Antigone a Scampia: da un mito fondativo, a un atto destituente.

Francesca Iodice



Lo so che non avrei dovuto postare questo articolo. E’ troppo personale, parla di un libro mio. Di un libro che ho scritto ormai quasi due anni fa e che oggi ancora resiste nelle librerie, nelle biblioteche e nelle università soprattutto che continuano a organizzare dibattiti, confronti e incontri sul mito di Antigone e sulla ricaduta che ha questa figura nella vita quotidiana di molti di noi.
Questo articolo di Francesca Iodice però mi è piaciuto tanto e ho deciso di pubblicarlo. Lei parte da una breve analisi della serie "Gomorra" scritta da Roberto Saviano, in particolare da una scena che è emblematica per quello che io racconto. E allora, eccolo qua.

S.G.

Antigone a Scampia: da un mito fondativo, a un atto destituente.

Questo intervento è stato pronunciato in occasione del seminario Antigone e le Antigoni organizzato dalla professoressa Elena Porciani, docente di Critica Letteraria e Letterature Comparate, presso il Dipartimento di Lettere e Beni Culturali SUN, e svoltosi dal 17 al 19 maggio 2016.

Se state seguendo la seconda stagione di Gomorra, ricorderete cosa fa Debora, la moglie di Ciro, nella prima puntata, quando viene convocata dalla polizia a testimoniare sulla sparatoria avvenuta nella scuola della piccola Maria Rita pochi giorni prima (ma nella stagione precedente). Debora dichiara il falso e in quel momento, per la prima volta, lei che era sempre stata una outsider della serie ne diventa la protagonista, seppur per una sola puntata, prima del suo tragico epilogo. Ma è un protagonismo femminile, il suo, che riesce a guadagnarsi scavalcando il confine tra legalità e illegalità. Perché per la prima volta davanti ai nostri occhi, Debora viola in maniera esplicita la legge dello Stato per difendere un membro della sua famiglia, come fa l’Antigone di Sofocle, benché il suo continuo dissidio interiore la allontani dalla fermezza della figlia di Edipo. D’altronde, Debora è un personaggio moderno: presenta un realismo, una tridimensionalità che una tragedia antica, per quanto scritta da un innovatore come Sofocle, non poteva ancora concepire. La storia di Debora è la storia di tante donne di Scampia, alcune delle quali sono confluite nel libro di cui sto per parlarvi. Assistere alla fine della moglie di un boss nella fiction e preparare questo intervento rileggendo un libro nato da storie reali di camorra mi ha fatto un certo effetto, perché ho fatto esperienza, tramite autori, racconti e media differenti, di una comune narrazione delle donne di Scampia e Secondigliano, vittime del cortocircuito tutto sofocleo tra legge di sangue e legge di Stato.

Scampia è una scatoletta di quattro chilometri quadrati, popolata da circa settantamila persone. Dopo la faida tra il clan Di Lauro e quello degli Scissionisti, tutti cominciarono a scuotere questa scatola e a sbatterla in prima pagina. C’è da dire che la cosa non ebbe solo risvolti negativi, dato che il punto probabilmente più basso raggiunto da Scampia segnò l’inizio di una nuova stagione, di cui furono protagonisti associazioni e movimenti coinvolti in progetti di rilancio culturale che poco alla volta si diffusero in tutto il quartiere. Ci si dedicò subito ai più piccoli, a formarli come individui, a integrarli in un contesto di legalità. Gli adulti furono presi in considerazione solo in un secondo momento; ma le donne continuavano a restare ai margini. Fu allora che Serena Gaudino, l’autrice di Antigone a Scampia, decise di rivolgersi solo a loro imitando un esperimento condotto nella Francia degli anni Trenta da Simone Weil, che aveva raccontato i miti greci ai lavoratori delle fonderie di una fabbrica metallurgica. Affinché la classe operaia diventasse più consapevole dei propri diritti e combattesse più strenuamente per la propria emancipazione.

Serena Gaudino riprende questa provocazione alla fine del 2008, con tre varianti significative.
1) Si rivolge alle sole donne, dando alla sua operazione una impostazione di genere.
2) Mentre Weil sceglie, per la sua operazione, Antigone ed Elettra, Gaudino decide di raccontare solo il mito di Antigone, a partire dal dramma di Sofocle.
3) Al racconto alterna l’ascolto.

Il suo progetto, infatti, è durato un anno intero, sviluppandosi in dodici incontri mensili in cui le partecipanti si sono prima limitate ad ascoltare, leggere e interpretare il mito, per poi cominciare a raccontare personalmente le loro storie, che sono diventate materiale narrativo per questo libro e per una performance teatrale dal titolo Antigone/metamorfosi di un mito.
Che cos’hanno in comune, o cosa sentono di avere in comune le donne di Scampia con il mito di Antigone ce lo dicono sotto forma di domande.

«Creonte era veramente un tiranno o solo un sovrano cge voleva far rispettare le leggi?»
«La sua legge era davvero così crudele?»
«O era solo troppo ostinato?»
«Chi erano i buoni e chi i cattivi?»
«Bisogna sempre lottare per difendere i propri diritti?»
«Una volta morti i genitori, un fratello è veramente unico e insostituibile?»
«Un fratello è la tua stessa carne?»
«Come un figlio o un marito?»
«Antigone era anche un po’ maschio?»
«E quanta voglia aveva di morire Antigone?»
«O era morta già quando era viva?»
«Allora saremmo tutti fuorilegge se facessimo prevalere la legge del sangue su quella dello Stato?»
«Hanno ragione le donne che difendono i figli, i mariti, i padri sempre?»
[...] «Dov’è la linea di rottura, al di là della quale sei fuorilegge, o, al di qua, una donna che difende i suoi diritti e il suo sangue?»

