Premio Strega, gli stranieri non ridono

Carla Benedetti



La comicità di Sordi, gli stranieri non ridono è il titolo di un articolo di Pasolini del 1960. Parla di Alberto Sordi, l’attore che meglio ha incarnato l’italiano medio, un po’ opportunista, un po’ vigliacco, un po’ brigante, un po’ cinico, in fondo non cattivo – o per lo meno che non si ritiene tale. In quegli anni Sordi aveva “il monopolio del riso” nel cinema italiano, ma non aveva successo all’estero. Pasolini si chiede perché:

“Dicono che finora Alberto Sordi non abbia avuto successo all’estero. Ma di che specie è il riso che suscita Sordi? Pensateci bene un momento: […] è la comicità di un uomo il cui infantilismo anziché produrre ingenuità, candore, bontà, ha prodotto egoismo, vigliaccheria, opportunismo, crudeltà […]. Charlot ha fatto ridere tutto il mondo perché era buono […]. La Magnani è piaciuta a tutto il mondo, pur essendo così particolaristicamente italica, perché è generosa, appassionata. Alla comicità di Sordi ridiamo soltanto noi: perché solo noi conosciamo il nostro pollo. Ridiamo, e usciamo dal cinema vergognandoci di aver riso, perché abbiamo riso sulla nostra viltà, sul nostro qualunquismo, sul nostro infantilismo.”

Più che una stroncatura dell’attore e dei film da lui interpretati, Pasolini fa qui un’accusa al paese e alla sua cultura, anche antropologica. Non è stato il solo. Altri scrittori italiani del passato hanno sentito dolorosamente il costume della nazione come affetto da una deficienza etica, entrando con esso in un conflitto che non ha l’eguale in altri paesi europei.

Per Leopardi gli italiani sono il popolo “più filosofo di ogni filosofo”, che ha portato a perfetto compimento i caratteri negativi della modernità, distruggendo alla radice ogni illusione. Proprio perché sentono più degli stranieri “la vanità reale delle cose umane e della vita”, essi hanno sviluppato un cinismo diffuso, che è il maggior danno per una collettività:

“il disprezzo e l’intimo sentimento della vanità della vita, sono i maggiori nemici del bene operare, e autori del male e dell’immoralità”.

Anche Carlo Emilio Gadda vive l’ethos degli italiani con altrettanta amarezza, se non addirittura come un trauma. Nel Racconto di ignoto italiano del Novecento parla di una cattivo ambiente che corrompe anche il buono, e nella sua recensione del film La grande guerra di Monicelli si scaglia, più che contro il film, contro il suo pubblico, che ride del solito Alberto Sordi vile e cinico (tranne che nel finale). E, se vogliamo arrivare ai nostri giorni, un simile conflitto lo ha vissuto anche Antonio Moresco: le sue Lettere a nessuno sono un po’ come il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani scritto nel nostro tempo.

Anche il suo articolo, uscito su “Repubblica” del 17 giugno, prima ancora che un attacco allo Strega che lo ha escluso dalla cinquina dei finalisti, è un attacco al paese e alla sua cultura.

Le sue parole hanno suscitato reazioni diverse. Molte di queste gli rinfacciano di non aver taciuto, e di aver così rinfocolato una polemica che si scatena più o meno ogni anno, e di cui saremmo tutti stanchi.

È vero, lo Strega ha sempre suscitato polemiche, fin quasi dall’inizio. Ce ne furono quando esclusero Pasolini, quando esclusero Calvino, quando esclusero Gadda… (e, tra parentesi, allora gli esclusi non tacquero affatto). Ce ne furono anche sette anni fa, nell’aprile 2009. Lo ricordo perché scrissi un articolo per “L’Espresso” da cui ricopio qualche pezzo, inframmezzandolo con commenti odierni:

“Lo Strega, il più ambito e il più chiacchierato dei premi. Se ne è parlato molto in queste ultime settimane, dopo la ‘vittoria annunciata’ di Daniele Del Giudice e il suo dignitoso ritiro. I meccanismi del premio sono stati descritti recentemente su “L’espresso” in un articolo di Angiola Codacci, che pubblica anche l’elenco dei quattrocento votanti: in buona parte manovrati dai grandi editori che si fanno dare il voto in cambio di qualcosa (talvolta anche della pubblicazione di ciò che il votante scrive). I grandi gruppi editoriali si spartiscono le vincite, tanto che se un gruppo viene premiato troppe volte di seguito, come è accaduto negli ultimi anni, scoppiano i malcontenti. Tutti gli addetti ai lavori lo sanno, e forse anche molti dei lettori forti, quelli che sanno scegliere e si tengono informati. Non è impossibile che un buon libro vinca lo Strega, ma se succede è per qualche circostanza fortunata, visto che la qualità non è il principale criterio di valutazione.”

