A cuore aperto

Antonio Moresco



Quest’ultimo anno è stato per me intenso e cruciale: un libro inaspettato scritto di getto, partecipazione anche in veste di attore a un film tratto dalla Lucina (che ora si trova presso un produttore francese in attesa di iniziare la sua strada), trasferte legate all’accoglienza dei miei libri all’estero, partecipazione al più noto premio letterario italiano con espulsione del corpo estraneo, su cui ho già detto liberamente quello che penso e su cui non vale la pena di ritornare, un lungo cammino sotto il sole e la pioggia nelle zone ancora ferite dei Balcani, ecc…
Ora, in questo breve momento di sosta, sento il bisogno di fare il punto sulla mia situazione e di condividere queste mie riflessioni con chi mi è stato vicino e ha mostrato comprensione di quanto ho messo al mondo attraverso la letteratura, per avere una bussola, un sentiero segnato da fuochi nel buio. Senza curarmi di prestare il fianco a questo o a quest’altro, come sempre succede quando si rompono le pareti e gli specchi, quando non si sta comodamente rintanati in uno spazio separato e asservito.

Prima di tutto desidero chiarire questo:
Negli ultimi tempi ho espresso più volte il desiderio di scomparire, di smettere di scrivere o perlomeno di pubblicare. Ho detto e scritto ciò che pensavo e sentivo, senza calcoli, con la mia solita stupidità e ingenuità, la stupidità e ingenuità di credere di poter condividere con altri il mio dramma di scrittore e di uomo in un Paese e in un mondo simili.
Questo mio desiderio è stato poi travolto da momenti incoercibili di ispirazione e visione. Come se il mio desiderio di morire come scrittore scatenasse nuove esplosioni creative, le quali a loro volta scatenassero ancora di più il mio bisogno di morire come scrittore, il quale a sua volta… Io mi trovo da tempo al centro di questa tremenda tensione e di questa frattura di faglia che sta alla base anche dei miei ultimi libri e che non so fino a quando riuscirò a sostenere.
Ma, a questo punto, è successa una cosa rivelatrice. Infatti, mentre c’è stato chi ha mostrato sollievo di fronte all’inaspettata uscita del mio ultimo libro, ce ne sono stati altri che invece, con acribia notarile, mi hanno accusato di incongruenza rinfacciandomi le precedenti dichiarazioni, come se l’opera in sé e la sua diversità e portata non giustificassero da sé la propria esistenza e non spostassero di un millimetro il loro teorema giornalistico astratto. Il loro sarcasmo e la loro frustrazione hanno svelato, tra le altre cose, la natura strumentale e autopromozionale delle loro precedenti lodi alla mia opera di scrittore e il loro desiderio segreto: quello che io mi tolga finalmente dai piedi, come se la presenza di uno scrittore portasse nel mondo diminuzione e non moltiplicazione e costellazione, come se fosse la mia presenza a diminuire la loro statura.
Io non possiedo una sapienza salomonica e quello che ho detto e scritto non era un astuto tranello, una trappola. Però è successo che questa mia ingenuità mi ha permesso di vedere ancora meglio come stanno veramente le cose nel piccolo mondo intossicato della cultura italiana e cosa mi posso aspettare da chi ne calca le scene.
Non è la prima volta che mi succede e temo che non sarà l’ultima. Io non so spiegarmi il perché di questo, ma tutta la mia difficile vita di scrittore è costellata da cocenti delusioni personali e ferite, tanto che a volte mi sembra di navigare su un mare pieno di carcasse affondate.

