Quel frocione di Leopardi...

Jonny Costantino



Dettaglio del ritratto di Giacomo Leopardi realizzato da A. Ferrazzi nel 1820 circa.

I frocioni della poesia

«La poesia è assolutamente omosessuale». Sul punto Padilla è perentorio. Ma dire che un poeta è omosessuale è dire niente se non si dice almeno la corrente a cui appartiene: frocioni froci frocetti checche culi efebi narcisi.

Cerchiamo di capirci qualcosa facendo qualche nome. Una checca, secondo Padilla, anzi il prototipo delle checche, è Verlaine, “Verlaine il Generoso”, e una checca è pure Pavese, una checca però unica nel suo genere: una checca triste. Borges è un efebo che all’improvviso può tramutarsi in frocione o in asessuato mentre Luis Cernuda oscilla tra il narciso e – nei momenti di grande tristezza – il frocio. Per quanto consuete, le fluttuazioni tra correnti talvolta sballano le classificazioni. È il caso del poeta del cuore di Padilla, Leopoldo María Panero, “Gran Frocio Sofferente” con raptus da checca bipolare che lo rendono un mutante della poesia. Per non parlare di Pere Gimferrer: vocazione da frocio, immaginazione da frocione, gusto da narciso. Né mancano narcisi inculiti con attacchi da checca (Pablo de Rocha) o frocetti con un che di frocione (Nicanor Parra).

Così parla Padilla, a sua volta poeta e omosessuale. A ricordarlo è Amalfitano, professore di letteratura e omosessuale tardivo. Siamo nell’incipit di un romanzo interrotto di Roberto Bolaño, I dispiaceri del vero poliziotto.

La faccenda va approfondita. Cosa rende un poeta un culo? Che cosa un frocetto, un finocchio, un narciso, un efebo? Padilla non lo dice chiaro e tondo, si affida al nostro intuito. Si sforza un po’ di più col poeta checca e sforna questa definizione: la checca è il più vicino tra i poeti «al fior fiore del manicomio e alle allucinazioni sulla carne viva». Ma c’è una cosa che, più di tutto il resto, Padilla ci tiene a ficcarci nella zucca: la distinzione tra froci e frocioni.

Vagando in modo sincopato tra l’Etica e l’Estetica, froci e frocioni intrattengono tra loro relazioni di amicizia plagio critica, ma soprattutto conducono una lotta sotterranea, la lotta che anima il furibondo e moribondo mondo delle lettere: la lotta per la conquista della Parola. Va da sé quanto la distinzione tra froci e frocioni sia delicata e cruciale, ne va della parola con la p maiuscola, così delicata e cruciale da smettere di parafrasare Padilla per citarlo alla lettera:

[I froci] chiedono anche nel sonno una verga di trenta centimetri che li apra e li fecondi, ma al momento della verità fanno una fatica pazzesca ad andare al letto con i loro magnaccia.

I frocioni […] sembra che vivano perennemente con un cazzo che gli rimescola le budella e quando si guardano allo specchio (gesto che amano e odiano con tutto il cuore) scoprono nei propri occhi infossati l’identità di Magnaccia della Morte.

Tra i froci Padilla annovera Neruda Paz Góngora Quevedo Alberti. Tra i frocioni Blake Vallejo Villon Giovanni della Croce e – unico frocione della Rivoluzione Russa, frocione delle steppe e delle nevi, frocione dalla testa ai piedi – Velimir Chlebnikov.

Padilla dimostra altresì di avere il quadro della situazione italiana ed esprime una predilezione per Giacomo Leopardi, il frocione che ha fatto strada al cosiddetto “trio della morte” dei poeti froci: Ungaretti Montale Quasimodo – un po’ come quel frocio di Sanguineti ha poetato nel solco del frocione Pasolini, al quale Padilla riconosce il merito di aver riverniciato tutto il frociume poetico italiano.

