaventoso elenco che non smette mai di aggiornarsi.
Ma quello è il mondo di quando ero bambino.
E qualcuno lo ha fatto saltare in aria.
Rivedo com’erano vestite le persone, le donne con leggeri abiti a fiori, i maschi con quegli improponibili pantaloncini a quadri e i più piccoli che calzavano sandali con gli occhietti. Il tristissimo, scialbo, serioso, anacronistico colore beige. Risento il robusto ticchettio degli onnipresenti zoccoli in legno. Gli adulti, tutti autoritari e degni di incondizionata fiducia, fumavano ovunque incuranti dei rischi del fumo passivo per figli e nipoti. Il design squadrato delle automobili le faceva somigliare a goffe scatole di latta su ruote, persino le ambulanze sembravano furgoncini giocattolo. In estate si traslocava in una località di mare e la villeggiatura durava così tanto che alla fine non vedevi l’ora di tornare a casa. Dappertutto si poteva ancora percepire con chiarezza quel misto contraddittorio di identità rurale e anelito metropolitano che era il marchio di fabbrica dell’Italia post Piano Marshall, una paradossale compresenza di epoche incompatibili nella cornice degli ultimi spasmi di miracolo italiano: la nuda pietra di tufo e la superficie cromata, il synthpop e l’arcaico cantautorato politico, Sandro Pertini e gli iniziali vagiti del circo berlusconiano, gli ultimi televisori in bianco e nero e i primi PC, la spudorata epifania della nostra propensione alla frivolezza e la violenza più insensata che cala il suo drappo funebre sullo spensierato sbrilluccichio plasticoso di tutto l’occidente.
Il mondo di quando ero bambino.
Esploso.

3.
Va bene, adesso che ho messo una foresta di mani avanti, arrivo al punto: qualche mese fa, di sera, durante una delle mie estenuanti maratone di zapping, ero incappato nelle immagini sconvolgenti, insostenibili, senza alcuna censura, filmate a Bologna nei momenti immediatamente successivi all’attentato. Sinceramente non mi saprei spiegare perché andavano in onda su una rete privata campana in un momento pescato a caso dal calendario del 2016. Il giorno dopo stavo passeggiando con il mio amico Claudio che ha la bizzarra caratteristica di conoscere tutti, ma proprio tutti, qui a Pomigliano. Andare in giro con lui è un po’ come fare turismo antropologico nella mia città. Quando inevitabilmente ho portato la conversazione sulla strage del due agosto 1980 lui mi ha chiesto: “Lo sai che a Pomigliano c’è una signora che ha perso tutti e due i genitori quel giorno a Bologna?”
“Voglio parlare con lei!” L’ho detto senza pensarci, senza sapere bene perché, senza immaginare che poi avrei dovuto incontrarla per davvero, senza valutare l’assurdità delle coincidenze, senza fare filosofia su quanto ciò che sembra distante anni luce non lo è mai per davvero.
Sono passati mesi, e, fosse stato per me, avrei rimandato all’infinito, ma una sera mi telefona Claudio con fare vagamente cospiratorio e mi dice: “Questo è il numero di quella signora di cui ti parlavo, chiamala subito. Adesso io attacco e tu la chiami. Va bene?” No che non va bene, però mi faccio coraggio e digito il numero.
Lei si chiama Rosanna Lauro e se si ha la pazienza di leggere tutti i nomi e cognomi delle vittime sulla lapide commemorativa che c’è in stazione a Bologna possiamo trovare anche i suoi genitori: Salvatore Lauro e Velia Carli in Lauro.
Ci sentiamo un paio di volte al telefono poi, visto che sono un amico di Claudio, Rosanna tende a fidarsi e mi dà appuntamento di pomeriggio a casa sua: quando mi dice l’indirizzo il tempo e lo spazio che mi separano da questa vicenda quasi si disintegrano di colpo perché abita dove abitava mia nonna, in quella strada ci sono cresciuto.

