Vittime allo stesso modo

Marco Candida



Probabilmente, il metodo migliore per gustare appieno l’estetica di John Le Carré è forse quello di partire dai romanzi di Ian Fleming, da quelli svoltare a Frederick Forsyth e Ken Follett, tornare a Joseph Conrad e Graham Greene, sterzare all’improvviso verso Norman Mailer, per approdare, infine, al succitato John. Solo per dare un’idea, Ian Fleming s’inventa James Bond: il quale ha tutte le qualità di un eroe ovvero tutte le qualità. Ken Follett utilizza le spy-story per narrare plot d’avventura: i protagonisti di Follett hanno molte qualità e qualche accattivante difetto. I protagonisti di Forsyth, in genere, non sono eroi, ma il loro asso nella manica risiede nella motivazione. C’è una motivazione che li spinge a tirare fuori le zanne e a trasformarli in persone eccezionali – come il Peter Miller del Dossier Odessa. Ma in Le Carré non c’è nemmeno questo. Non ci sono eccellenze e non c’è motivazione. Sì, i personaggi coinvolti sono eccentrici e hanno le loro idee e le loro qualità: sono sopra le righe. Ma, per il resto, i protagonisti creati dalla fantasia dell’ex funzionario del Foreign Office sono molto spesso i punti di fuga nei quali convergono improvvisamente scenari assai più estesi. Insomma, i protagonisti di Le Carré sono vittime prescelte da un potere oscuro e torreggiante che di punto in banco intende servirsi di loro. Un esempio è La Casa Russia. La vita di un piccolo editore viene sconvolta dall’oggi al domani per il solo fatto di essere destinatario di un manoscritto dal contenuto esplosivo riguardo la corsa agli armamenti Usa-Urss: il piccolo editore viene “reclutato”, istruito e mandato in missione. In questa ottica, non stupisce che in un altro romanzo, Le Carré si interessi allo scandalo Wikileaks: quale esempio più cristallino dei soprusi del potere? Altro esempio delle usurpazioni a cui è in grado di arrivare il potere è La tamburina, un romanzo pubblicato nel 1982 sulla questione palestinese.

Riassunta nelle sue linee essenziali, la storia narrata nella Tamburina appare alquanto terrorizzante. Alta, capelli lunghi e rossi, occhi verdi, volto affilato Charlie è attrice per una trascurabile compagnia teatrale. È anche un tipo ribelle, impegnata politicamente in movimenti pacifisti e anticolonialisti. Da brava attrice vuole la pace, ma come ogni comunista inglese, europea e occidentale si capisce bene che non sa di che parla. Il sangue le bolle di passioni e di anticonformismo, la lingua perennemente macchiata di retorica, ma soprattutto è dotata di una qualità fondamentale: essendo un’attrice, Charlie possiede molta memoria. Accade che il servizio segreto israeliano stia dando la caccia a un palestinese inafferrabile (di nome Khalil): non si sa dove sia, non telefona mai nemmeno dallo stesso telefono due volte, non si sa nulla di lui. Khalil, però, ha un fratello: Yanuka. Yanuka è stato catturato, dopo aver coordinato sul campo l’ennesimo attentato che ha per vittime innocenti: una bomba a Bad Godesberg, nella Germania Occidentale, episodio col quale si apre il romanzo. Yanuka si è servito di una ragazzina europea per compiere la strage. Yanuka è così: un donnaiolo sempre a caccia di gonnelle, senza arte né parte, assolutamente privo del genio del fratello, con la sola capacità di saper convincere ragazzine europee a consegnare valigie piene di tritolo o guidare autobombe oltreconfine. Dunque, ecco perché Charlie viene scelta: non solo per le sue qualità di attrice, ma anche per la somiglianza con la ragazza. Charlie dovrà fingere di essere quella ragazza.

Un giorno sull’isola greca di Mykonos incontra un uomo misterioso del quale, con molti contrasti interiori com’è nel suo spirito, s’innamora. Charlie ritiene Joseph un impostore. Anche qui, parole al vento. Solo che, in questo caso, i suoi timori sono fondati. Raggiunge Joseph ad Atene per una visita all’Acropoli. Durante la romantica passeggiata, Joseph la fa sequestrare. Pagina 121:

“La casa era decrepita e odorava di gatti e di quella stronza di sua madre. Era stipata di brutti mobili greci stile Impero e vi erano appese sbiadite tende di velluto e lampadine di ottone. Ma anche se fosse stata linda come un ospedale svizzero o inclinata come il ponte di una nave, avrebbe espresso soltanto un tipo diverso di pazzia. Né migliore né peggiore. Sul secondo pianerottolo un portavasi le ricordò di nuovo sua madre: si rivide bambina seduta accanto a lei, con indosso una tuta di velluto a coste, a sgranar piselli sotto le araucarie.. Eppure non riusciva a ricordare né allora né dopo, una casa che avesse anche una serra, a meno che non fosse stata la prima che avevano avuto, a Branksome, vicino a Bournemouth, quando lei aveva tre anni. Arrivarono a una doppia porta aperta, che Rachel aprì con una spinta prima di farsi da parte, e agli occhi di Charlie apparve una grande stanza cavernosa. Al centro, due figure erano sedute a un tavolo, una grossa e larga, l’altra curva e molto magra, vestite entrambe di nebbiosi grigi e marroni, e, a quella distanza, parevano fantasmi.”