Il debole per Leopardi è tale che, a un certo punto della sua disastrata avventura creativa, Padilla fantasticò di realizzare un film su di lui, qualcosa di vicino al biopic che John Huston diresse sul pittore picnodisostosico Henri de Toulouse-Lautrec. Come ricorda Amalfitano, l’aspirante regista non si faceva illusioni sulla possibilità di ricevere finanziamenti consistenti. Poco male: i ruoli principali sarebbero stati affidati a colleghi scrittori che avrebbero recitato per amicizia e perché credevano nel progetto. Giacomo lo avrebbe impersonato un poeta eroinomane di La Coruña del quale però Amalfitano ha dimenticato il nome. Il padre Monaldo avrebbe avuto i connotati di Mario Vargas Llosa. Le poesie non sarebbero state sequenze di versi bensì vere e proprie apparizioni fisiche, filmiche. Per esempio, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, la poesia preferita di Padilla, avrebbe avuto il volto e il corpo del prediletto e già citato Leopoldo María Panero, nudo o con un minuscolo costume da bagno. Padilla aveva inoltre un’idea brillante per girare l’epidemia di colera che nel 1836 devastò Napoli, un’idea così brillante che gli sarebbe valsa la vendita di Leopardi agli Studios di Hollywood, ma anche riguardo a questo asso nella manica la memoria di Amalfitano fa cilecca, ed è un peccato, una perdita non da poco per la sofferente comunità dei cineasti indipendenti, una perdita tale da suggerire un appello: se qualche lettore, in virtù delle sue frequentazioni letterarie o di altra natura, fosse in grado di far luce sul mistero del colera secondo Padilla, è implorato di scrivere al “Primo amore”, avrà in premio la mia copia annotata dei Dispiaceri del vero poliziotto.

Henry Miller con una coniglietta di "Playboy" nell'autunno 1971, all'epoca di un'intervista rilasciata dallo scrittore alla rivista.

I maschioni del romanzo

«Il romanzo, in genere, è eterosessuale». Precisa il solito Padilla, ma stavolta senza aggiungere altro: esponenti correnti sbandamenti, niente di niente. Da onesto frocione – o frocio? – ha preferito concentrarsi sulla poesia e sull’omo, sebbene ebbe l’ardire di covare un romanzo dal titolo Il dio degli omosessuali, annunciato ad Amalfitano come un valzer di luce stroboscopica, con tanti personaggi, tanti ululati, tanti cazzi duri spalmati d’olio, un romanzo eccezionale che non riesco a immaginare diversamente che a metà strada tra Pompe funebri di Jean Genet e All’amico che non mi ha salvato la vita di Hervé Guibert, un inno dolceamaro e terminale agli sconfitti e agli sbarellati la cui redazione fu ostacolata dall’Aids che avvelenò il sangue di Padilla e troncata dal fegato in disarmo che nel 2003 stroncò la vita di Roberto Bolaño.

Varrà la pena, un giorno, riprendere il filo delle illuminazioni di Padilla e spingerle fino alle estreme conseguenze. Varrà la pena prendersi il tempo per distinguere, nella cricca dei romanzieri, tra maschioni maschi maschietti (le tre m del romanzo) nonché tra papponi prostituti puttanieri (le tre p). Una volta individuate le correnti principali, mi dedicherò ai gustosi movimenti trasversali: sporcaccioni aerobici deviati ovarici sgrillettatori g-men inculatori inculcatori ciucciatori monòmani giaguari sornioni mendicanti dongiovanni leporelli e così via. A quel punto cambierò prospettiva, dissezionerò i gangli sessuati del romanzo sotto una luce diversa, cominciando da un’analisi delle quattro c (cazzuti cazzoni cazzetti cazzari) e – per lo sforzo di agilità mentale richiesto – il lettore sarà abbondantemente ricompensato, glielo prometto. Verrà insomma il momento di dirla tutta. Niente più allusioni, veli pietosi, mezze verità.

