Trilogia della guerra, #1 - Necrologio

Danilo Soscia







Nonna ci raccontava sempre una storia marocchina. Per farci paura, ridurci in piccoli schiavi. Non era mai stata in Marocco, né in altre parti del mondo, eppure ne conosceva le storie cattive. Nonna non aveva viaggiato ma era stata infermiera volontaria durante l’ultima guerra, e forse fu in quella luminosa circostanza della sua giovinezza che ebbe l’occasione di entrare in contatto con uomini e donne provenienti da ogni parte del pianeta terra.
Sapevamo molto poco di lei, e sulle ossa dei suoi confusi ricordi avevamo edificato una parabola eroica. Nonna infermiera di guerra che dona conforto ai soldati feriti, una parola di amicizia o di eterno commiato, una carezza infreddolita e sporca per sollevare quel che restava dei desideri di un morto. Durante l’occupazione nonna era stata un feroce perno del contrabbando, mercante d’armi, mercenaria, prostituta, ma anche informatrice delle brigate resistenti alle quali passava denaro, delazioni e condanne a morte, arbitro oscuro di convenienze insondabili. E così nel circuito di queste vite fasulle, distillate da noi adolescenti a seconda della smania del momento, avevamo scritto il romanzo di una vecchia che forse era stata sempre e solo vecchia. Ci spiegavamo in questo modo la conoscenza enciclopedica di quelle favole nere con cui riportava ordine nel nostro infantile disordine.
Tra le scarse testimonianze della sua vita, nonna si vantava con un certo orgoglio di aver tenuto in cura un soldato marocchino, un goumier che aveva preso parte all’attraversamento suicida dei Monti Aurunci. Questo giovane aveva combattuto a Cassino, e nei dintorni dell’Abbazia benedettina polverizzata durante i bombardamenti aveva seminato piccole e grandi parti del suo corpo. Due falangi della mano sinistra. Il padiglione auricolare destro. Buona parte del deltoide destro. Gamba sinistra amputata numerosi centimetri sopra il ginocchio, e poi lenta ma costante ripresa, grazie anche alle cure della nostra infermiera volontaria. E così mentre i goumier sventravano la Valle del Liri e gli Alleati perseguivano a smantellare la Linea Gustav, il soldato aveva insegnato alla nonna una favola narrata a Settat, la città in cui diceva di essere nato. La stessa che nonna ci ha raccontato tutta la vita per seminare terrore nelle nostre certezze.
In generale nonna manifestava un’insaziabile nostalgia dell’ultima guerra. Instillava in noi il sentimento di un simile vuoto inveendo contro le nostre vite pacifiche, esangui. La sua collera era intensa e ci coinvolgeva, tanto che ci ritrovammo a desiderare l’esplosione improvvisa di un conflitto. Arrivammo a trovare bello il pensiero delle macerie, della fame, della perpetua fuga dalla morte, del guadagno coatto delle nostre vite. Eravamo esaltati dalla deroga perpetua della pietà che una guerra avrebbe condotto con sé, asserendo in pubblico di voler essere predatori e pregando in segreto di avere la fortuna di essere prede. Nonna ci aveva convinto che la guerra fosse un motore di storie impareggiabile, e lei ne era l’incarnazione suprema.
Da più di mezzo secolo viveva nella bolla di un insostenibile paradosso. Il mondo, l’intero mondo, era sprofondato in una condizione di guerra perpetua, ma non il suo, non il suo paese, non la sua casa. In verità, sarebbero state sufficienti poche ore di volo per vivere accanto a uno dei tanti fronti esplosi. Essere in pace, nel cuore malato della pace, significava non contare più, essere feccia, diceva. Gli invasori non si calavano su di noi perché non c’era niente da invadere, da stuprare. La nostra mediocrità ripugnava anche agli assassini. Negli anni dell’infanzia, sopra i tetti sotto cui eravamo costretti a vivere, il traffico aereo prese a intensificarsi. La civiltà augusta del turismo aveva trasfuso nei nostri cuori il battito tremebondo che fa il cielo quando viene dilaniato. Nonna ne era entusiasta. Era come l’annuncio che qualcosa stesse mutando nella direzione del disastro, e il suo umore migliorava.
La riconquistata felicità, il barlume della speranza si spensero presto, quando una mattina nonna smise di parlare e cadde, senza preavviso, in una catatonia dai rari sprazzi di vigilanza. Orfani dello sprone di una vecchia dal cuore avvelenato, ci occupavamo di lei, cercando di alleggerire la croce che pesava sulla sua vita. Lavarla, darle da mangiare, tenerle la mano mentre respirava forte.
Al suo funerale non venne nessuno, e la chiesa era una stanza offesa da troppa luce. Ti ricordi il funerale di nonna? Davanti al feretro aperto, davanti allo scandalo dei suoi capelli di fieno che pettinava al buio come una bambina, alla sua maschera di zucchero, ci ricordammo di quando nonna si lasciava guardare nuda. E noi dicevamo, Come sei bella nonna, com’è soda la tua carne, e grandi i tuoi occhi verdi, quanti anni hai adorata nonna? E i denti di nonna, ti ricordi i denti di nonna? Quando li affondava nella pelle morbida delle nostre cosce e noi ridevamo per il solletico, e lei si infuriava per le risate e ci ordinava di non pisciare per un giorno intero. Sembra passato un minuto, e sono trascorsi anni, e siamo diventati vecchi.
Se chiudo gli occhi, ricordo parola dopo parola la storia marocchina di nonna. Ce la siamo sussurrata all’orecchio per tutta la vita. Era una storia di Settat, ma tu non sai, non hai mai saputo dove Settat si trovasse. E quella volta che nonna ci chiamò alla finestra per indicarci un aereo in volo con il suo fare assente, noi la guardammo a bocca aperta, felici che il torpore della sua piccola morte fosse finalmente finito. E così la implorammo estatici, Nonna, raccontaci una storia. E nonna si lasciò cadere in strada, senza nemmeno fare rumore. Con gli occhi la seguimmo, e dal fondo del suo sangue sul cemento la vedemmo puntare il dito contro di noi.
Fu allora che tu cominciasti a raccontare, con la stessa voce di nonna, la terribile storia del marocchino venuto da Settat.






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Danilo Soscia è autore di Condomino. Storie per 36 interni (Manni). Studioso di letteratura, ha curato In Cina. Il Grand Tour degli italiani verso il Centro del Mondo 1904-1999 (Ets). Suoi brani e racconti sono comparsi su Atelier, Cadillac, Piazzaemezza, e soprattutto sulla rivista Squadernauti presso cui ha pubblicato numerosi brani tratti dai due inediti I topi e Atlante delle meraviglie, al quale Trilogia della guerra appartiene. Avevamo già ospitato un suo racconto qui.




In alto: Lucien Freud, The Painter’s Mother in Bed, 1983.








pubblicato da r.gerace nella rubrica racconti il 5 luglio 2016