Charlie finisce così col fare la conoscenza di Kurtz e Litvak. Sono agenti del servizio segreto israeliano. Cercano di convincerla a entrare nel loro gruppo di lavoro. In altre parole, la stanno reclutando per una missione. Sono amichevoli quanto spietati. Ecco come cercano di tirarla dalla loro parte lavorando sulle sue idee.

Pagina 149:

“Perché noi siamo un’alternativa. Non siamo un partito, non siamo organizzati e non siamo un manifesto. E non vogliamo nessuna fottuta strutturazione” […] “Da una parte, Charlie, abbiamo in apparenza le tesi fondamentali dell’anarchismo classico, come sono state predicate dal Settecento a oggi”
“Balle!”
“E cioè una rivolta contro l’irreggimentazione. E cioè la convinzione che il governo è malvagio, ergo lo stato nazionale è sbagliato: la consapevolezza che le due cose insieme si oppongono allo sviluppo naturale e alla libertà dell’individuo. A questo lei aggiunge alcuni atteggiamenti tipicamente moderni. Per esempio la rivolta contro la noia, contro la prosperità, contro quella che credo si chiami la miseria ad aria condizionata del capitalismo occidentale. E non ha dimenticato l’autentica miseria dei tre quarti della popolazione terrestre. È così, Charlie? Vuole obiettare qualcosa? O per questa volta dobbiamo dare per scontato il suo “balle”?” […]
“Lei è contraria alla tecnologia impazzita” continuò Kurtz pacatamente. “Be’, lo era anche Huxley. Lei tende a cercare motivazioni umane che non siano, una volta tanto, né competitive né aggressive. Per riuscirci, però, bisogna prima eliminare lo sfruttamento. Ma in quale modo?”
Fece ancora una pausa, e per lei queste pause stavano diventando ancora più minacciose delle parole; erano le pause tra un passo e l’altro verso il patibolo. “La smetta di trattarmi con condiscendenza, Mart! La smetta” [Charlie conosce Kurtz col nome di Marty]
“Se non ho capito male, Charlie, è sul problema dello sfruttamento – seguitò Kurtz con implacabile bonomia – che arriva una scissione tra l’anarchismo “osservato”, se così possiamo chiamarlo, e quello “messo in pratica”. Si voltò verso Litvak, per servirsene contro di lei. “Avevi qualcosa da dire a questo proposito, Mike?” [Charlie conosce Litvak con il nome di Mike]
“Direi che la parola decisiva è sfruttamento – sussurrò Litvak – Se al posto di sfruttamento usi la parola proprietà, Marty, hai un quadro completo. Per prima cosa lo sfruttatore colpisce lo schiavo salariato alla testa con la sua maggiore ricchezza; poi gli lava il cervello sino a fargli credere che il perseguimento della proprietà è una ragione valida per farlo sgobbare come un matto. In questa maniera lo rende due volte schiavo”
“Giustissimo – disse tranquillamente Kurtz – Il perseguimento della proprietà è un male, ergo la proprietà stessa è un male, ergo coloro che proteggono la proprietà sono un male, ergo – dal momento che voi non accettate più il processo evolutivo democratico – eliminiamo la proprietà e ammazziamo i ricchi. È d’accordo con tutto questo, Charlie?”
“Non dica cazzate! Non sono queste le mie idee”
Kurtz pareva deluso. “Vuol dire che si rifiuta di espropriare lo stato ladrone, Charlie? Che le succede? È diventata timida, all’improvviso?”
[…]
“Ed è vero! L’intero sistema è una merda! È truccato, è corrotto, è paternalistico, è…”
“E allora perché non lo distrugge?” domandò Kurtz con estrema amabilità. “Perché non lo fa saltare in aria e spara a tutti i poliziotti che cercano d’impedirglielo, e già che c’è anche a quelli che non ci provano neanche? Perché non fa saltare in aria i colonialisti e gli imperialisti ovunque si trovino? Dov’è finita la sua millantata integrità? Cos’è andato storto?”
”Io non voglio far saltare niente! Voglio la pace io! Voglio che la gente sia libera!” insistette Charlie, cercando disperatamente d’aggrapparsi alla sua unica vera convinzione.

Questo passaggio mostra quanto subdolo e diabolico sia il potere una volta chiusi gli artigli sulla preda. Ciascuno di noi, almeno una volta nella vita, ha incontrato un individuo simile a Kurtz. Qualcuno che esamina come ci comportiamo e cosa diciamo e che improvvisamente ci prende sul serio come mai nessuno prima di allora ha fatto. Ci prende così sul serio da farci vedere chi realmente siamo:

”Se ti comporti così, se investi tempo in queste azioni, se ti sprechi per questo, allora non puoi venire a raccontare che lo fai senza crederci, per posa, per superficialità. Lo fai perché, dentro di te, ci credi – e ci credi fino in fondo”. Metodi da vecchio regime stalinista, tutto sommato – viene in mente “Per scherzo” di Kundera dove un uomo finisce nei guai semplicemente per aver scritto un motto antitrotskista su una cartolina. In ogni caso, Kurtz si lavora Charlie tramite questi metodi durante uno sfiancante interrogatorio teso a strappare “non verità, ma bugie”.

