I solitari

Alessandro Fusacchia



Ho vissuto in progress I solitari. Ho visto perfezionarsi la sua architettura, precisarsi la psicologia dei personaggi, divenire sempre più fluido l’intreccio delle storie che si snodano in parallelo. Un privilegio per il quale sono grato all’autore di questo romanzo fuori del comune. Un romanzo che sa scendere nell’intimo e guardare alla Storia per pensare il contemporaneo. Un romanzo dove avverti, a ogni pagina, che chi scrive si sta giocando qualcosa che riguarda il suo presente e le sue scelte di uomo, qualcosa di cruciale. I solitari ha avuto una lunga gestazione. Finalmente è uscito. Grazie al cielo, anche perché l’autore, ne sono convinto, avrebbe continuato a ritoccarlo e torturarlo e trasformarlo all’infinito e, del resto, non può essere altrimenti quando le urgenze della vita sono la dinamo della scrittura. Ecco qui, in anteprima, il prologo del romanzo. (JC)

Il braccio destro di Massimo Brutti è teso in avanti, orizzontale e nudo come un ramo secco.
Sta in piedi immobile, al centro di una radura circondata da faggi e cerri che il sole penetra in obliquo prima di scaldare a terra le foglie marce cadute in autunno.
Massimo sta con la schiena dritta e l’aria trattenuta nei polmoni. Guarda i peli del suo avambraccio leggermente scomposti dal poco vento estivo. Poi allunga lo sguardo sulla superficie della mano, sulle nocche magre, sulle dita che come zampe di un ragno tengono sospesa in aria la boccia rossa. Novecento pesantissimi grammi di bachelite.
Pochi metri più avanti giacciono sul prato un’altra boccia rossa, due bocce gialle, il boccino. Visti dal cielo non formano nessuna figura geometrica nota. Il boccino e una delle bocce gialle sono a quaranta centimetri l’uno dall’altra. Le altre sono ancora più lontane. Massimo è l’ultimo dei quattro a tirare.
Luigi Fontana è a meno di tre metri da lui.
Sta accovacciato. Osserva il boccino e aspetta il lancio della boccia rossa. Ha una barba rada incolta da più giorni.
Sa che Massimo sta ripassando i movimenti meccanici che dovrà fare, il leggero piegamento delle gambe, la concessione del braccio alla gravitazione, la rotazione del polso, l’apertura della mano. Sa che Massimo si sta prefigurando il moto aereo della boccia e il punto di caduta. Ognuno a modo suo, sono entrambi concentrati sull’anatomia di quell’istante.
Lorenzo Costantino, invece, è più distante.
Laterale, qualche metro alle spalle di Luigi, in una posizione più da spettatore. Sta allungato su uno sdraio da mare a righe larghe gialle e blu. Ha occhiali da sole, il torso nudo, la pelle bruciata sulle spalle, un paio di pantaloncini corti, i piedi scalzi. Assomiglia a un pirata. Pare anche lui attento a seguire la partita, ma in realtà ha seguito solo il lancio della prima boccia gialla; poi ha poggiato la testa contro la tela e si è appisolato.
Di fianco al suo c’è un secondo sdraio. Vuoto. Troppo piccolo per Obelix, che appena oltre sta schiacciando coi suoi centoventi chili un morbido asciugamano allargato sul prato.
Piegato di lato, con le gambe a forbice e un braccio a L contro il terreno, Obelix ha trovato una posizione buona per riuscire ad osservare sia Massimo sia il boccino muovendo solo i bulbi oculari.
A pochi centimetri dal bordo dell’asciugamano c’è una margherita solitaria. Obelix vorrebbe prenderla, strapparle dolcemente i petali uno ad uno fino a lasciare sul pistillo solo l’ultimo, per poi fotografarla spelacchiata e caricarla come sfondo del suo cellulare. Ma ha trovato una posizione troppo esatta, e così anche lui rimane fermo in attesa della parabola che Massimo sta per far compiere alla boccia rossa.
Anche altri due giovani uomini aspettano.
In piedi, di fronte a Lorenzo e Obelix, all’estremità opposta della linea perpendicolare a quella che separa Massimo dalle bocce sul prato.
Sono gli avversari; sono la coppia delle bocce gialle. Parlottano, studiano il tiro successivo.
Massimo lancia la sua boccia rossa. Ma senza alcuna concentrazione e dopo un movimento scomposto del braccio. Il polso non gira bene, la presa molla troppo presto, la boccia vola bassa, finisce in terra, non rotola come dovrebbe, si ferma a più di due metri dal boccino.
Massimo chiude leggermente gli occhi, tutto è buio per un istante. Quando li riapre non sta pensando a niente, si piega solo a raccogliere l’altra boccia rossa per il suo secondo lancio. Si dice che non deve necessariamente fare bene; ma che deve almeno riuscire a fare meglio della prima volta.
Torna con il busto dritto, ma tiene il capo chino e lo sguardo basso. Stringe la sfera in mano all’altezza della coscia, è pronto ad alzare il braccio nuovamente.
In quel momento la terra trema.
Per un istante pensa che sia lui; pensa ad una temporanea perdita di equilibrio. Ma la terra sta tremando per davvero.
Alza gli occhi e vede che anche Lorenzo si è mosso di soprassalto. Adesso è seduto a cavalcioni dello sdraio, ha gli occhiali da sole tirati sui capelli. Di fianco a lui, Obelix sta faticando per mettersi seduto sull’asciugamano; pure lui guarda in direzione del trambusto.
L’elefante avanza correndo, è a meno di trecento metri.
La proboscide oscilla appena. Le orecchie sembrano due enormi ali di farfalla attaccate ai lati di un masso tozzo. Ad ogni passo, faticosamente, le zampe riescono appena a sollevarsi da terra.
Sono tutti immobili e col fiato sospeso. Non scappano, non si dileguano.
A cinquanta metri l’elefante interrompe il galoppo e prende ad avanzare lento. Si avvicina al boccino, lo annusa ripetutamente, poi passa la proboscide come un metal detector sopra le altre bocce.
Fa due passi ed è sopra la boccia rossa appena lanciata da Massimo.
Sta in terra come una mela ammaccata. L’elefante la annusa. La proboscide si alza, si riabbassa. Lo stesso movimento si ripete più volte, fino a quando cede alla tentazione.
La tocca, la fa lievemente ruzzolare. La ritocca con meno indecisione, aspira, la boccia aderisce contro la carne rosa.
L’elefante solleva la proboscide in alto e la boccia finisce a tre metri da terra, come una mezzaluna rossa che contrasta contro il celeste del cielo.
Con un passo di lato l’elefante è di nuovo sopra alle altre bocce, con le zampe divaricate come due colonne storte.
La proboscide scende di nuovo fino a mezzo metro dal terreno. La boccia rossa cade in verticale, rimbalza stanca, finisce vicinissima al boccino.
L’elefante annusa l’aria.
Poi sventola le orecchie, si gira, si allontana lentamente.

Informazioni sul romanzo e Alessandro Fusacchia le trovi qui.








pubblicato da j.costantino nella rubrica libri il 10 luglio 2016