Ma adesso veniamo a quello che mi sta davanti:
“Che cosa mi aspetta?” mi domando “Che cosa farò? Che cosa sarò?”
Non lo so, non l’ho mai saputo. Io capisco solo che sono da tempo campo di battaglia di forze che mi sovrastano, che stanno crescendo in me spinte che chiedono di affiorare, che la mia radice di scrittore è troppo forte per poter essere estirpata, persino se sono io stesso a volerlo fare.
Perciò mettetevi il cuore in pace, non mi toglierò dai piedi. Ma non aspettatevi di vedermi andare - come molti scrittori nell’ultima fase della loro vita - verso una comoda e rassicurante rarefazione manieristica e concettuale e un grande e tardo mestiere che non pongono problemi di accettazione e riconoscimento nel vacuo, cadaverico e orribile mondo che in questi anni ruota attorno a quella cosa che hanno chiamato letteratura. Perché io per avanzare ho bisogno, sempre, di strappare, di rischiare grosso, a livello fisico e spirituale, di rischiare di perdermi, perché sono stato preso, ripreso, non dalla decantazione puramente formale e dall’arte della confezione ma dal demone del romanzo. Brucerò, anche a costo di bruciare me stesso, correrò dei rischi, come ho sempre fatto, mi lancerò in nuovi azzardi, sperimenterò, mi sporcherò, mi abbasserò, mi innalzerò. Come certi pittori e musicisti del passato che, dopo avere messo al mondo il grosso della loro opera, si sono abbandonati a una superiore intimità attraverso dipinti di inconcepibile intensità e libertà o con composizioni estreme cosiddette “da camera”.
Ecco, è solo così che riesco a immaginare il mio ultimo pezzo di strada.

Quello che, a questo punto, mi resta da fare è prima di tutto adoperarmi per la pubblicazione finalmente unitaria della mia opera principale, del serrato e verticale libro della mia vita, uscito nell’arco di trent’anni in tre volumi intitolati Gli esordi, Canti del caos e Gli increati, il cui titolo complessivo non sarà più - come pensavo fino a poco tempo fa - L’increato ma Giochi dell’eternità.
Poi vorrei completare, attraverso due altri romanzi, la parabola narrativa e le avventure di D’Arco, il mio disperato bestione dagli occhi bianchi. Il primo di questi due nuovi romanzi si intitolerà L’amore, il secondo Le città di confine.
Poi vorrei pubblicare due significativi e grandi volumi. Il primo che raccoglierà il meglio dei miei scritti “saggistici”, o dei miei corpo a corpo con scrittori e opere del passato. Il secondo che raccoglierà diversi inediti narrativi misteriosamente scampati alle due grandi distruzioni di manoscritti dei vent’anni e dei quarant’anni e poi ritrovati, che in alcuni casi mi sono portato dietro senza saperlo per cinquant’anni. Il primo di questi due volumi si intitolerà L’adorazione e la lotta, il secondo Stelle in gola.

Quanto al resto, se non potrò strappare la mia radice di scrittore, cercherò almeno, dopo avere onorato gli impegni già assunti, di scomparire il più possibile come uomo.

Ringrazio tutti quelli che mi sono stati vicini e che anche negli ultimi tempi mi hanno fatto arrivare la loro solidarietà e il loro amore. Ringrazio le persone libere e coraggiose che ancora ci sono nel piccolo e misero mondo della cultura italiana e che mi sono state di inestimabile aiuto nella mia vita di scrittore fuori posto e nella mia battaglia. Io ho anche questo grande privilegio e questo grande tesoro, che pochi scrittori hanno: che non ho contro di me solo il coro dei cadaveri e degli arresi, ma che ho anche con me la vicinanza di persone inarrese, tutta una leva di nuovi lettori pensatori che si stanno formando sotto terra -come io mi sono formato sotto terra come scrittore- che stanno cominciando a far sentire la loro libera voce e che mi fanno sentire un po’ meno solo.

Mi è venuta l’idea e ho buttato giù la brutta copia di questa lettera aperta ad amici e lettori mentre mi trovavo in una capanna di legno in una località della Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina, seduto su un vecchio materasso sudicio e sbudellato, in un momento di solitudine, in mezzo a un bosco.








pubblicato da a.moresco nella rubrica dal vivo il 13 luglio 2016