Una volta “reclutata” (senza che Charlie abbia avuto vera scelta fin da principio), ecco che si passa all’allestimento di quello che, nel romanzo, viene definito il “teatro della finzione”. Tale allestimento viene descritto minuziosamente. Intanto, Kurtz e Litvak sotto le mentite spoglie di rappresentati di una compagnia teatrale a nome Gold e Karman si presentano all’agente di Charlie Ned Quilley. Anche qui si mostrano inizialmente assai amichevoli prospettando a Ned un futuro da star per la sua cliente. Fino a quando, non si arriva all’apparentemente innocua domanda: “Vorrebbe dirci, per favore – a suo giudizio – come se la cava Charlie nelle interviste?”. Da qui si arriva alle posizioni politiche di Charlie e la conversazione amichevole piano piano diventa minacciosa.

“Abbiamo sentito dire che Charlie attualmente è una radicale – disse – Abbiamo sentito dire che è molto, molto impegnata nelle cause politiche. Una militante. Abbiamo sentito dire che è attualmente legata a un anarchico arrabbiato, un tantino matto. Noi non vogliamo condannare nessuno sulla base di futili pettegolezzi, ma dalle voci che ci sono arrivate, signor Quilley, è come se Charlie fosse la madre di Fidel Castro e la sorella di Arafat riunite in un’unica sgualdrina”. Pagina 97.

E a pagina 99 il povero Ned dice esattamente quello che abbiamo commentato noi relativamente al passaggio che si trova a pagina 149:

“È un’attrice, diamine! Non bisogna prenderla troppo sul serio. Gli attori, mio caro, non hanno opinioni, e le attrici ne hanno ancora meno. Hanno umori. Manie. Pose. Passioni di ventiquattrore. Ci sono tante cose al mondo che non funzionano, accidenti. E gli attori sono sempre pronti ad abbracciare le soluzioni più radicali”

L’incontro con l’agente di Charlie e tutta questa storia sulle sue posizioni politiche non hanno altro scopo per Kurtz e Litvak che impadronirsi di un “prezioso fondo di corrispondenza”, vale a dire una congerie di lettere scritte da Charlie e indirizzate al suo fidanzato anarchico Alastair. Le lettere vengono passate ai falsificatori ai quali spetta il compito di scrivere una falsa corrispondenza indirizzata a Yanuka riproducendo non solo la calligrafia, con i relativi vezzi, ma anche il modo di pensare, e lo stile, e i modi di dire di Charlie. La falsificazione è completa. A Charlie viene ovviamente fornita una nuova identità. In più, viene istruita passo passo da Joseph.

Charlie e Joseph trascorrono giorni e giorni insieme. Joseph, il cui vero nome è Gadi Becker, finge di essere Michel, ovvero Yanuka, il fratello di Khalil. Charlie è la ragazza di Michel. Charlie è un’attrice, ha molta memoria, così le spiegazioni di Joseph possono procedere speditamente. Mentre passano il tempo insieme, benché Joseph l’abbia adescata e tradita, Charlie crede ancora possibile l’amore tra loro. Il gioco di seduzione e corteggiamento utilizzando le loro diverse identità non lascia scampo. Ogni frase d’amore, ogni frase, è recitata spassionatamente e spersonalizzata, ma al contempo corrisponde o potrebbe corrispondere a sentimenti veri.
Pagina 172:

“Tu mi conosci come Michel. M come Michel”. Aprendo la sua elegante cartella nera, cominciò rapidamente a infilarvi i propri indumenti. “Io sono tutto quello che hai sempre desiderato – disse senza nemmeno guardarla – Per svolgere il tuo compito, non devi solo ricordartelo; devi crederlo e sentirlo e sognarlo. Stiamo costruendo una realtà nuova e migliore” […] “Chi lo dice che è migliore?” disse Charlie. “Tu hai passato le vacanze a Mykonos con Alastair, ma nel profondo del cuore stavi aspettando disperatamente me, Michel […] Non Joseph – Michel. Appena finita la vacanza, ti sei precipitata ad Atene. Sul battello, hai raccontato ai tuoi amici che volevi star sola per qualche giorno. Bugia. Avevi un appuntamento con Michel. Non con Joseph, con Michel. Con la mia camicia di seta. Il mio orologio d’oro. Ordinammo aragoste. Mangiammo quel che mangiammo, ci scambiammo dolci ed eccitate sciocchezze come due amanti segreti che si ritrovano”

[…]

Lei lo interruppe. “Allora è questa la sola ragione per cui mi hai portata sull’Acropoli” disse con voce neutra. “Non sono stato io a portartici. È stato Michel. Michel è fiero delle sue conoscenze linguistiche, delle sue capacità organizzative. Ama svolazzi, gesti romantici, le trovate improvvise. È il tuo mago”

