Lo Straniero chiuderà

Tiziano Scarpa



A fine anno la rivista “Lo Straniero” chiuderà. Ne dà notizia Goffredo Fofi in questo editoriale.
Onore e gratitudine a lui, che l’ha inventata e fatta vivere per vent’anni con infaticabile dedizione. Dissenso e obiezioni alla sua ossessione nel vedere narcisismo e megalomania dappertutto.


Caro Goffredo,
mi spiace che Lo Straniero chiuda, e ti ringrazio per tutto quello che hai dato con questa rivista e non solo. Sono sicuro che riprenderai presto con qualcosa di altrettanto fresco e motivato.

Anch’io in questi anni mi sono trovato a chiedermi, come te, se valga la pena darsi da fare con mille iniziative, in rete, su carta, dal vivo: «Il gioco – scrivi – non vale la candela, e alla fine ci si stanca della fatica di realizzare un prodotto decoroso e soprattutto utile». Ti capisco.

Ti scrivo anche per dirti che non sono d’accordo con la tua visione degli esseri umani, che in questo tuo editoriale di congedo si conferma con nitidezza.

«Senza megalomanie e narcisismi», scrivi a proposito dei principi che hanno guidato Lo Straniero e dei comportamenti che detesti negli altri. Ma non si possono valutare il mondo e le persone con l’unica misura della megalomania e del narcisismo, ed esaurire tutto con queste categorie.

Lo stesso potremmo fare noi lettori nei tuoi confronti: sei così iperattivo, Goffredo, perché sei un megalomane narciso? Applicando le tue premesse si direbbe di sì. Dal tuo attivismo incontenibile, che da più di cinquant’anni giudica sistematicamente tutto il cinema, tutto il teatro, tutta la letteratura italiana e straniera, tutti i fumetti, tutta la politica, se ne potrebbe ricavare ingenerosamente che hai una qualche tendenza alla megalomania e al narcisismo anche tu, non facendoti alcuna remora a promuovere o condannare qualsiasi cosa spunti sotto il cielo, sulla base della tua autorità assertiva.

Giacomo Leopardi, dai Pensieri:
«Il primo fondamento dell’essere apparecchiato in giuste occasioni a spendersi, è il molto apprezzarsi».
Anche tu, giustamente, hai dovuto molto apprezzarti, per esserti speso così tanto. E per fortuna l’hai fatto.

Qual è il motore del tuo io, Goffredo? Che tipo di carburante consuma, per essere così infaticabile? Di quali gratificazioni, di quali impulsi ha bisogno per andare avanti? Sarebbe interessante saperlo? Forse. Ma non stravolgerebbe il significato né cambierebbe il valore di ciò che hai prodotto in tutti questi anni.

Però non mi è chiaro perché quello degli altri, che si spendono anche loro con una ragguardevole mole di volontariato, dovrebbe essere sempre tacciato di narcisismo, mentre il tuo no. È inaccettabile il tuo giudizio sui blog, che, bene o male, sono le riviste della nostra epoca. Solo Lo Straniero, in questi anni, si salva ai tuoi occhi. Tutto il resto per te è «narcisismo, (le eccezioni sono rare e fragili)».

Se questo è il tuo giudizio, be’, certo, spingi a pensare anche me che «il gioco non vale la candela, e alla fine ci si stanca della fatica di realizzare un prodotto decoroso e soprattutto utile». Se nemmeno Goffredo Fofi, che avrebbe tutte le antenne e l’onestà intellettuale, apprezza la qualità e la quantità di energie e risultati messi in circolo dalle ultime due generazioni di intellettuali, scrittrici e scrittori attivi in rete – e non solo in rete: nelle riviste cartacee, nelle collane di libri, nelle iniziative dal vivo – allora è meglio lasciar perdere.

E comunque, non so tu, ma io in questi vent’anni ho incontrato una quantità di individui e gruppi che fanno di tutto per mantenere in salute quella cosa che genericamente si chiama cultura, e nella pratica è un tessuto vivente fatto di persone, di istituzioni, di relazioni e presìdi spontanei: librerie, biblioteche, scuole, scrittura e studio, solitari o associati. Questo riguarda anche la tanto vituperata categoria dei letterati: ne vogliamo parlare? In quale altra professione trovi persone adulte e affermate, che regalano normalmente ore e giorni del loro tempo qualificato? Prova ad andare da un architetto, un avvocato, un commercialista a chiedere che ti donino giorni, settimane, mesi all’anno del loro lavoro, come fanno autori e critici che, per esempio, leggono manoscritti, leggono libri in giurie grandi e piccole senza compenso, vanno nelle scuole a tenere lezioni non pagate, recensiscono e presentano gratis libri altrui, organizzano incontri e convegni, eccetera. Quanto durerà questo lusso? Sì, perché in Italia è un lusso, è un’attività che non produce reddito. Gli intellettuali italiani sono sempre più precari e immiseriti, e moltissime iniziative culturali – almeno quelle che non siano di puro intrattenimento monetizzabile – si fondano in gran parte sul loro volontariato. Perciò è abbastanza sconsolante che queste figure vengano pure sbeffeggiate, o provochino disgusto in persone perfettamente al corrente della situazione come te.