Anche oggi tutti sanno che la qualità non è il principale criterio di valutazione. Lo sapevano allora, lo sanno oggi. E non basta certo l’allargamento ulteriore del numero dei giurati o la modifica introdotta di recente delle tre preferenze al posto di una a cambiare nel profondo un meccanismo collaudato. Anche perché permette un ‘trucco’ semplicissimo per mantenere le cose inalterate: dare cioè gli altri due voti a candidati deboli, in modo da non avere in cinquina concorrenti pericolosi. E quanto all’alto numero di votanti, la loro grande quantità garantisce ancora meno. Le giurie del Booker Prize e del National Book Award sono composte di cinque giurati. Il piccolo numero ha un senso: il premio è l’espressione di persone che si prendono la responsabilità delle scelte, ci mettono la faccia. Allo Strega, come al Campiello, come nelle cosiddette classifiche dei libri di qualità vige invece il principio della sommatoria, che non responsabilizza nessuno. Nessuno ci mette la faccia. È la media del gusto a decidere. Ma la media dei gusti di centinaia di lettori diversi garantisce mai la qualità?

Ma il punto è un altro. Perché, nonostante sia così squalificato, un premio come questo continua a esistere e ad essere tanto ambito? Semplice: perché lo Strega fa vendere. Il suo ‘prestigio’ si traduce in quantità di copie vendute. E gran parte del mondo della cultura fa finta di nulla, accetta l’ipocrisia. I media, che pure sanno come funzionano certi premi, si comportano come se non lo sapessero, continuano a dare loro credibilità.

Ed ecco quindi, ancora una volta, la differenza, la dolorosa differenza dell’Italia dalle altre nazioni europee e occidentali. Un francese, un inglese, un americano, un tedesco non capirebbero come possa esistere un premio che è nello stesso tempo prestigioso e di cui tutti sanno che è truccato. Il Goncourt, il Booker Prize, il Pulitzer, il National Book Award non potrebbero permettersi una simile immagine negativa senza essere declassati nel prestigio e nell’attenzione dei media. Una volta il Pulitzer per il giornalismo fu criticato perché privilegiava le inchieste dei grandi quotidiani. In seguito la giuria si comportò in modo da fugare il sospetto, e preservare quell’“onore” che il premio non poteva perdere.

In Italia non funziona così. Forse perché, come aveva diagnosticato Leopardi, gli italiani vedono subito il nulla che sta dietro a ogni illusione e quindi anche dietro all’onore. E infatti l’onore da noi non è tenuto in nessun conto, non solo da politici e uomini d’affari, ma nemmeno dagli uomini di cultura. Il lettore straniero non riuscirebbe a capire come mai tanti uomini di cultura e tanti scrittori italiani considerino ovvio che nei premi non vinca il migliore. E non riderebbe alla battuta di Stefano Mauri che su “Repubblica” del 18 giugno, ironizza così: “pretendere di cambiare il premio Strega è come pretendere che il presepe diventi Miss Italia”.

Secondo Tullio De Mauro, presidente della fondazione Bellonci “quella di Moresco è una reazione umana, ma l’intelligenza avrebbe dovuto sconsigliarla”. È umano ma non intelligente denunciare quel che disonora il premio Strega? Sì, perché si sa che in Italia le cose vanno così. Perché prendersela? E se grandi scrittori come Gadda, Pasolini, Calvino e oggi Moresco, restano gli immancabili trombati dal premio italiano più prestigioso, perché spendere anche solo una parola per dirlo? Viva il gioco anche se si sa che è truccato! Viva l’ipocrisia!

Già nel mio articolo di sette anni fa nominavo Moresco come un grande scrittore italiano premiato all’estero (premio Lipsia 2006) ma che non aveva mai ricevuto premi letterari in patria (e all’epoca non aveva ancora pubblicato né L’Addio, né Gli increati, e nemmeno La lucina che, appena tradotto in Francia, ha vinto diversi premi ed è stato finalista al prestigioso Prix Médicis).

La conclusione a cui arrivavo allora è purtroppo la stessa di oggi:

“Dalle polemiche sul premio Strega emerge un quadro triste della cultura italiana. Tante persone si prestano a una finzione che, certo, premia ma anche umilia il lavoro di ognuno di loro. Perché restano in piedi istituzioni che conferiscono un prestigio così disonorato? Forse perché il mondo della cultura non è meno spaventoso di quello della politica. Nella società letteraria troviamo lo stesso paese cinico, corrotto, vile, reso gregario rispetto allo status quo. Dappertutto il merito viene sopraffatto, le intelligenze mortificate, la grandezza repressa. Clan che funzionano come mafie, elargiscono visibilità a chi si sottomette, e esclusione e criminalizzazione per chi si ostina a stare in un’altra dimensione. Grazie all’azione di questi meccanismi e di tutti quegli individui condizionati nelle loro scelte, o che sognano la media, quella cosa che viene chiamata cultura sta diventando in Italia sempre più vuota di idee e di proposte che possano essere di nutrimento agli uomini e alle donne in questa epoca feroce e disperata”.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica qualità quantità il 22 giugno 2016