[…]

“E tu? – disse lei – Sei anche tu innamorato di lei o è solo un gioco?” Aspettando la sua risposta, Charlie lo vide con gli occhi della mente farsi fisicamente da parte per lasciare che la freccia gli passasse oltre senza danneggiarlo, puntando sulla figura in ombra di Michel.
“Tu ami Michel e tu credi che Michel ti ami”
“Ma è vero?” “Lui dice di amarti e te lo prova. Cos’altro può fare un uomo per convincerti, non potendo tu essere nella sua testa?”
[…]
“Ma noi esistiamo?” gli domandò Charlie mentre s’immettevano nel traffico della sera. “O siamo solo gli altri due?”
Il solito preavviso di tre minuti prima della risposta. “Ma certo che esistiamo. Perché no?” Poi quell’amabile sorriso, quello per cui lei si sarebbe legata ai binari. “Noi siamo berkeleiani, capisci? Se non esistessimo, come potrebbero esistere loro?”

Sempre in modo impersonale Joseph fa recepire a Charlie la parte ideologica del profilo di Michel.

Pagina 206:

“Stasera Michel è per te un profeta. Nessuno ha mai concentrato su te tutta la forza del proprio fanatismo. La sua convinzione, il suo impegno, la sua devozione irradiano da lui mentre parla. In teoria, certo, sta già predicando a una convertita, ma in realtà sta inserendo un cuore umano nel guazzabuglio delle tue vaghe idee di sinistra. Gli dici anche questo in una delle tue future lettere, anche se forse non è logico che un guazzabuglio acquisisca un cuore umano. Tu vuoi che ti faccia una predica, e lui te la fa. Tu vuoi che lui giochi sul tuo senso di colpa inglese, e lui fa anche questo. […] Come è lontano dai pregiudizi borghesi, che non hai ancora sradicato! Dalle tue pigre simpatie d’occidentale. Sì?”

[…]

“Io sono nato da una famiglia patriarcale in un villaggio non lontano dalla cittadina di El Khalil che gli ebrei chiamano Hebron”. Fece una pausa puntandole vigorosamente addosso i suoi occhi scuri. “El Khalil” ripeté. “Ricordati questo nome, è molto importante per me, per varie ragioni. Ti ricorderai di Khalil? Ripetilo!”

Lo ripeté. El Khalil.
“El Khalil è un grosso centro per la pura fede dell’Islam. In arabo significa amico di Dio. Gli abitanti di El Khalil, o Hebron, sono l’élite della Palestina. E voglio raccontarti una storiella che ti farà ridere moltissimo. Secondo la leggenda, l’unico luogo in cui gli ebrei non furono mai esiliati sono i monti dell’Hebron, a sud della città. È dunque possibile che nelle mie vene scorra sangue ebraico. Ma non me ne vergogno. Io non sono antisemita; sono solo antisionista. Mi credi?” Non aspettò una sua rassicurazione; non ne aveva bisogno.
[…]
“Nel piccolo villaggio arabo di Deir Yassen il 9 aprile 1948 duecentocinquantaquattro abitanti – vecchi, donne e bambini – furono massacrati dalle squadre sionistiche, mentre gli uomini giovani erano a lavoro nei campi. […] Nel giro di pochi giorni, quasi mezzo milione di palestinesi abbandonò la propria patria. Un’eccezione fu il villaggio di mio padre. “Noi restiamo – disse – Se andiamo in esilio, i sionisti non ci permetteranno mai di tornare”. Credeva persino che voi inglesi sareste venuti a salvarci. Non aveva capito che le vostre ambizioni imperialistiche vi imponevano di inserire un docile alleato all’Occidente nel cuore del Medio Oriente”

Dopo l’addestramento, Charlie riesce a infiltrarsi nell’organizzazione terroristica. È ammirevole con quale maestria Le Carré riesca a condurre la narrazione. Si potrebbe dire che ogni volta che si passa dal punto di vista di Charlie all’interno della vicenda, la narrazione avvenga in “soggettiva”. Così, quando intorno a Charlie scoppia una sparatoria o la scena si fa concitata, ciò che accade viene raccontato a brandelli, rimanendo sempre indissolubilmente legato a ciò che Charlie prova, ai suoi sentimenti. Nel suo complesso la narrazione rimane quasi statica. Non ci sono accadimenti sensazionali. Quando c’è qualcosa di sensazionale, l’autore, assumendo uno sguardo in “soggettiva”, da un lato previene ogni sensazionalismo, dall’altro riesce ad avvolgere il lettore in una rete di pensieri, sensazioni vere, sentimenti. Fino a quando la giovane ragazza dai capelli rossi, con una nuova identità, i capelli tinti di nero, in mezzo a un gruppo di fanatici terroristi (e per un po’ Litvak assume atteggiamenti caustici ventilando che lei tradisca per abbracciare la causa palestinese – e in fondo avrebbe ragioni per farlo, visto che l’hanno tirata dentro con l’inganno e arrivati a un certo punto del libro torto e ragione delle controparti sembrano allinearsi perfettamente sui piatti della bilancia) giunge là dove le sue divinità (quali, in fondo, sono Kurtz, Litvak e Joseph) volevano giungesse: nel punto più fondo nel quale si addensano tutte le colpe del benessere occidentale, tutto ciò a cui i suoi slogan e le sue vuote parole da ragazzina comunista europea si sono sempre riferite.