Leopardi, che aveva tutt’altra visione dell’umano, diceva che senza un minimo di amor proprio non si fanno cose grandi.

Ridurre tutto a narcisismo e megalomania è una mossa piccina e sleale: si può pur sempre dire che fossero megalomani e narcisi anche i grandi artisti, e perfino i cosiddetti benefattori dell’umanità (perdona l’espressione bolsa). Chi li giudica così si conferisce da sé una superiorità morale. Ma sulla base di cosa? Con quale presunzione di immunità? «La pornografia è l’erotismo degli altri» (Robbe-Grillet). Il narcisismo è l’impegno degli altri.

Batto su questo punto perché l’insistenza sul narcisismo è stato il tuo Leitmotiv interpretativo, e il principale fondamento antropologico-culturale della tua lettura della società in questi decenni.

Può darsi che le persone che si esprimono nell’arte, nella cultura, nei vari ambiti di interazione pubblica, siano inguaribili narcisi (io piuttosto li chiamerei esibizionisti – come ho cercato di argomentare in alcuni miei saggi – che è tutt’altra cosa; ma va bene, nello scriverti questa letterina accetto la tua dicitura preferita, “narcisismo”); io, però, come lettore, e nella vita, ho bisogno del narcisismo altrui: per me l’ego degli altri, anche quando è narcisistico, è alterità, è apertura di una finestra sul diverso da me.

Non accettarlo significa disprezzare l’arte e l’umanità, in nome di qualche robotica, inesistente e direi anche abbastanza mostruosa perfezione oblativa, una santità senza “io”. Ma l’“io”, con tutte le sue pecche, è l’inevitabile condizione in cui gli esseri umani sono immersi. È da quella postazione, è con quello strumento che conoscono il mondo. Per fortuna gli altri mi porgono il mondo attraverso il loro io, grazie al loro umanissimamente narcisistico io.

Anche gli insospettabili, con le motivazioni politicamente più limpide, a volte hanno una pulsione di autoaffermazione: ma a me non importa poi tanto se uno le cose le fa per avere successo o fare carriera: a me interessa che dia azioni e opere potenti; o anche solo “prodotti”, purché siano di qualità.

Lo dissi anche in faccia a un’ottima poetessa, come lo sto dicendo in faccia a te (e non dietro le spalle, come vedi), dopo averle sentito ripetere, in pubblico, la solita nenia perbenistica sulla necessità di tenere a freno l’io, di non parlare di sé stessi, eccetera: «Ma tu per me sei un “tu” – le dissi – non sei “io”; a me serve che tu parli di te, così ti conosco, conosco il mondo attraverso di te, conosco un essere umano di un altro sesso, di un’altra generazione, di tutt’altra mentalità rispetto alla mia: che tu lo faccia perché sei stata ispirata dagli angeli immacolati o per metterti in mostra o per avere successo come poetessa o perché ti compiaci del modo in cui lo fai, mi importa poco; è più importante ciò che ne ricavo».

Quanto narcisista era Van Gogh? E Rembrandt e Caravaggio che, oltre ad autoritrarsi, hanno messo sé stessi al posto di personaggi biblici? Senza narcisismo e megalomania non avremmo avuto i lirici greci e Catullo e tutti i loro eredi, e la maggioranza di artisti, scrittori e scrittrici. Avremmo avuto solo una cultura di Stato, un’arte e una poesia di “comunità” (però fatte unicamente dalla parte vincente e egemone della collettività).

Non si può rimproverare alle piante di funzionare grazie all’anidride carbonica perché vorremmo un mondo in cui esistesse soltanto l’ossigeno.

Come tuo lettore mi sono un po’ logorato a constatare che continua a essere questa la tua impostazione di fondo. Ogni volta che prendi la parola, da te arriva puntuale la batosta che mortifica tutto e tutti, ad alzo zero.

Dici che «non sono sufficienti i nuovi lettori, forse per il motivo, bene individuato da un nostro scrittore molti anni fa, che “i giovani che scrivono si fanno una cultura leggendo i propri articoli”, ed è anche per questo che la risonanza delle nostre posizioni è minima, e incide ben poco sull’andamento della società e della cultura italiane». La tua analisi e il tuo onesto rammarico secondo me non tengono conto del fatto che tutto è cambiato: i tempi di una rivista cartacea non sono più in grado di tener dietro all’accelerazione generale. Altri media – che peraltro frequenti tu stesso – permettono una tempestività che è necessaria se si vuole tenere testa agli avversari e immettere punti di vista non conformi: e infatti anche tu nel corso dei decenni hai cercato giustamente luoghi e mezzi amplificanti in cui prendere la parola, riviste e magazine mainstream, siti cool. Se veramente si vuole andare in guerra, non si può partire armati di stuzzicadenti. Sai meglio di me che poi ti troverai di fronte i mezzi corazzati dei media finanziati, organizzati professionalmente, megapubblicizzati e turbodiffusi. Non è anche così che Berlusconi a suo tempo fece man bassa? Valorizzò e pagò decentemente intellettuali e artisti che facevano la fame, esausti di sprecare la vita in circuiti residuali e ineffettuali.