Riscriverò il mito della caverna con un unico cavernicolo, Henry Miller, l’uomo che ha dato dignità romantica allo scolo, e al posto della caverna ci sarà una grande vulva. Del dottor Céline perlustrerò tre delle sue anime: il drogato di ballerine, il puttaniere sentimentale, il leccatore di cosce. Racconterò di quanto a Thomas Bernhard – la cui riservatezza nelle cose del sesso rasenta il voto di castità letteraria – bastasse mettere il naso fuori dall’Austria per trasformarsi in un licantropo erotomane e di quando a Palma di Maiorca ebbe erezioni così prodigiose e persistenti da doverle placare con un dissuasore elettrico. Quanto a Bukowski, mi limiterò ai rapporti degli anni pustolosi con cadaveri caldi e angurie mature. Aprirò col bisturi del pensiero la coscienza di Curzio Malaparte per indicare il punto esatto dove l’escort d’alto bordo cede il passo al bagascetto da due soldi. Indugerò sulle incursioni anali del moncherino di Blaise Cendrars, premettendo che l’Omero della Transiberiana (come lo definì Dos Passos) – se come poeta sarà pure un frocione – come romanziere è uno sciupafemmine, per non dire uno sciupaculi. Farò conoscere il versatile Mo Yan quale patito della pecorina e della cavallina, della chiavata a rana e della sveltina conigliesca. Deporrò la leggenda canagliesca di Cormac McCarthy cupo laceratore di fiche, per soffermarmi sulla dolcezza di questo sbocciatore di capezzoli e luminare delle mammelle non meno di Ramón Gómez de la Serna, l’autore di Seni. Fugherò gli ultimi dubbi sulla virilità di Thomas Mann che – nonostante il «finocchieggiare languido e innocente» della vecchiaia (Amalfitano) – resta fino alla fine un virtuoso della missionaria, posizione di cui sperimenta microvarianti lavorando sugli alluci e sui dorsali e mai trascurando di piantare gli occhi negli occhi della sua Katia, ahilei costretta da quell’arteriosclerotico del marito a godere senza emettere nemmeno un suono che non fosse genitale. Di Bataille ripercorrerò la più titanica delle sue conquiste in amore: dare piacere a una donna senza servirsi di aspersori ceri crocefissi pissidi ampolline e altri oggetti liturgici. Svelerò perché Faulkner è più macho di Hemingway e Fitzgerald messi insieme. A William Vollmann, che avrebbe diritto a una cattedra di Puttanologia alla Columbia, dovrò dedicare almeno un paio di paragrafi: Roulette russa (sulle coazioni psicologiche al sesso non protetto con battone tossiche agli sgoccioli) e Befana tutto l’anno (sulle epifanie clitoridee in sordide camere di alberghi a ore). Ripresenterò al lettore italiano, che lo conosce poco e male, Nick Tosches come un uomo da smorzacandela e soprattutto da pompino, in cerca, da newyorkese doc, del pompino perfetto. Un posto speciale lo riserverò a Herman Melville che cercò nei tramonti polinesiani i colori degli arcobaleni vaginali e fu un fanatico del cunnilungus davanti al camino, ma solamente con le brune sul genere Madonna di Munch. Etc.

Starò attento che il mio discorso non venga fagocitato dalla gola profonda del sessuale – rischio che suppura da ogni mucosa romanzesca – per riflettere sul concetto di etero in tutta la sua latitudine e in tutta la sua pericolosità, in quanto esposizione all’altro e al diverso. Etc.

Clarice Lispector, Agota Kristof, Marguerite Duras e qualcun’altra: abbozzerò una panoramica sulle femminone del romanzo e allora sarà compito di una femminona, o di una femminota, prendere a sua volta il filo. Etc.

Disegnerò una costellazione a parte con i transessuali della letteratura: i bastardi che transitano da un genere all’altro, i naufraghi che viaggiano senza destinazione e tagliano con la loro umile zattera le onde più impetuose, gli oltranzisti del mare aperto: i saggisti lirici, gli aforisti che sbrodolano, i giornalisti gonzi, i biografi che scrivono sotto dettatura spiritica. Etc.

Iceberg Slim a fine anni Sessanta.

