Sergente Romano

Marco Cardetta e Silvana Farina



La casa editrice LiberAria ha da poco inaugurato una nuova collana, “Penne”, con il romanzo storico intitolato Sergente Romano dell’esordiente Marco Cardetta, vincitore del premio Vittorio Bodini - La luna dei borboni 2014. Si tratta di un lavoro coraggioso che ripercorre la storia del brigantaggio postunitario attraverso una lingua primitiva dove ogni balbettio, ogni contraddizione, ogni incertezza esprime la possibilità di una lingua. Sergente Romano fa sì che ogni crepa di questa lingua materna si trasformi in un luogo della memoria e la scrittura nel mezzo per rispondere di questo stesso luogo. Il sentimento etico che animava i nostri antenati riempie anche la lingua, testimone del legame con la propria terra natia, le cui parole sono magmatiche, argillose, rozze così come il dialetto di Romano e la sua forte potenza espressiva.
Ne parliamo qui di seguito con l’autore.

Come è nato questo progetto e da dove deriva il tuo interesse per il banditismo postunitario e la figura storica del Sergente Romano resa profondamente umana e grottesca?
I perché e i come sono sempre le domande più difficili a cui rispondere, anche perché i “perché” sono i “come” e i “come” sono i “perché”.
La risposta più facile è quella storica.
Un libro, di uno storico degli anni trenta che parla di Romano e del brigantaggio post-unitario. Libro comprato per caso, per curiosità, in una delle discese periodiche al Sud, nei ritorni a casa negli anni universitari e toscani.
E quel libro che giace per mesi e anni sulla scrivania. Finché qualcuno, mio fratello o qualcun altro, lo sfoglia per caso e dice: “Oh, guarda che interessante!” E allora lo prendi in mano, inizi a leggerlo. Non ti dice niente eppure periodicamente ti ritorna in mano. Finché l’interesse cresce.
Questo è un po’ tutto il movimento che connota questo libro, dello scrivente e degli scritti: l’impulso primigenio che va al di là della razionalità.
Nel frattempo le ricerche dello scrivente prendono sempre più percorsi “esotici”, il rifiuto della modernità segue con un doppio passo alla critica, che ormai non ha più senso, e il gioco è fatto.
In buona sostanza ho comprato un libro e mi sono trovato a scriverne uno. L’interesse storicamente nasce così. Ma il brigantaggio per me è solo un pretesto. Un epifenomeno e un mondo.
Dentro confluiscono tutte le mie ricerche epistemologiche, politiche e di filosofia del linguaggio. Il brigantaggio è un modo per ritornare alle origini, a casa. Alla casa del padre. All’ancien regime, al mondo contadino, alla terra, alla lingua madre.
E Romano, sì, grottesco e profondamente umano. Romano è dunque un ragionamento sull’individualità, sul carisma, sul comando, sulla gestione delle persone, dei gruppi sociali, sull’unitarietà dell’identità, sui circuiti linguistico-politici.

Come ti sei documentato e a quali fonti storiche (alcune inserite direttamente nel testo) hai avuto accesso?
La documentazione è stata della più varia. Archivio archivio archivio. Murgia murgia murgia. A piedi e in ogni modalità. E poi chiacchiere e aperitivi. Sogni, ricordi, mio nonno e il nonno di mio nonno. Vecchi nei sottani a giocare a carte. Bestemmie, parecchie. Amici antropologi. E di tutto e di più.
Alla fine la materia che ci metti dentro conta poco. Ciò che conta è il come. E la documentazione diventa inesauribile. Il lavoro su se stessi è molto più interessante.
Comunque, ritornando alla parte storica, la bibliografia è immensa e farraginosa. Oggi finalmente accademici di valore (l’accademia ha lungamente snobbato il tema) si sta occupando con competenza e con lavori parecchio interessanti dell’argomento. Fino ad ora siamo stati pieni (con poche eccezioni) di lavori di pensionati neoborbonici che facevano un salto casuale in archivio e poi scrivevano la cosa pubblicata per la casa editrice minuscola, che girava nelle riunioni neoborboniche con mantella e giglio al petto. Ma in quei lavori sono scritte cose anche giuste, senza però tecnica storica, senza citazione delle fonti. Dunque non sai mai quanto sono giuste o sbagliate. Ne ho lette fin troppe di quelle cose. Ma sono state comunque utili. Nella loro inutilità.
L’importante è saper tenere il controllo umorale della faccenda.