***

FRAMMENTI DI UN INCONTRO

“Avevo 24 anni. Eravamo sette fratelli: sei femmine e un maschio.”

“Era una bomba in transito, ne sono convinta. C’è tutta quella storia dei palestinesi... Poco prima c’era stata Ustica: l’aereo era partito proprio da Bologna.”
(Sono sassi lanciati in uno stagno...
Palestina. Ustica.
Cerchi concentrici che si allargano.)

“Mia madre era una donna incredibile, dopo tanti sacrifici era riuscita ad aprire una maglieria. Aveva una coupé: era una pazza, la chiamavamo Clay Regazzoni.”
(In teoria non dovrei sapere chi è Clay Regazzoni, ma questo spericolato pilota svizzero è anche un personaggio del film Rush e ricordo il faccione di Pierfrancesco Favino che lo interpreta: non immaginavo che ai suoi tempi fosse così famoso da diventare il soprannome di qualcuno.)

“I miei stavano andando a un funerale a Venezia. Era destino, avevano perso una coincidenza… Tanti sacrifici e poi bum… Oggi sto sempre male.”

“Ho sentito mia madre al telefono pochi minuti prima delle 10:25. Era incazzata perché aveva perso la coincidenza, se la prendeva con mio padre, insomma, era sempre la stessa, con il suo carattere forte, non stava mai ferma, era una forza della natura... Se fossimo rimaste un altro po’ al telefono avrei vissuto l’esplosione in diretta. È stata questione di secondi…”

“A mezzogiorno sentiamo la notizia in televisione.
Andiamo tutti a casa dei miei, a Brusciano, e cominciamo le ricerche… Tutto il giorno a telefono: Verona, Milano, perché i grandi ustionati li avevano portati fuori da Bologna.
Pur sapendo che i miei stavano in stazione facevamo mille ragionamenti perché alla fine pensi che non può mai succedere a te, che succede sempre agli altri: magari si erano allontanati perché stanchi di aspettare, oppure erano andati a trovare alcuni parenti di mamma a Volta Mantovana...
Mio marito e il fidanzato di mia sorella partirono per Bologna.
Dopo tanti tentativi a vuoto e telefonate inutili, perché a noi familiari non dicevano niente, alle undici di sera chiamo la prefettura di Bologna facendo finta di non essere una parente delle persone di cui chiedo. Dico che sono un’amica delle figlie di queste persone. La donna che ha risposto mi comunica che i nomi non risultano tra i feriti. Poi mi faccio coraggio e chiedo di controllare nell’elenco dei morti. Anche se poi non mi dà nessuna notizia precisa, ha una piccola esitazione, sta quasi per dire qualcosa ma poi si ferma, forse perché io ho fatto un sospiro, non so… Però capisco. Tutto si incatena. È finita…
Più tardi, ormai nella notte tra il due e il tre agosto, arriva mia suocera perché intanto mio marito l’aveva chiamata da Bologna e le aveva chiesto di venirci a dare la notizia, ma noi sapevamo già.”

“I corpi erano intatti. Siamo stati fortunati.”

“I genitori sono un porto sicuro. All’improvviso ti viene a mancare tutto.”
(Mi sento quasi in colpa perché non ho alcun modo di essere all’altezza di questa sofferenza. Allora, come se stessi esibendo una specie di certificato di idoneità, le racconto di mio padre che è morto quando avevo otto anni. Lo so che è una cretinata, ma è come se stessi dicendo: Guarda che anche se è poco puoi ritenermi un degno interlocutore.)

“Mio padre è morto sul colpo con i polmoni schiacciati per lo spostamento d’aria. Aveva i documenti addosso quindi abbiamo saputo tutto subito.
Mia madre invece è sopravvissuta sei ore. Aveva un piede rotto e una ferita alla testa. Ho parlato con il dottor Cipolla un anno dopo, era il medico che aveva firmato il referto di morte: so che se n’è andata dopo poche ore di coma. Tre o quattro mesi più tardi ci spedirono anche la borsa con le sue cose.”
(Forse queste sono procedure standard, di sicuro recuperare una borsa tra le macerie fa parte dei doveri delle autorità preposte, ma la sollecitudine, la competenza, la cura amorevole dei bolognesi sono tra le cose più commoventi e luminose nel buio fitto di questa catastrofe.)