Il magnaccia della morte

Siamo a Chicago, sono gli anni Quaranta. Un marcantonio di colore, completo giallo bilioso, ascot al collo, gemelli sui polsini, si rilassa al bancone nel suo bar preferito. È strafatto di coca ma lucido come la canna appena lustrata di una 44 magnum. Un proiettile gli trapassa il cappello. Il colpo è indirizzato all’amico che, beccato di striscio, va a nascondersi sotto un tavolo frignando come un neonato. Quell’elegantone di un negro invece non si scompone. Si limita a scappellarsi e a osservare il foro di entrata e quello di uscita. Verifica che uno schizzo di qualcosa, nel trambusto generale, non gli sia finito sul completo nuovo di zecca. Questo sì che gli avrebbe fatto rodere il culo e, comunque, non lo avrebbe dato a vedere. Rimane di ghiaccio e il suo contegno gli varrà un soprannome destinato a fare il giro del mondo: Iceberg Slim.

Battezzato Robert Lee Maupin, conosciuto come Robert Beck, dal cognome del patrigno, soprannominato anche Youngblood o semplicemente Blood, Iceberg Slim non è stato soltanto il pappa per eccellenza, è stato soprattutto l’autore del più grande manuale di papponeria mai scritto: Il pappa.

Slim fu un modello per più di una generazione di papponi, artisti e altri personaggi al limite, afroamericani e non. Quand’era un gangsta rapper, Ice T ci provò ad emularlo ma fu un fallimento nella gestione delle ragazze. Snoop “Snoopy” Dogg definisce Iceberg un eroe. Per non parlare di Mike Tyson che negli anni Ottanta andava a lezioni di vita e di fica dal settantenne residuato di quello che una trentina di anni prima era il negro più cazzuto del pianeta. È nella propria autobiografia che Tyson ci parla di quei pellegrinaggi a Creenshaw, quartiere popolare alla periferia di Los Angeles, ed è bravo il pugile a farci capire fino a che punto quel vecchio in pigiama che viveva in un tugurio fosse ancora un uomo tosto e centrato, più tosto e più centrato di lui, che allora era in cima alla vetta, che era stato a letto con Naomi Campbell e centinaia di altre modelle, che comprava tigri e perdeva il conto dei suoi milioni di dollari, che insomma teneva il mondo per le palle. Il campione dei pesi massimi se ne stava in adorazione davanti ad Iceberg, zitto zitto come uno scolaretto, alzando la mano se aveva qualcosa da chiedere. Slim c’ha provato a spiegare a Mike che l’unica penetrazione che conta sul serio è quella mentale ma è difficile dire quanto quel mandrillo del suo educando abbia assimilato la lezione. Mike di sicuro imparò a voler bene a Slim, scoprì il cuore d’oro di quell’eminenza del vizio, e ogni tanto, col garbo di un gentleman, gli sganciava un po’ di grana. Una volta costrinse quel filibustiere di Don King, il manager che lo avrebbe spolpato, ad alleggerirsi dei diecimila dollari che aveva in tasca. Un’altra fu Tyson a scucire sull’unghia venticinquemila bigliettoni, commentando a posteriori: «Credo si aspettasse fossi io a ringraziarlo per avergli dato dei soldi». La parola grazie non era contemplata nel vocabolario di Iceberg Slim. “Iron” Mike sapeva che il pappa era fatto così e per questo lo rispettava, tanto più che fino alla fine non sarebbe cambiato di una virgola. Sapeva pure che con quei soldi Iceberg si sarebbe comprato un loculo di cemento al cimitero. Non voleva finire sottoterra, Ice, ossessionato com’era dai vermi. «Sono bello, Mike. Non voglio che mi mangino gli occhi. Ho dato troppo al mondo». È vero eccome. Berg – come lo chiamava Mike – non avrebbe potuto dare di più al mondo. Robert Beck alias Iceberg Slim è stato un grande scrittore.

Il pappa è il rottinculo più solo al mondo. Le sue troie lui deve conoscerle dentro e fuori, ma loro a lui no, neanche da lontano. Insomma, deve essere un dio fino in fondo.