Pagina 380.

“Esiste una serenità terribile, e tuttavia bucolica, che proviene dal vivere troppo a lungo tra le vere vittime del mondo. Nel campo, Charlie conobbe finalmente quel senso di solidarietà che la vita le aveva sinora negato. Dovendo aspettare, entrò nella schiera di coloro che aspettavano da tutta la vita. Condividendo la loro cattività, sognava di essersi liberata della propria. Amandoli, immaginava di essersi liberata dalla propria. Amandoli, immaginava di ricevere il loro perdono per i molti inganni che l’avevano portata qui.”

Pagina 395.

“Era il capolinea. Il luogo peggiore di tutte le vite che aveva vissuto sinora, un luogo da dimenticare persino mentre vi si trovava, il suo dannato collegio con in più degli stupratori, un seminario trapiantato nel deserto dove le esercitazioni si facevano con cartucce cariche. Il sogno sgangherato della Palestina era a cinque sfiancanti ore di macchina oltre le colline, e al suo posto c’era uno squallido fortino, che pareva uno scenario cinematografico per un rifacimento di Beau Geste, con gialli spalti di pietra e una scala pure di pietra e metà di un lato distrutto dalle bombe e un ingresso principale protetto da sacchi di sabbia e su di esso un’asta che sbatteva le sue corde sfilacciate nel vento rovente e da cui non sventolavano mai bandiere. […]
L’altro centro sociale era il poligono di tiro per armi portatili, che non era una cava abbandonata in cima a una collina, ma una vecchia caserma con le finestre bloccate e una fila di lampadine elettriche appese a travi d’acciaio e sacchi di sabbia che pendevano tutt’intorno ai muri. E i bersagli non erano lattine di petrolio, ma rozze immagini in grandezza naturale di marines americani, con smorfie dipinte e baionette in canna e rotoli di carta gommata marrone ai piedi per rattoppare i fori delle pallottole quando venivano colpiti. Era un luogo frequentato in continuazione […] Un giorno vi arrivò un grande combattente, una specie di VIP del terrorismo, su una Volvo con autista, e si sgombrò il poligono per tutto il tempo che lui sparò. Un altro giorno un gruppo di scatenatissimi neri irruppe durante la lezione del corso di Charlie e svuotò tutta una serie di caricatori senza prestare la minima attenzione al giovane tedesco orientale, cui spettava ufficialmente il comando.[…]

Pagina. 412.

“Volò a Zurigo nelle prime ore della sera. Segnali di tempesta fiancheggiavano la pista d’atterraggio e splendevano davanti a lei come il cammino della sua risolutezza. Il suo cervello, come lei lo aveva disperatamente preparato, era un montaggio delle sue antiche frustrazioni, maturate e rivolte contro il putrido mondo. Ora sapeva che non c’era in esso niente di buono; ora aveva visto le sofferenze che erano il prezzo dell’opulenza occidentale. Era ciò che era sempre stata: un’emarginata in collera che si vendicava; con la differenza che il mitra Kalashnikov aveva sostituito le sfuriate inutili. I segnali luminosi sfilavano velocissimi davanti al suo finestrino come relitti in fiamme. L’aereo atterrò.” _

Charlie deve aggiungere ancora un tassello al suo percorso di consapevolezza: incontrare Khalil…

Forse sorprenderà una lettura così dettagliata di un romanzo che non gode di buonissima critica. Le Carré, con questo romanzo, si guadagnò, all’epoca, accuse di antisemitismo. Del resto, anche in altri romanzi, ci sono passi di dubbia interpretazione, relativi alle posizioni dell’ex professore di Eaton e Oxford sull’antisemitismo. Come a pagina 48 del romanzo La Casa Russia, nel tratteggiare la figura di quel gran personaggio secondario che è Niki Landau:

”Sono ebreo io stesso, sa. Non dico che ci vuole un ebreo per riconoscere gli ebrei. Ma, pur sempre, c’è qualcosa, qui dentro, che vibra” […] “Secondo me, a dir la verità, si esagera un tantino con questo fatto dell’essere ebrei. Se uno ci tiene a esserlo, buon per lui – dico io – buon pro gli faccia. Ma se viceversa non ci tieni, nessuno dovrebbe obbligarti a tenerci. Io, per me, in primo luogo sono inglese, in secondo luogo polacco e tutto il resto viene in terzo luogo. Per molti, l’ordine delle preferenze è esattamente l’inverso. E questo è un problema, talvolta, per loro” “Ben detto!” sentenziò Walter con energia, facendo schioccare le dita, e ridacchiando. “Oh sì, questo riassume tutto in due parole”.