“Mia sorella doveva sposarsi il 24 agosto ma ovviamente rimandò il matrimonio.”

“Il rimpianto non passa. Persino un incidente l’avrei accettato, ma questo no. Io lo dico sempre: godetevi anche la morte, anche l’addio, anche la malattia, perché può succedere all’improvviso ed è troppo brutto, non hai più nemmeno il tempo di dire tutte le cose che vorresti…”

“Da allora tremo... Tutt’oggi non guido. Cerco di vivere senza pericolo. Ho paura delle scale mobili, dei luoghi affollati… Ho paura di prendere il treno…”

“Mio padre era di Acerra, nato nel 1923. Figlio unico. Quando mio nonno morì lui fu mandato in un orfanotrofio dei poveri a Firenze... Ha avuto una vita difficile… Per scappare da lì a diciassette anni andò volontario in guerra, sui bombardieri… E si è salvato… Pure su questo rimugino: torna vivo dalla guerra e poi salta in aria in tempo di pace...”

“A Pomigliano non hanno mai fatto niente. A nord invece ci sono concerti, incontri... Ma tanti meriti ce li ha l’Associazione. Qui ci ho provato: mi sarebbe piaciuto che intitolassero una strada, ma non dico ai miei genitori, perlomeno, non so… Via due agosto… Ma nessuno ci ha mai dato retta.”

“Ogni anno Bologna rivive quel giorno con noi. Di solito partiamo da Napoli il giorno prima. Il due agosto io sto già in piedi alle sei di mattina, in agitazione… Facciamo un lungo corteo. Il tragitto da Piazza Maggiore alla stazione è un calvario. C’è tantissima gente che applaude ai lati. È commovente. Metto sempre gli occhiali da sole. Se qualcuno si avvicina per intervistarmi faccio un gesto con la mano per mandarli via, non ce la faccio a parlare.”

“I feriti... Nessuno ne parla mai. Fa male vederli. Dopo tanto tempo vedi come stanno combinati… Perché ci furono bambini accecati, gente rovinata… Con tutte quelle schegge di vetro… Alcuni poi negli anni sono morti, hanno sofferto tantissimo.”

“Ci sono i giovani, le scuole, tante iniziative... Due anni fa i ragazzi hanno fatto una cosa bellissima: ognuno portava una lapide di cartone con il nome di una strada intitolata a una vittima: c’era Via Salvatore Lauro, Via Velia Carli… Alla fine arrivati all’albero che c’è davanti alla stazione hanno appeso tutte queste lapidi ai rami. Era un albero della vita e della morte… Adesso ce li ho conservati qui a casa quei cartelloni con i nomi dei miei genitori.”

“Sin dalla prima volta ho sempre avuto paura di andare a Bologna, mi guardavo intorno, pensavo che potesse succedere qualcosa. Oggi poi c’è la nuova stazione: si va trenta metri sotto terra, con le scale mobili... Sembra di scendere all’inferno...”

“La signora Secci perse il figlio. Più di recente è morto anche il marito che mise in piedi l’Associazione… Una donna forte: è come se fosse una mamma nostra, di tutti noi. Il marito ci ha dato tanto…”

“Una signora inglese aveva perso tutti e tre i figli. Mostrava sempre le foto... Ragazzi bellissimi… Non dobbiamo dimenticare, può sempre risuccedere.”

“La famiglia si è disgregata. Oggi ormai ci incontriamo solo ai matrimoni e a Bologna.”