Uno degli aspetti più interessanti del testo riguarda proprio la lingua utilizzata. Tu stesso spieghi nella nota postuma che ci sono delle storture rispetto alle convenzioni ortografiche contemporanee. Come hanno affrontato l’editore e i tuoi lettori questa scelta?
I lettori parecchio bene. Non credo che sia una cosa difficile da leggere e le storture non portano a complicatezze o a difficoltà di lettura. Al contrario, ci sono altre cose, piuttosto nella ritmica, in una certa prosodia da cuntista, nell’oralità ricaduta, o il citare continuamente nomi, che fungono da refrain sonori, nomi nomi nomi, tipici dell’oralità omerica e non solo. Ma anche quello, i lettori delle più svariate provenienze, colti o meno, giovani e vecchi, alla seconda terza pagina sono già acclimatati.
Per quanto riguarda l’editore, nessun problema... anzi!
Semmai l’editore in fase finale, prima di stampare, ha espresso qualche preoccupazione, sostenendo che si doveva avvisare il lettore e metterlo in guardia. Da lì è nata la nota iniziale e quella postuma. Ma lì il problema non è l’editore, che anzi è estremamente aperto e illuminato. Quanto semmai del clima nel quale deve vivere e sopravvivere l’editore. Che è un clima di paura e ignorante. Di massa. Di alberi tagliati invano quotidianamente.
Si dovrebbe allora fare un ragionamento sugli ultimi venti-trenta anni di editoria in Italia. Di una lingua di plastica e borghese di cui parlavano già Pasolini e Calvino. O del fatto che editoria e libro sono due rette che s’incrociano in un punto ma non necessariamente coincidono. Di questo ha accennato il buon Luciano Funetta recentemente in un’intervista.
Il libro più venduto in UK l’anno scorso e sul quale The Guardian e New York Times hanno speso pagine e pagine (ma solo per parlarne come caso “editoriale”, appunto) è un libro di mandala e disegni da colorare per adulti, per casalinghe e manager stressati.
Io non c’entro nulla con quello. Non m’interessa vendere ossessivamente e a tutti i costi o essere in competizione con quella roba là. Se quella è l’editoria, e nei fatti lo è, ed è giusto che lo sia, io con l’editoria non c’entro proprio nulla.

«L’italiano? No, non lo conosco, non presentatemelo - straniero nella lingua natia sono». Parafrasando Pier Paolo Pasolini spieghi che la lingua la fanno i poeti e le lavandaie. Per te sembra importante “la materia”, il significato prima ancora che il significante. Quale eredità letteraria del passato hai sentito o senti di dover difendere nel presente panorama letterario italiano?
Sento di dover difendere un poco di onestà. In un mondo e in un panorama letterario nel quale nessuno ascolta più se stesso, il proprio cuore e ciò che davvero gli piace.
Non vedo un sincero donarsi. Quanto invece... ego ego ego. Fine a se stesso. E questo infogna ogni cosa.
Credo che si sia perso qualsiasi senso dello stare al mondo, del valore di ciò che si fa.
Non credo di star facendo nulla di straordinario e non sento di dover difendere nessuna eredità letteraria. Non ho eredità, sono un diseredato e orfano. E tutti i padri che ho, prima o poi li violento. Penso solo che se si fa una cosa bisogna farla per bene e onestamente, cercando di dare qualcosa agli altri e al mondo. Altrimenti aprire bocca solo per aggiungere rumore a rumore non ha molto senso.

Da questo testo è nato anche uno spettacolo teatrale: “Voci di Sbandati”. Recitando ad alta voce la tua opera restituisci alla parola il suo atto di nascita. La lettura è per te parte del testo?
La lettura-interpretazione di “Voci di sbandati” è un lavoro di ricerca sul significante sonoro e sull’oralità come vita: lo scritto che è ricaduta dell’orale muore ogni volta. In verità riscrivo lo spettacolo ogni sera. Lo deformo e lo sfascio. Soprattutto quando lo faccio davanti ai ragazzini.
Se canta e se balla, soprattutto se battono le mani: più viene brutto più è meglio.
Questo ha a che fare con la mia ricerca sulla semplicità della scrittura e sul ritornare a un dominio dell’evento, dell’oralità e a categorie di pensiero medievali (ne parlava già Omar Calabrese ed altri in modalità diverse già trenta e più anni fa).
L’oralità serve a riconnettersi a una dimensione della parola, del suono, della frase del ritmo, fuori da certi psicologismi, arzigogoli e complicatezze inutili del post-Joyce novecentesco.
Il novecento è legato tutto a una domanda, per me: cosa c’è dopo Joyce?
La risposta per me è semplice: dopo Joyce c’è Omero. Con un poco di Emilio Villa.
In “Voci di sbandati” interpreto diversi banditi post-unitari (briganti) che raccontano perché sono diventati briganti, mostrando tutta la multiformità del fenomeno (racconti più drammatici, più comici, di schiavismo, di lavoro minorile, grotteschi, di stupida burocrazia). Sono i perché dell’esistenza, che come detto prima si collegano ai “come”. L’intento è mostrare quanto sia ricca e multiforme l’esistenza (in questo caso nell’epifenomeno del brigantaggio).
Mi accompagna un musicista straordinario, Roberto Salahaddin Re David, che con la sua maestrìa mi restituisce un ambiente sonoro che è un film: rumoristica, musica concreta che diventa melodia, che diventa rumoristica. Lavoriamo sul suono, sulla musica, sulla mia voce come strumento tra gli altri strumenti, in una concezione orchestrale. Io non prevalgo in alcun modo e più andiamo avanti nel lavoro di ricerca e di evoluzione più faccio di tutto per sostituire alla mia voce uno strumento: la musica è protagonista e scrive meglio di qualsiasi scrittore.








pubblicato da s.baratto nella rubrica a voce il 30 giugno 2016