Un pappa non è che una puttana che ha capovolto il gioco mettendo a sudare altre puttane.

Dire Pappa è come dire Maîtresse, se la Signora in questione è una Madam del calibro di Nell Kimball, che fu puttana e mantenuta prima d’intraprendere con successo la carriera di tenutaria di case chiuse tra San Francisco e Storyville, il celebre quartiere a luci rosse di New Orleans. Come Iceberg, Nell scrisse un libro autobiografico che, oltre a essere il suo testamento, costituisce la bibbia del bordello: Memorie di una maîtresse americana.

Era stata una vita solitaria e dura. Avevo preso le mie decisioni da sola, su dove andare, e su cosa fare una volta che ci fossi andata.

Io ero una puttana meravigliosa.

Stringo e vado al sodo. Distillo le due regole auree che dovrà tenere bene a mente chiunque volesse eccellere nello sfruttamento del mestiere più antico del mondo. La prima: essere il rottinculo più solo al mondo (Berg). La seconda: essere stata una puttana meravigliosa (Nell). Parola del re della strada e della regina del bordello, sovrani del secondo mestiere più antico del mondo.

Solitudine estrema e navigata puttanaggine: condizioni necessarie per essere un buon lenone di strada e una matrona di bordello ma non sufficienti per accedere allo status di magnaccia della morte. Ricordi? Ce ne parlava Padilla: il magnaccia della morte è l’entità – prestigiosamente oscura – che compare negli occhi del frocione in quello che i matador chiamano il momento della verità.

Sono solo, sono una puttana: parlare così è ancora parlare la lingua dei vivi. Dire strada e dire bordello è ancora dire vita. Vita esposta convulsa depredata: vita. Il magnaccia della morte opera altrove. Armeggia nell’interregno tra la vita e la morte. Un interregno che è una voragine. Una voragine sul limitare della quale frocetti cazzetti femminucce fanno dietrofront, non riuscendo a gestire il tremore delle vene e l’insubordinazione degli sfinteri.

Il magnaccia della morte è un profittatore di carne viva che traffica con la morte. Ma sarebbe sbagliato ridurlo a scagnozzo della morte. Almeno quant’è impreciso considerarlo un infiltrato della vita. Egli è un ruffiano che lavora in proprio. All’occorrenza un contrabbandiere. Comunque un libero criminale. Sa quanto la vita è avida di morte e quanto la morte è avida di vita. Perché non dovrebbe specularci, trarne profitto? Tra la vita e la morte agevola abboccamenti, orchestra intrallazzi, crea zone franche e promiscue. A volte fa gli interessi della vita, altre favoreggia la morte, ma a guidarlo è sempre e solo una cosa: il proprio tornaconto. Il magnaccia della morte gioca pesante. Accetta di essere chiamato così per pura convenzione, per rapidità definitoria. Sa che la vita e la morte sono un tutt’uno. Sa che c’è morte finché c’è vita. Sa che la vita è il sapone e la morte è l’aria. Una bolla, uno scoppio, una caduta, un residuo, un alone, un nulla.

Il magnaccia della morte è e non è di questo mondo. Il magnaccia della morte è un ultracorpo che talvolta s’impossessa di uno scrittore. Da quel momento lo scrittore non è più né del tutto vivo né del tutto morto. Diventa uno scrittore vivo morto.