(Serena Gaudino, Antigone a Scampia, Il primo amore, Milano, 2014, p. 81.)

Vedendo in ogni biografia un pezzetto di tragedia, Gaudino decide di dare al suo libro una struttura a specchio, per cui ogni storia personale è affiancata al racconto di una parte della storia di Edipo e della sua discendenza – vicende tratte non solo dall’Antigone, ma anche dall’Edipo re e dall’Edipo a Colono. Intorno alle storie, che rappresentano il nucleo del libro, si sviluppano altre sezioni: un prologo e un epilogo (come se fossimo in una tragedia) dove la voce narrante è quella dell’autrice, che parlandoci della sua esperienza a Scampia e del tessuto socio-culturale del quartiere ci aiuta a decifrare ancora meglio le storie vissute dalle sue Antigoni.
C’è poi l’Alfabeto Scampia, in cui Gaudino sostituisce le lettere con 24 parole per suggerire nuove descrizioni di una periferia in lotta contro lo stereotipo.
Ora che vi ho brevemente illustrato la genesi del libro e i suoi temi principali, vorrei passare ai due aspetti che mi hanno colpita: il primo è la funzione del mito nel progetto di Antigone a Scampia; il secondo è il valore politico dell’atto linguistico compiuto dalle donne del quartiere attraverso il racconto.
Partiamo dal mito, perché l’Antigone di Sofocle è una tragedia, ma quella tragedia si rifà a un mito. Avvicinarsi al mito da un punto di vista scientifico significa fare subito i conti con la difficoltà apparentemente insormontabile della sua definizione. Dal dopoguerra in poi, al di fuori del discorso delle scienze umane, “mito” diventa una parola buona per indicare nel linguaggio corrente una gamma di realtà molto variegata, che comprende dei ed eroi del mondo antico, dive della cultura pop, leggende e antiche sapienze, e persino un modello di automobile. I suoi significati sembrano avere come denominatore comune l’indicare qualcosa di attraente e di bello, ma anche di non vero e di non raggiungibile, con sfumature che sottendono il suo essere inesistente, falso, pericoloso.

Mythos significa parola, discorso, storia. Il mito è innanzitutto una narrazione, e come tutte le narrazioni racchiude e riflette le esperienze e i valori della comunità in cui viene tramandato. Proprio per questo motivo, una delle funzioni primarie del mito è quella di fondare la specifica identità di una comunità. C’è da dire però, che i miti hanno un orizzonte di universalità che permette loro di essere compresi da altre culture. La storia della cultura occidentale è fatta di una confluenza di miti differenti che sono espatriati dalla loro comunità originaria per fondare altre comunità. L’orizzonte di un mito, quindi, supera i confini geografici, politici e storici e preserva il suo potenziale di fondamento delle comunità.

Io penso che a Scampia sia successo esattamente questo: un mito originario dell’antica Grecia ha messo radici nel quartiere, e, mantenendo inalterato il suo potere, ha permesso la fondazione di una comunità - lì dove una comunità non c’era. Le donne che hanno preso parte al progetto di Gaudino sono diventate comunità perché hanno acquisito una maggiore consapevolezza di sé e della propria condizione, ma credo ci sarebbero riuscite anche leggendo la Medea di Seneca, o l’Agamennone di Eschilo. Non credo quindi che sia stata determinante la lettura di Sofocle, ma il più generale avvicinamento a un mito in cui identificarsi, con tutte le conseguenze antropologiche che ne conseguono.

Passiamo adesso al secondo punto, e cioè al valore politico delle parole di Antigone e delle donne di Scampia. Molti classicisti, come Guido Guidorizzi, hanno commentato il personaggio di Antigone ritenendo che la sua azione non sia rivolta a scardinare le leggi su cui si fonda la polis, ma solo a tutelare i suoi affetti familiari. Non si può negare, però, che mettendosi contro la massima istituzione di Tebe, il gesto di Antigone finisce per avere un valore politico, anche se non è quello il suo obiettivo. Un atto politico, quindi, che è innanzitutto un atto linguistico: perché è parlando con Ismene che Antigone rende per la prima volta manifesta la sua intenzione, ed è sempre parlando con Creonte che ribadisce la validità delle uniche leggi che intende rispettare. Anche quello di Antigone a Scampia comincia come un atto linguistico, uno scambio di storie narrate. Ma ha valore politico? Non ho ancora chiara una risposta, e di questo mi piacerebbe discutere con voi nello spazio riservato al dibattito. Forse sì, se ci rifacciamo alla definizione di “politica destituente”, che, cito dal libro intitolato Disobbedienza di Raffaele Laudani, professore dell’Università di Bologna, “non è motivata prioritariamente da una finalità istituzionalizzante”, in antitesi rispetto al concetto di potere costituente.
Fuori dalle logiche della rappresentanza politica, insomma, le Antigoni di Scampia potrebbero aver commesso col racconto un atto destituente, per creare le condizioni perché un’altra politica, che oggi appare impossibile, possa accadere.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica democrazia il 25 giugno 2016