Bisogna pur anche aggiungere che l’impianto narrativo di alcuni romanzi di John Le Carré si fonda su due elementi leggermente ambigui: da un lato si ricorre sovente alla descrizione dei personaggi basandosi sulle loro origini, dall’altro c’è una sorta di predestinazione fissa e immutabile dei protagonisti principali. Valga l’esempio a pagina 40 ancora una volta tratto dal romanzo La Casa Russia:

“Un “joe”, in gergo è una “fonte viva”, e una “fonte viva” in lingua corrente è una “spia”. Con quel termine, Ned alludeva forse a Landau? Oppure a Katia? Oppure all’ignoto compilatore dei tre quaderni? Oppure intravvedeva già, nella sua mente, gli sfumati contorni di quella grande spia-gentiluomo che, in futuro, sarà Bartholomew Scott Blair? Brock non lo sapeva, né gliene importava un fico. Brock veniva da Glasgow ma era oriundo lituano e i concetti astratti lo mandavano in bestia”.

Ora, va riconosciuto che il tono della narrazione condotta da Horatio Benedict de Palfrey, un membro della Casa Russia, è intriso di umorismo all’inglese, ma passi come questi sono così ricorrenti da far supporre che in Le Carré sussista una certa eccessiva attenzione all’etnie e al sangue. Alla quale attenzione si aggiunge l’idea di una sorta di “destino segnato” per i protagonisti dei suoi romanzi: al termine della sua lugubre avventura, Charlie tornerà a essere un’attrice di provincia così come il piccolo editore britannico della Casa Russia tornerà a essere il solito di sempre, pur avendo, sia Charlie che Barley, trovato un po’ di luce nell’amore – il che, comunque, non è per niente poco. È così, a ogni modo, che si può forse spiegare una certa ritrosia della Kungliga Vetenskapsakademien nei riguardi di John Le Carré.

Al di là di tutto, il merito fondamentale di un romanzo è quello di farti ripensare alla storia, ai personaggi. Ripensando, si combinano in modo sconnesso gli elementi e da questa sconnessura talvolta possono scaturire rivelazioni, illuminazioni. Ecco alcune riflessioni.

Intanto, sono interessanti i nomi dei personaggi: Charlie, Joseph, Kurtz. A un certo punto compare persino uno Spielberg. Kurtz potrebbe fare riferimento al Colonello Kurtz di Cuore di tenebra (un romanzo, ricordiamolo, sull’orrore della guerra; da cui fu tratto un film sul Vietnam) e Joseph all’autore stesso di Cuore di tenebra ossia Joseph Conrad e a questo punto Charlie potrebbe alludere a come gli americani durante la guerra in Vietnam chiamavano i Vietcong: Charlie, appunto. E “Charlie” è la tamburina ossia quella figura che marciava nelle battaglie munita soltanto di un tamburo, priva di qualsiasi cognizione di guerra e totalmente disarmata, del tutto innocente. Innocente come innocenti furono, secondo questa interpretazione, i Vietcong e come innocenti furono gli arabi coinvolti nella questione palestinese: così come innocente è Charlie, la quale bercia innocentemente di cose di cui non ha esperienza come abbiamo fatto e facciamo quasi tutti in Occidente.

A parte questo modesto esercizio di decrittazione di messaggi occulti (più che mai lecito trattandosi di un romanzo scritto da un ex-agente segreto), c’è altro su cui questo romanzo spinge a riflettere: soprattutto, la questione palestinese. Lessi La tamburina negli Anni 90. Lo trovai in casa. Il libro doveva essere un regalo a mia zia Uta. Mia zia Uta aveva i capelli rossicci. Forse il romanzo (nell’edizione EuroClub) doveva esserle stato innocentemente recapitato per la ragione che Charlie è una rossa proprio come lo era lei. Non ci capii molto. Ma, rileggendo La tamburina in questi giorni, mi è stato possibile fare una cosa che nel 1990 non avrei mai potuto fare: accedere a Internet. Per rinfrescarmi la memoria, ho fatto qualche ricerca sulla questione palestinese. Qui di seguito ecco un riassunto dei punti essenziali della mia ricerca.

Non è del tutto fantasioso sostenere che la risoluzione 181 che portò alla proclamazione dello Stato d’Israele nel 1948 fu redatta e approvata dalla Società delle Nazioni Unite sulla base del senso di colpa derivante dai macabri genocidi hitleriani: trovare agli ebrei una terra dopo tutte le persecuzioni inferte loro dal nazismo. Va però pur tenuto presente che il sionismo è una frangia oltranzista ebraica che prevede la formazione di uno Stato di Israele Universale. Il territorio ideale è sempre stato quello della Palestina, ma si è anche parlato di Argentina, Stati Uniti, Canada, Australia e altre zone. Ora, se si dà un’occhiata a quali furono le Nazioni firmatarie della risoluzione 181 ci si accorge che l’Argentina si astenne dall’approvazione di tale documento: tuttavia, va notato che Peron accolse in Argentina moltissimi gerarchi nazisti a fine guerra. Firmarono, invece, la risoluzione Stati Uniti, Canada, Australia: insomma alcuni dei Paesi nei quali il sionismo riteneva di poter creare il proprio Stato Universale.

