Lo sgomento e l’eternità: ritratto dello scrittore da bambino

Tiziano Scarpa



Il primo amore ha l’orgoglio di avere ospitato in questi anni, nel sito e sulla rivista cartacea, alcuni frammenti di questo bellissimo libro di Roberto Michilli. Atlante con figure (Galaad Edizioni, 364 pagine, 16 euro) è un album di scritture, ricordi, brevi racconti, archeologie lessicali ed emotive di un bambino italiano fra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta. Qui sotto pubblico qualche passo della mia prefazione.
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Ho avuto il privilegio di farmi accompagnare da Atlante con figure nel corso degli anni: prima ne ho assaggiato dei piccoli pezzi, poi delle versioni più ampie; e non sapevo che intanto, nelle mani del suo autore, il libro continuava a crescere, come una cosa viva, fino a questa lussureggiante versione finale. Che forse finale non è; non potrà mai esserlo, se è vero quello che ho intuito: questo libro si è formato intorno a un magnete fortissimo, di cui si è persa la massa, ma non la forza di attrazione. Anzi, la sua forza attrattiva si è sprigionata proprio perché è scomparsa la sua massa. Il magnete, dopo aver perduto sé stesso, ha iniziato ad attrarre una quantità di oggetti, fino ad attaccarli alla sua superficie.

Bisogna proprio immaginare una sagoma magnetica, voluminosa, a tre dimensioni ma invisibile: ci riuscite? Bene; questa sagoma invisibile comincia ad attirare una dopo l’altra tutte le cose che aveva visto e toccato e usato tanto tempo prima: con una forza gravitazionale irresistibile le fa avvicinare alla sua superficie trasparente: ed ecco che, a poco a poco, un gattino di latta si attacca da una parte, una macchina da cucire Singer dall’altra; di qua arriva un cavalluccio di ghisa, di là un cuscinetto a sfera; e poi, a cascata, una bicicletta, un pallone, un lenzuolo, un giornalino, un pacchetto di sigarette, un tamburello, un panino, un giradischi, una pasticca per il mal d’auto, una stufa di terracotta, un impermeabile, un materasso di crine e uno di lana, una bandiera, una scopa, una schedina, un seggiolino della giostra, un pentolino per il latte, un ciocco di legno, e così via: arrivano decine e decine di altri oggetti, catturati dalla potentissima forza gravitazionale del magnete, e aderiscono al suo contorno trasparente. In questo modo, a poco a poco, gli oggetti sparsi sulla sua superficie rendono visibile la sagoma: e un po’ per volta si capisce cos’è, si riesce a riconoscere la sua forma. È una statua gigantesca e dettagliata. È l’infanzia.

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Ci si ritrova a pensare: come mai è ancora qui, questa cosa che dovrebbe essere sparita una volta per tutte? Che cosa la fa durare ancora? Com’è possibile che il tempo passato non se ne sia andato per sempre?

Procura sgomento constatare la presenza di ciò che non c’è più, ciò che si pensava non potesse più esserci, e che invece si ripresenta in maniera così acuta.

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Atlante con figure è anche un ritratto dello scrittore da bambino, che corre a perdifiato, scappa e insegue, si batte a duello e si ferisce le mani con temibili spade di legno, si lancia a rotta di collo per le discese con i monopattini e le bici, si fa estrarre coraggiosamente dalla pancia tubicini di gomma, vede in faccia la morte e ne esce indenne, ma resta segnato per sempre da un discorso, da una sequenza di parole, quando un giorno va in gita in città e ascolta un altro bambino della sua età, vestito in giacca e cravatta, che dice cose inaudite: «Tutta la mia vita è stata un rincorrere quel bambino, nella speranza d’essere capace, un giorno, di fare anch’io discorsi come quelli». Roberto Michilli, per nostra fortuna, non ha rincorso quel bambino, è andato da tutt’altra parte. Ha fatto un discorso tutto suo che non possiamo non sentire tutto nostro. Ha fatto il giro del mondo nella sua memoria e nello sguardo dei lettori, un discorso che diventa una parte profonda di chi lo ascolta, e di cui non potremo più fare a meno.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 24 giugno 2016