“Mia madre aveva un fratello. Lo vedevo e piangevo: mio zio le somigliava troppo…”

“Di solito c’è indifferenza, tanto succede agli altri... Io invece rivivo il dolore ogni volta che vedo qualcosa al telegiornale. Non dimenticherò mai l’effetto che mi fecero gli attentati a Falcone e Borsellino…”

“Dopo avremmo voluto che mia sorella e mio fratello più piccolo, che ancora vivevano con i miei genitori, non fossero separati, ma il pretore di Marigliano decise con il bussolotto, con un sorteggio: mio fratello con me, la piccola con l’altra mia sorella.”

“Noi, come Associazione, abbiamo avuto uno staff di sei avvocati che ci hanno seguito. Mai visto niente del genere: depistaggi, bugie… Sin dal primo momento il grande avvocato di Torino che prese a cuore le nostre ragioni disse: Qua facciamo la fine di piazza Fontana…”
(Ancora un sasso nello stagno…
Piazza Fontana.
Ancora cerchi concentrici che si allargano sulla superficie oleosa della minuscola storia della repubblica.)

“Cossiga l’avrei spennato con le mie mani… Ma non per odio o per vendetta… Solo perché lui sapeva: per farmi dire la verità.”

“Ma poi, dico io, sparare nel mucchio così… Magari ammazzi pure qualcuno che la pensava come te… Che senso avrebbe?”

“Mambro e Fioravanti erano perfetti per quella trama... Non sono stati loro ma se me li trovassi davanti non so cosa gli farei... Con quei sorrisini, le faccette, gli atteggiamenti sprezzanti…”
(Questa contraddizione mi tocca profondamente, svela tantissimo su questa storia, sugli anni di piombo, sulle nostre ferite più intime: “Non sono stati loro ma se me li trovassi davanti non so cosa gli farei…”)

“Ricordo le parole di D’Alema, lo rivedo come se ce l’avessi davanti adesso, disse: Se andiamo al governo toglieremo il segreto di stato. Poi andò al governo e abbiamo visto…”

“I carnefici sono stati tutelati, le 85 vittime no.”

“L’attuale presidente dell’Associazione e altri, che sono la maggior parte, sono convinti della tesi Mambro-Fioravanti… Anche se io non la vedo così, non posso proprio lamentarmi perché il presidente Bolognesi, che oggi è deputato, si è battuto, si dà tanto da fare, non si arrende.”
(Esaspero un po’ il concetto: è mai possibile che una persona che si porta addosso il peso di questa tragedia da trentasei anni abbia gli stessi dubbi e sappia le stesse cose di un fesso qualsiasi che dà un’occhiata su Wikipedia? È osceno. Questa sproporzione tra l’enorme quantità di dolore sopportato e l’esigua quantità di informazioni veritiere a cui aggrapparsi è davvero insopportabile, vergognosa.)

“Rifiutammo i funerali di stato perché eravamo troppo arrabbiati. La cosa di cui sono contenta è che siamo riusciti a celebrare i funerali con gli onori militari per mio padre, il maresciallo Lauro… Grazie a mio cognato riuscimmo a riavere subito le salme: viaggiarono di notte, di nascosto, su un camion militare. Quella sarebbe un’altra storia incredibile da raccontare perché facemmo una cosa che non si poteva fare: i morti non possono viaggiare di notte.”

“Da impazzire le coincidenze… Ci ripenso di continuo: il fatto che per il viaggio scelsero il treno invece della macchina, la coincidenza persa per colpa dei treni sempre in ritardo, la telefonata con mia mamma pochi minuti prima dell’esplosione, il funerale a cui dovevano andare a Venezia per il parente che in verità era morto qualche giorno prima però si dovette aspettare perché il decesso era avvenuto all’estero e bisognava far rientrare la salma in Italia… Uno non la smette mai di pensarci.”

“Io ero ribelle, avevo lo stesso carattere di mia madre. Sono stata la prima ragazza, era il 1974 o il 1975, a essere iscritta al Partito Comunista di Brusciano. Immagina un po’: padre militare e figlia comunista...”
(La frase resta sospesa e ovviamente dice tutto così, ma è chiaro che si parla di un altro mondo, mi chiedo cosa ne possa sapere un ragazzino adesso: capirebbe che nella frase “padre militare e figlia comunista” c’è dentro un intero romanzo?)