Un istruttivo esemplare di magnaccia della morte lo è – nei suoi momenti di scrittura vertiginosa – Jean Genet. Come Slim, prima di Slim, Genet arrivò alla scrittura dritto sparato dal crimine. Aveva venduto il culo, s’era dato al furto e fatto il carcere duro, aveva tradito e denunciato i suoi compagni di vita e di malavita. Al culmine di questo cursus honorum, nell’illuminante noia della gattabuia, scoprì la letteratura. Il mondo è pieno di scrittori pappemolli con manie da papponi. Genet non è uno di loro. Genet è un duro che usa parole contundenti, parole mimetiche, parole abissali, parole che incidono le rughe della vita e si spalancano sulla calamita della morte: le parole giuste. Genet sa che la vita si erotizza al contatto con la morte. Sa che non c’è magnaccia senza puttana. Sa che non c’è magnaccia della morte senza una puttana degna di essere messa a morte, una puttana eletta. L’eletta è la puttana asportata dai vicoli della realtà per principiare una nuova vita nell’immaginazione di quella razza estrema di scrittore che è, appunto, il magnaccia della morte. Soltanto lì, nell’immaginazione, può fiorire la verità della puttana, una verità che si nutre di sborra rancida e pendule paillettes, di unghie nere e candidi sogni.

La puttana che suscita il canto magnaccesco e mortifero di Genet è un giovinastro romano, un bel prostituto tubercolotico e indifferente a tutto, persino a quel ricottaro di un francese che gli sta dedicando un poema in frammenti, fragments in prosa che sono il relitto di un’ambiziosa opera incompiuta che si sarebbe dovuta intitolare La Mort.

Contro di esse, tubercolosi e morte – ecco il mio rimedio: sei una puttana. La parola non è un epiteto, dice il tuo mestiere. Sii una puttana sublime.

Diventa: una puttana, poi la battona sublime, la regina – tu finocchio dagli sputi sanguinolenti –, la dea, una costellazione, poi di tale costellazione il nome soltanto, e poi questo nome un logoro segno che il poeta utilizza. Ma anzitutto puttana e ogni volta morire. Crepa, o per te soltanto utilizza le tue miserie. Al cospetto di questo nulla misterioso t’inginocchi: ti decapita quando un cazzo ti sfonda.

Ecco, senza infingimenti, la voce del magnaccia della morte. Genet non chiede al suo prostituto scaracchiante né marchette né quattrini. Gli chiede il più fragoroso degli schianti. La più radiosa delle morti. Gli chiede di fare la fine del funambolo che si libra nell’aria come se il filo non ci fosse, ebbro dell’istante in cui rinuncia alla vita per una scommessa d’immortalità. Schiantata incornata decapitata, la puttana diventa parola, parola eversiva, sacrificale. La parola poetica è una puttana funambolica. Intorno, ovunque, la morte. La parola è il corpo, il filo, il vuoto. Il magnaccia muore nel corpo della puttana. Lo scrittore muore nel corpo della parola. «Poema vivrò, vedendomi morire» (Genet). Lo scrittore deve ogni volta morire trasfigurarsi rinascere, per brillare e continuare a morire in poemi sempre più sublimi.

Una prostituta di Storyville fotografata da E. J. Bellocq intorno al 1912.

La puttana è per il pappa quello che la parola è per lo scrittore. Cazzi o fiche o culi che siano, lo scrittore deve trattare le sue parole come il magnaccia tratta le sue puttane. Nessuna affezione. Nessuna debolezza. Con la parola come con la puttana occorre inflessibilità. Quando qualcuna delle ragazze esagerava, Nell Kimball la multava. Se la multa non serviva, Nell chiedeva a Harry, il suo factotum, di darle una sonora ripassata che però non lasciasse segni – mai deprezzare la mercanzia! Iceberg metteva in fuga i grilli dalla testa delle sue puttane impugnando una gruccia arroventata sulla fiamma di un fornello, il cosiddetto “bastone del magnaccia”. Se il bastone non bastava, voleva dire una cosa sola: era venuto il momento di sbarazzarsi della troia drogandola, ottenebrandola, facendola fuori un po’ per volta. Nessuna pietà, semmai uno spruzzo di voluttuosa tenerezza, durante l’agonia. La nave va tenuta in ordine, il buon capitano lo sa.