Dando uno sguardo generale, sembra proprio che all’origine della nakba (la Grande Catastrofe) stiano errori di valutazione un po’ da tutte le parti. Anzitutto, le migrazioni degli ebrei ricchi o benestanti in Palestina causarono agli arabi gli stessi problemi che furono dei tedeschi, vale a dire, in primo luogo, un innalzamento esponenziale del tasso di disoccupazione. In più, gli ebrei sono, in genere, un popolo straordinariamente in gamba. E in questo caso lo furono così tanto che avvalendosi dell’organismo predisposto per agevolare l’immigrazione degli ebrei in Palestina (Agenzia Ebraica per la Palestina) crearono scuole, ospedali, infrastrutture per ebrei organizzando una comunità dentro la comunità. Tutte cose che, in qualche modo, erano già accadute in Germania e che generarono quel malcontento cavalcato da Hitler per la sua ascesa al potere. Di questo gli ebrei stessi non furono in grado di accorgersi, né si accorsero che gli Stati circostanti erano scontenti della loro presenza – a non voler caricare troppo i toni. Né se ne accorsero, a quanto pare, gli analisti dell’UNSCOP: sancirono la proclamazione di uno Stato senza tenere presenti le difformità religiose, politiche, ideologiche del territorio. In più, la Mezzaluna Fertile, dato assai significativo, abbraccia la Svastica negli Anni Quaranta. Infatti, le ondate migratorie degli ebrei in Palestina erano viste così di malocchio da parte degli arabi che questi cominciarono ad applaudire all’hitlerismo. Cionondimeno, nel 1948, quando la Gran Bretagna rinuncia al Mandato Britannico che le consente di controllare la Palestina dal 1920, la Società delle Nazioni Unite approva la partizione della Palestina tramite la risoluzione 181 formando lo stato arabo e quello israeliano (con Gerusalemme controllata da un regime internazionale secondo quanto previsto dalla Commissione Peel). Allo Stato di Israele viene riconosciuto, anzi, un territorio più vasto e dal punto di vista pratico migliore. Gli arabi non ci stanno a restare chiusi in un enclave: e il giorno dopo la proclamazione dello Stato di Israele, soltanto il giorno dopo, l’Egitto dichiara guerra. Dunque, gli ebrei si trovarono fin da subito in un territorio fortemente ostile nei loro confronti. Col senno di poi, a pensarci, sembra quasi una barzelletta di cattivissimo gusto: gli ebrei decisero di fuggire dal Nazismo rifugiandosi in Palestina, cosa che oggi a noi suona come decidere di imbarcarsi sul Titanic per scappare da un branco di pescecani. Gli ebrei furono nuovamente mandati a morire. Ebrei e palestinesi sono allo stesso modo vittime della Risoluzione 181. Ecco perché nakba: Catastrofe. Catastrofe per tutti. Sembra opportuno concentrarsi anche sul Mandato Britannico. Nel diritto internazionale il mandato è uno strumento giuridico creato dall’art. 22 del patto istitutivo della Società delle Nazioni per la tutela delle popolazioni incapaci di autogovernarsi. Vengono distinti tre tipi di mandato in base al grado di sviluppo delle popolazioni, la collocazione geografica del territorio, le sue condizioni economiche. Nell’articolo 22 vi si legge, tra l’altro:

“Alcune comunità che appartenevano prima all’Impero turco hanno raggiunto un grado di sviluppo tale che la loro esistenza come nazioni indipendenti può essere provvisoriamente riconosciuta, salvo il consiglio e l’assistenza amministrativa di una Potenza mandataria, finché non saranno in grado di reggersi da sé. I desideri di queste comunità dovranno essere principalmente tenuti in conto nella scelta della Potenza mandataria”. E poi ancora: “In ogni caso di mandato, il mandatario presenterà alla Società una relazione annuale circa il territorio affidatogli. Il grado di autorità, di ingerenza e di amministrazione che dovrà essere esercitata dal mandatario sarà in ciascun caso esplicitamente determinato dal Consiglio, quando non sia stato preventivamente convenuto dai Membri della Società. Una commissione permanente sarà costituita, per ricevere ed esaminare le relazioni annuali dei mandatari e dar parere al Consiglio in ogni materia relativa all’osservanza dei mandati”

Dunque, secondo l’articolo 22, la Gran Bretagna, avendo un Mandato di classe A, non avrebbe avuto il potere di proclamare lo Stato Israeliano. Potere che invece avrebbe avuto il Consiglio della Società delle Nazioni Unite se è vero che “Il grado di autorità, di ingerenza e di amministrazione che dovrà essere esercitata dal mandatario sarà in ciascun caso esplicitamente determinato dal Consiglio, quando non sia stato preventivamente convenuto dai Membri della Società”. Così, sulla base di un comma dell’articolo 22, 33 Nazioni occidentali e democratiche decisero quale grado di autorità, di ingerenza e di amministrazione si poteva esercitare nei confronti del popolo palestinese sancendo la nascita dello Stato di Israele.