“Mi è rimasto impresso l’ultimo Natale, nel 1979… Non so perché, era come se sapessimo che non saremmo mai più stati tutti insieme.”

“A casa facemmo entrare solo i miei compagni del partito. Con i giornalisti che venivano a intervistarci non volemmo parlare.”

“Mia sorella era in vacanza in Calabria. Non avevamo modo di contattarla così facemmo un messaggio in televisione per chiederle di tornare con urgenza a casa.”
(Anche questo è un altro mondo che abbiamo dimenticato un po’ tutti. C’è una domanda che ho sentito centinaia di volte: Ma come si faceva quando non c’erano i cellulari?)

“Il 1980 è stato un anno di tragedie: Ustica, il terremoto in Irpinia, Bologna… E pure il numero 2 era diventato una maledizione: dopo il 2 agosto ci fu il 2 settembre quando il marito di mia zia morì di infarto e poi il 2 ottobre quando mia nipote fu investita da una macchina… Per fortuna oggi sta bene… Ma stava diventando una cosa impossibile: il 2 di ogni mese avevamo sempre paura...”

“La mia fragilità… L’ansia... Non mi sono più ripresa. Ho paura che succeda qualcosa di brutto ai miei figli... Ogni volta che vanno da qualche parte sto male. Ho persino imparato a seguire il numero dell’aereo su Internet quando fanno qualche viaggio: seguo tutto il percorso del volo e solo quando arriva a destinazione mi tranquillizzo e vado a dormire.”
(La paura di perdere le persone che amiamo di solito è del tutto astratta, la combattiamo semplicemente tirando avanti, rimuovendo, perché tendenzialmente si stempera nella corrente delle incombenze quotidiane. Ma qui come fai a rimuovere un’apprensione che affonda le radici in un dolore così concreto? Non c’è niente di astratto: ci sono corpi, sangue, ferite, c’è la crudele zavorra della realtà. Come te ne liberi?
Combattere, come facciamo tutti, contro ipotetici nemici invisibili, contro angosce indefinite, contro le proprie personalissime paranoie, è un conto… Ma Rosanna affronta qualcosa di inconcepibile, con l’aggravante che tutta questa spietata concretezza ritorna fantasmatica, si rarefà appena provi a dare un volto a un responsabile. Non può avere nemmeno la meschina consolazione di sapere con chi prendersela. Ecco perché è fondamentale la verità, dopo quasi quarant’anni non è solo questione di essere più o meno curiosi di sapere com’è andata: ormai la verità resta l’unico conforto possibile.)

“Quando mia sorella rientrò dalla Calabria non vide la macchina di mamma perché intanto l’avevamo spostata in garage. La prima cosa che disse fu: Lo sapevo che mamma si ammazzava con quella macchina… Anche a questo ripenso sempre, magari se ci andavano in macchina a Venezia… Forse proprio quella coupé li avrebbe salvati.”

“Si erano conosciuti a Pratica di mare dove mio padre faceva il motorista sugli aerei. Lei stava a Tivoli. Lui era del 1923, lei del 1930. Si sono sposati subito, mamma aveva soltanto diciassette anni. Lui era molto mite, lei invece era una carabiniera, comandava… Mio padre era buonissimo, si divertiva facendo piccoli lavori in giardino. La domenica mattina lo vedevi che parlava con i cani che gli avevano rovinato l’orto… Io lo chiamavo San Francesco…”
(Non posso fare a meno di pensare all’assurda coppia San Francesco-Clay Regazzoni… Anche qui c’è custodito un piccolo romanzo.)