Come le puttane per il pappa, le parole sono il mezzo dello scrittore. Il mezzo di sostentamento e spappolamento. Il mezzo ombroso per superare la notte verso una notte più fonda, dopo un’alba così lancinante da bruciare gli occhi. La parola è una puttana viscida e velenosa. Striscia, stritola. «È come fottere un serpente», si diceva così delle puttane senza curve che andavano per la maggiore subito dopo la Grande Guerra, le cosiddette maschiette, in linea con la magra dei tempi. La parola è una serpe incantata dal canto del pappone che la governa. La parola irretisce. È puttana che smercia illusioni. Serve le zone depresse e fameliche del cuore. La parola è viva e umorale come una puttana in calore. Quanto più si contorce schiamazza ansima sbraca e – fingendo di fingere – esibisce le ulcere di un’anima martoriata, tanto più è gloriosa. Quanto più si eviscera, tanto più ci commuove. Come la puttana più scafata, la parola deve dare tutto, fica bocca culo, persino la cavità orbitale, se ha un occhio di vetro.

Ci sono parole che swingano come il contrabasso di Charles “Charlie” Mingus, colosso dell’hard bop che nei tempi duri la sfangò come magnaccia e allora le ragazze gliele procacciava nientemeno che “Lady Day”, al secolo Billie Holiday, la quale adolescente, prima di scoprire il suo potenziale canoro, conobbe lo scroto dei maschi che la fottevano a pagamento. Ci sono parole che spaccano come il cazzo di Charles “Sonny” Liston, il peso massimo più potente e temuto e odiato e corrotto e mafioso della storia della boxe, idolo numero uno di “King Kong” Tyson, bestione famigerato nel giro anche per il numero di puttane che mandò in ospedale, semplicemente dandoci dentro con un muscolo proporzionato alle dimensioni delle sue mani mostruosamente sproporzionate. Ci sono parole che hanno la tenuta dello stomaco di Tessie Wal, la puttana di San Francisco che, in un duello alcolico a base di champagne, stracciò John L. Sullivan, il leggendario boxeur di fine Ottocento, campione del mondo a mani nude e coi guantoni, il “Boston Strong Boy” che conosceva a memoria ogni neo di ogni puttana di Boston ed era capace di bere 67 gin fizz in una serata e 56 shot di brandy in un’ora. Ci sono parole che sono come le fotografie delle prostitute scattate da Ernest J. Bellocq, nano idrocefalo dedito all’oppio e frequentatore dei bordelli di Storyville: puri atti d’amore.

Il pappa è contento quando sente ridere le sue puttane. Idem lo scrittore quando sente ridere le sue parole. E non c’è risata che faccia bene al cuore come quella di chi ha la morte nel cuore. La vera gioia è un buco nel culacchio del dolore. Non è facile trovarlo, è risaputo, ma che altro dovrebbe cercare uno scrittore, in quale altro buco dovrebbe andarsi a ficcare?

Ha ragione Amalfitano, divoratore di libri e ammiratore di puttane: «la vera poesia vive tra l’abisso e la sventura». È così. La parola che non è a prova di abisso e di sventura si barcamena tra la purga e lo scacciapensieri. Proprio così, non c’è niente da fare. È una lezione semplice e terribile che la vita t’impartisce a suon di verga. Se non l’hai ancora assaggiata, credimi sulla parola. Altrimenti è ora di andare a farti fottere.

Due scatti della serie in cui lo scrittore William Vollmann si fa ritrarre come travestito.

Libri citati:

- Roberto Bolaño, I dispiaceri del vero poliziotto (Los sinsabores del verdadero policía, 2011), Adelphi, Milano 2011.
- Jean Genet, Frammenti… (Fragments…, 1954), in Il funambolo e altri scritti, Adelphi, Milano 1997.
- Nell Kimball, Memorie di una maîtresse americana (Her Life as an American Madam by Herself, 1970), Adelphi, Milano 1975.
- Iceberg Slim, Il pappa (Pimp, 1969), Guanda, Parma 1999.
- Mike Tyson (con Larry Sloman), True. La mia storia (Undisputed Truth, 2013), Piemme, Milano 2013.

Una prostituta di Storyville fotografata da E. J. Bellocq intorno al 1912.








pubblicato da j.costantino nella rubrica in teoria il 21 luglio 2016