Se si cerca di essere obiettivi, ci si rende conto che qualsiasi categoria usata non descrive appieno la situazione. Ogni gesto, in questa nefasta vicenda, appare passibile di una duplice interpretazione di segno opposto. Se si vuole dire che è stato un gesto imperialista, non si può non tenere conto del contesto storico e del clima nel quale tale gesto venne compiuto e a favore di quale popolo – gli ebrei, appena usciti dal più grande caso di pulizia etnica della storia dell’uomo. Se si vuole dire che i gruppi estremisti palestinesi avrebbero dovuto arrendersi smettendola di essere così orgogliosi, si può dire lo stesso dei sionisti. Se si vuole dire che lo Stato Israeliano non doveva essere costituito, bisogna rammentare che i flussi migratori avevano già dato vita, di fatto, a uno Stato e venne offerta la possibilità di uno Stato Arabo. Se si vuole dire che è ingiusto che agli israeliani venne fornito uno Stato dai confini migliori, bisogna anche ammettere che gli ebrei erano più avanzati nello sfruttare le risorse (in un territorio poverissimo di risorse) e che, se gli arabi si fossero alleati con loro, avrebbero presumibilmente potuto evolversi e progredire meglio. Se si vuole dire che la Gran Bretagna se ne lavò le mani come Ponzio Pilato rimettendo il Mandato alle Nazioni Unite, bisogna ricordare che le rivolte in Palestina erano ormai fuori controllo e che la Gran Bretagna si astenne dal firmare la risoluzione 181 e aiutò militarmente lo Stato d’Israele nella guerra del ’48-49. E così via, pressoché per ogni punto della questione palestinese.

Anche sulle organizzazioni terroristiche ci si deve, a questo punto, dar contezza. Sembrerebbe, infatti, superficialmente, che il terrorismo islamico sia nato in seguito al malcontento derivante dagli eventi qui schematicamente riassunti, ma non è così. Il terrorismo (ossia uso della forza per il ripristino di uno stile di vita ortodosso) ha duemila ani di storia. La prima organizzazione terroristica moderna nacque nel 1928 in Egitto e negli anni Quaranta arrivò a contate circa 500.000 adepti. Dunque, i Fratelli Musulmani esistevano già prima della proclamazione dello Stato Israeliano. Altre sono, nel tempo, le sigle del terrore: Al-Qaida, Fatah-al-Islam, Hamas, Hezbollah, Jaljalat, Stato Islamico. Ecco, in poche linee, la Nabka, la Catastrofe.

La politica è luogo delle decisioni e delle passioni. Ecco forse perché le scelte dei politici sono quasi sempre errate: non si possono mescolare decisioni e passioni. Forse un politico è semplicemente un soggetto che viene scelto dalla comunità (elitaria o meno che sia) per assumersi la responsabilità degli errori che compirà. In politica, decidere è sbagliare. Le scelte appaiono piuttosto elementari: non sembrano volerci menti eccelse. Tutto sta nell’assunzione di responsabilità dell’alto margine di errore. Basta una croce sul punto sbagliato di una mappa per condannare due popoli per il resto dei loro giorni: proprio come è accaduto a ebrei e palestinesi uniti nel loro reciproco sterminio.

Si possono scrivere uno, cento, mille libri come quello di John Le Carré (anche se non bene come li scrive Le Carré). Ciascuna di queste storie é all’interno della stessa catastrofica situazione. Oggi, se non possiamo trovare una soluzione realistica a questa situazione, grazie a Internet, possiamo quantomeno averla chiara nei suoi lineamenti essenziali. Questo, rispetto a trent’anni fa, sembra un passo enorme. Israeliani e palestinesi sono vittime allo stesso modo.

Pagina 469:

“La tournée aveva come titolo “Un bouquet di commedie”, e il teatro, come gli altri in cui aveva recitato, era anche un istituto femminile e una scuola di recitazione, nonché indubbiamente, in tempi d’elezioni, un seggio elettorale. Era una schifosa commedia in un teatro schifoso, e coincideva con il punto più basso del suo declino. C’erano un tetto di lamiera e un pavimento di legno, e quando lei pestava i piedi, si levavano sbuffi di polvere tra un’asse e l’altra. Aveva cominciato accettando solo ruoli tragici, perché dopo averle data un’occhiata nervosa Ned Quilley aveva ritenuto che era di tragedie che aveva bisogno; e dello stesso parere, per ragioni sue personali, era anche Charlie. Ma si era presto accorta che le parti serie, ammesso che le dicessero qualcosa, erano troppo impegnative per lei. Gridava o piangeva nei momenti più sbagliati, e più di una volta dovette inventarsi un’uscita per ricomporsi. Più spesso, però, era la loro irrilevanza a colpirla; non sopportava più – e quel che peggio, non capiva più – ciò che passava per sofferenza nella società borghese occidentale. Così la commedia era diventata la sua maschera preferita, attraverso la quale aveva visto scorrere le settimane, tra Sheridan e Priestley e il più recente genio contemporaneo, la cui opera era definita nel programma un soufflé scintillante di pungente umorismo”

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pubblicato da a.amerio nella rubrica libri il 21 luglio 2016