“Prima dell’ottanta non avevo paura di niente. Ero incosciente… A Marina di Grosseto io e mia sorella Patrizia salivamo sopra i pini, facevamo a gara: chi per prima sentiva uno scricchiolio e decideva di scendere perché si spaventava, perdeva la gara… Nella pineta prendevo le ranocchie con le mani, c’erano le vipere, facevo di tutto… Ero un maschio travestito da donna.”
(Mi passa per la testa una frase dell’ultimo libro di Antonio Moresco, una frase che avevo trovato misteriosa e che invece adesso all’improvviso capisco: “Non si espia solo il male che si è inflitto, si espia anche il male che si è subito. E l’espiazione del male subito è la più terribile, la più lunga, la più dolorosa…” Quando qualcuno perde il coraggio di arrampicarsi sugli alberi sta cominciando a espiare il male che ha subito.)

“Eccoli qua… Chissà dove stanno…”
(Me lo dice mostrandomi le foto dei genitori. Sono immagini antiche, in bianco e nero, sono ritratti di giovani del secolo scorso.)

***

TRE POSTFAZIONI

1.
Anche se ho più perplessità che certezze, ho scelto questa forma esplosa, questa deflagrazione di frammenti, perché sia un monologo aggiustato ad arte per suonare il più coerente possibile, sia una conversazione con il tono asettico dell’intervista mi sembravano contraffatti, inutili, non portavano a nulla. Quando una persona che ha vissuto l’esperienza di Rosanna si apre e racconta la sua storia, le cose non ti arrivano addosso belle ordinate ma subisci un assalto e alla fine restano solo macerie, detriti, schegge sparpagliate.
Mi sono intromesso di tanto in tanto con qualche parentesi perché in ogni caso quelle parole non cadevano nel vuoto: c’erano le mie orecchie, la mia sensibilità e i miei pensieri ad accoglierle.
So che ho pericolosamente collaudato i miei limiti di scrittore e riesco solo a sentirmi inadatto rispetto all’enormità di questa strage. Mi pare che da ciò che ho scritto fin qui manchi tutto: continuo ossessivamente a leggere e rileggere le biografie interrotte delle vittime, cerco di sapere il più possibile, riguardo quasi sotto ipnosi le immagini dei soccorsi… Dove sono i secchi pieni di calcinacci che passavano di mano in mano, le carriole? Dove sono le sirene che guaivano senza tregua? Dove sono finite le mascherine? Quasi tutti i soccorritori indossavano mascherine: forse è un particolare irrilevante, ma che cosa c’era nell’aria? Che odore si sentiva? Dov’è finito il famoso autobus 37, con i finestrini coperti da lenzuoli bianchi, che divenne un gigantesco carro funebre improvvisato? Dov’è finita tutta la polvere che subito dopo lo scoppio aveva oscurato il sole? Dove sono finite le urla, il sangue, il fango? Dov’è finita quell’espressione sconvolgente – “Demolizione controllata” – che mi pare sintetizzi tutto il freddo calcolo dei pezzi di merda che hanno pianificato questo assaggio di apocalisse?
Faccio un’ultima telefonata a Rosanna per chiarire alcuni dettagli, per evitare imprecisioni. Mi dice che a breve partirà per Bologna, l’anniversario è vicino, e che è molto spaventata per tutte le cose che stanno succedendo in questi giorni. Mi regala un ultimo racconto che aveva omesso quando ci siamo visti, un sogno fatto una quindicina di giorni prima di quel due agosto 1980: “Ho sognato mio padre che moriva su una poltrona, non ce la faceva a respirare, soffocava, e mia madre stava lì e non si muoveva e io gridavo: Mamma che fai, non vedi che sta morendo… Poi questo sogno l’ho raccontato a papà e lui mi ha detto: Stai tranquilla, tu mi hai allungato la vita di cento anni.”
Fa una piccola pausa prima di concludere: “Mi sento in colpa anche per questo… È un’altra cosa che si aggiunge, sai com’è: ripensi a tutti i se, i ma, le litigate, le volte che non hai chiesto scusa...”

