Brexit è un’offesa personale

Tiziano Scarpa



Tre anni fa ho camminato per milleduecento chilometri, da Mantova a Strasburgo. Insieme agli altri camminatori e camminatrici di Freccia d’Europa, ho incontrato anch’io il presidente del parlamento europeo Martin Schulz. Gli abbiamo dato un messaggio: ma al di là delle parole, gli abbiamo consegnato il cammino stesso, portandogli un milione di passi, messi in fila uno dopo l’altro per arrivare nel grande catino parlamentare dove confluiscono i bisogni e le delusioni di milioni di persone.

Per coincidenza, quel giorno a Strasburgo i parlamentari europei discutevano sulla stretta autoritaria in Ungheria, chiedendone conto al capo del governo ungherese, Viktor Orbán, che era presente in aula. C’ero anch’io fra il pubblico. Di solito non mi faccio illusioni, ma quel pomeriggio, ascoltando il dibattito, mi sono sentito fiero di appartenere a una comunità internazionale che vigila sulla libertà politica, e che in quell’occasione discuteva per controllare che uno dei suoi paesi membri rispettasse i diritti democratici.

Giovedì scorso quella fierezza è stata ferita. Vale la pena annotare gli stati d’animo che si vivono in momenti come questo. Sono giorni storici; come sempre dai media arrivano notizie astratte ed epocali, la Gran Bretagna ha votato per l’uscita dall’Unione Europea, è un colpo duro, e forse ha un senso descrivere come ci si sente, prima che tutto si lasci assorbire dall’abitudine e ognuno ritorni a badare ai fatti propri, come sempre.

Sono sincero, io mi sento personalmente offeso. Mi offende il senso di superiorità espresso dagli inglesi con questo referendum, il dispregio per un progetto comune, di cui la Gran Bretagna non ha mai voluto far parte pienamente e con convinzione, come invece hanno fatto molti altri stati d’Europa. Ho scritto volutamente “stati” e non “popoli”. Perché nell’accettazione da parte dello stato italiano di integrarsi nell’Unione Europea ci sono dentro anch’io, che delego il mio potere alle istituzioni, accettando il meccanismo della rappresentanza democratica.

È un meccanismo che, a livello individuale, rispecchia la cessione di sovranità da parte degli stati nazionali alla Comunità Europea. Il referendum britannico rompe alla base questa catena di deleghe, e nel farlo mette in questione anche me e tutti quei cittadini che, consapevolmente, delegano il loro potere personale alla rappresentanza democratica mediata.

In questo senso la notizia – astratta ed epocale – del referendum britannico mi tocca personalmente, al di là dei suoi contenuti sociali ed economici. Più che offendermi, mette in discussione la mia politica individuale e il modo in cui sono abituato a impostare il mio rapporto con la democrazia. Certo, lo sapevo già che il problema di queste mediazioni è che sono talmente stratificate, sovramediate, da produrre entità troppo lontane dagli ideali che le avevano fondate. Apposta ho fatto milleduecento chilometri a piedi fino al parlamento europeo, attraverso paesini, città, boschi, asfalto torrido, zone ricchissime, regioni depresse, scavalcando montagne e fiumi, incontrando associazioni e comunità locali, per arrivare a toccare fisicamente quella che in questi anni era diventata un’astrazione.

Piuttosto, mi sento offeso dall’orgoglio culturale che l’anglocrazia esprime nella nostra epoca. Dell’inglese ci serviamo tutti con profitto, perfino per capirci fra neolatini (che cosa c’è di linguisticamente più triste di sentire un italiano e uno spagnolo, o un francese e un italiano che si parlano in inglese?), e può darsi che anche questo contribuisca ad alimentare l’insopportabile senso di superiorità inglese. Il risultato del referendum è coerente con l’autarchia culturale britannica, e in generale con la sprezzatura anglofona verso il resto del mondo; sprezzatura che in Inghilterra, in quanto scaturigine dell’anglofonia, è più forte. Potendo consumare una produzione enorme di informazione, siti, comunicazione scientifica, film, televisione, libri, musica nella loro lingua, gli inglesi credono di poter fare a meno delle altre culture; infatti traducono e importano dalle lingue straniere in misura molto minore rispetto agli altri paesi europei. Alla fine, la parte più becera di me ieri si chiedeva se gli inglesi non si siano montati la testa per avere dato al mondo una manciata di canzoni indimenticabili: d’altronde, io stesso le porto incise dentro di me, indissolubilmente legate a stagioni struggenti ed euforiche della mia vita, e si vede che mi rode ammetterlo.

Gli europei continentali continuano a lucidare appassionatamente l’argenteria shakespeariana con traduzioni e messe in scena smaglianti e vive; accolgono con reverenza ogni vagito dell’ultimo saggista, storico, drammaturgo, filosofo, poeta, regista, gruppo musicale britannico. Non mi pare che questo atteggiamento sia mai stato reciproco.

Allo stesso tempo, ricordo quanto è stato fastidioso, in questi vent’anni, essere identificati, in quanto italiani, con la maggioranza politica al potere nel nostro paese. Immagino come debba sentirsi quella metà di cittadini britannici che non si riconoscono nell’esito del referendum e che, oltre a subirlo, saranno incolpevolmente confusi con la maggioranza di sprezzanti e autarchici inglesi antieuropei.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica il Sogno dell’Europa il 26 giugno 2016