Come insegnano tanti casi, purtroppo non basta essere indipendenti. Bisognerebbe anche essere ben equipaggiati, in proporzione alle forze che si vogliono contrastare. Ma occorrerebbe prima assicurarsi i mezzi di produzione, e dunque cambiare mestiere, occuparsi di tutt’altro, trasformarsi in imprenditori, o fare la rivoluzione. A parte il fatto che bisogna esserne capaci, forse un’esistenza non basta. (Scusami, Goffredo, se ho scritto queste cose: so bene che le sai molto meglio di me, ma sono riflessioni che faccio più che altro per me stesso, a voce alta, perché mi hanno molto colpito le tue parole amarissime: «la risonanza delle nostre posizioni è minima, e incide ben poco sull’andamento della società e della cultura italiane [...] questo non è un problema solo nostro, ma di tutta una società, dove si consumano tante idee mentre le azioni sono poche». Non sono affermazioni che lascino indifferenti, soprattutto se fatte da uno studioso, intellettuale e attivista come te che ha dedicato senza riserve tutta la sua vita a diffondere idee di sprone e cambiamento; e che, non bisogna mai dimenticarlo, ha cominciato questa lunga strada con il soccorso agli ultimi della società, i bambini e i disperati).

Come hai fatto tu da giovane, anche i ventenni e trentenni di oggi hanno voglia di intervenire giudicando personalmente questo mondo. Perché non dovrebbero farlo? Perché non dovrebbero provare anche loro la spavalderia, l’ebbrezza, il compiacimento delle prime volte in cui ci si fa sentire? È comprensibile che cavalchino più volentieri la tempestività e i luoghi mediali caldi di quest’epoca, e meno quelli che appartengono a forme irrimediabilmente inattuali. Ne abbiamo preso atto anche noi del Primo amore, quando abbiamo deciso di chiudere la rivista cartacea, che aveva troppe difficoltà di produzione, di tempistica, di diffusione, e abbiamo proseguito la nostra guerra asimmetrica concentrando le nostre energie sul sito, la piccola collana di libri e l’organizzazione di cammini.

Ho notato che negli ultimi tempi torni a citarla, quella frase: «i giovani che scrivono si fanno una cultura leggendo i propri articoli». Se capisco bene, ti amareggia il fatto che i giovani intellettuali, studiosi, autori e autrici non abbiano interagito abbastanza con la tua rivista leggendola, commentandola, facendola propria. Certo, non è confortante.

A me però risulta che le parole dell’originale fossero diverse, e che Ennio Flaiano dicesse tutt’altro. Diceva che i giovani critici si ritrovavano a studiare per la prima volta ciò di cui dovevano scrivere nelle loro recensioni teatrali. Non ho qui con me Lo spettatore addormentato, il bellissimo libro in cui avevo letto la frase corretta, ma in un’intervista di qualche decennio dopo, Flaiano la citò e la spiegò chiaramente. Trascrivo la risposta che diede a Gianni Rosati, sulla rivista “Il Mondo”, 14 aprile 1972 (i corsivi sono miei):

«Mario Pannunzio e Leo Longanesi ebbero un’importanza decisiva perché mi fornirono i mezzi per mettermi a scrivere. Aggiungerò, di cose di cui non sapevo assolutamente niente. Ma l’unica protesta contro il fascismo era quella di non parlare mai delle cose ma sempre di altre cose. Il critico cinematografico era uno che non capiva niente di cinema ma andava al cinema e faceva il pezzo di cinema parlando d’altro. Era l’unico modo di protestare contro il fascismo. In questo modo io mi occupai di teatro. Nacque la frase: “Questi giovani si fanno una cultura sui propri articoli”. Infatti dovendoli pur scrivere finivamo per imparare qualcosa sulla materia che trattavamo

È chiaro che cosa intendesse Flaiano: essendo quei critici assai giovani, non potevano avere già letto tutto né sapere tutto, e dunque, trovandosi a dover recensire, che so, uno spettacolo di Ibsen o Schnitzler, sfruttavano l’occasione studiandoli da zero o andando a vedere i loro testi in scena per la prima volta. Ed ecco che, a forza di procedere in questo modo, un giovane critico si ritrovava a “farsi una cultura” scrivendo recensioni. La tua distorsione della sua frase, in cui arrivi a immaginare un’attualità popolata di ossessivi autistici che si compiacciono di leggere solo i propri scritti effimeri, indica che citi l’autorità delle generazioni passate per irridere le presenti e vive, imputandogli di praticare il loro “narcisismo” altrove. Nel frattempo altri, più scaltri o meno moralisti, più comprensivi o meno intransigenti, l’hanno chiamato con altri nomi e lo hanno fatto fruttificare diversamente.

Ti abbraccio da lontano








pubblicato da t.scarpa nella rubrica qualità quantità il 8 luglio 2016