2.
In serata, una volta tornato a casa mia dopo l’emozionante incontro con Rosanna, mi capita di vedere in televisione una bella intervista a Monica Vitti. A un certo punto le fanno fare un giochino un po’ sciocco chiedendole di commentare alcuni aforismi: un test del genere metterebbe a durissima prova chiunque perché è molto più facile balbettare delle banalità che dire qualcosa di sensato, però lei, che è una donna di un’altra categoria, non solo se la cava benissimo ma riesce a farmi venire una fitta allo stomaco con un botta e risposta che sembra il commento finale alla mia conversazione con Rosanna…
Silvio Pellico: “Senza amore l’esistenza è un deserto.”
Monica Vitti: “A me pare che sia un deserto comunque, semmai con l’amore è un deserto che si percorre in due.”
Corro ad appuntarmi queste parole e poi d’istinto vado a frugare tra i miei libri per rileggere una frase di Kafka: “Abbandonati siamo come bambini smarriti nel bosco. Quando mi stai davanti e mi guardi, che ne sai tu dei dolori che sono dentro di me e che ne so io dei tuoi? E se mi gettassi a terra davanti a te e piangessi e parlassi, che ne sapresti di me più che dell’inferno quando qualcuno ti viene a dire che è tutto fuoco e spaventevole? Soltanto per questo noi uomini dovremmo stare l’uno davanti all’altro rispettosi, pensosi, pieni d’amore, come davanti all’ingresso dell’inferno.”
Spero sia chiaro che non si tratta di esaltare una tetra visione della vita, di farsi cantori di un pessimismo inguaribile, di stare a piangere e battersi il petto per un’esistenza condannata senza rimedio. No. È una questione di consapevolezza, di maturità: se abbiamo l’inferno dentro e il deserto fuori, se siamo profondamente coscienti del nostro inferno interiore e del deserto che ci circonda forse possiamo capire meglio a che cosa serve davvero essere comunità, far parte di uno Stato. Mi permetto di usare il linguaggio più ingenuo possibile: forse possiamo imparare ad abbracciare, a proteggere, a condividere, ad agire per correggere tutto ciò che non funziona in solitudine, quando rinunciamo all’altro. Ma se lo Stato tradisce questa che dovrebbe essere la sua natura più profonda, se lo Stato non allevia l’inferno e non aiuta a popolare il deserto, se anzi lo Stato aggrava la situazione – e mai più dovremo usare l’ignobile ossimoro “Strage di Stato” − è compito nostro, di ognuno, reinventare un modo migliore per essere una collettività. Di certo non possiamo aspettare che qualcuno metta una bomba in una stazione per scoprire che soccorrere dovrebbe essere un’attitudine naturale, che anche in tempo di pace abbiamo bisogno di qualcuno che ci venga a salvare.

3.
Il 15 luglio sono stato a Roma, alle Terme di Caracalla, per assistere a un concerto di Neil Young. Poco prima dell’inizio qualcuno dell’organizzazione ha chiesto al pubblico di osservare un minuto di silenzio per le vittime di Nizza: siamo passati, nel giro di un paio di secondi, dal tipico vocio frastornante dei luoghi affollati al silenzio assoluto. O quasi, perché quando gli esseri umani stanno zitti ci sono altre creature che si mettono a cantare: dalla destra del palco, in qualche punto indefinito tra le rovine e il cielo, arrivavano i versi striduli dei gabbiani. Io e la mia ragazza ci siamo girati a guardare ma si vedevano solo la luce tenue del tramonto e le antiche, misteriose rocce sulle quali rimbalzavano questi suoni al contempo allegri e disperati, pieni di riverberi ed echi, portando un messaggio che nessuno sa decifrare.
Alla fine del concerto, dopo l’ultima canzone, Neil Young e gli altri musicisti si sono stretti in un caloroso abbraccio di gruppo mettendosi a girare in tondo, urlandosi frasi di incoraggiamento, andando su e giù simili a grossi canguri festanti.
Ecco come mi piacerebbe concludere: con i gabbiani che cantano al tramonto tra le rovine dell’antica Roma e con un cantautore di settant’anni che, dopo tre ore di grande musica, fa un girotondo con i membri della sua band saltellando felice come un bambino.








pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 5 agosto 2016