Il baricentro dell’attualità

Tiziano Scarpa




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Di solito preferisco stare zitto. Quando un romanzo non mi convince, anche se alla fine della lettura mi prudono le dita, non mi metto a stroncarlo; evito di parlarne e basta. Tra l’altro, è inelegante fare le pulci a un collega. A maggior ragione se italiano, per di più esordiente. Ma quel poco che credo di aver capito in decenni di letture e scritture, forse posso metterlo a disposizione di un giovane scrittore che potrebbe fare molta strada – se solo imboccasse quella giusta. Meglio dirglielo al più presto, allora, prima che sia troppo tardi. Adesso. Subito.

Flaminio Ronchi non scrive male. Ha una gestione delle frasi abbastanza sorvegliata. Chiede alle parole di fornire la prestazione principale per un romanzo: produrre immaginazione nella mente di chi legge; è già moltissimo. Personalmente, ho apprezzato che resista alla tentazione di crivellare le sue pagine di stucchevoli aforismi, che oggi vanno così di moda fra i narratori, perché sono perfetti per promuovere un romanzo, essendo già cotti e mangiati per Twitter.

E ho apprezzato anche il fatto che non si conformi alle tendenze sempre più in voga: fare un’inchiesta giornalistica, o un saggio autobiografico, e chiamarli romanzo per pura convenienza di mercato; oppure prendere un evento più o meno importante della storia recente, una biografia di una persona realmente vissuta, un fatto di cronaca memorabile e romanzarli, sfruttando l’usato sicuro. Come a dire: lettore, se non altro, leggendo questo libro imparerai delle cose concrete, porterai a casa qualcosa di vero. No. Flaminio Ronchi è un romanziere autentico. Inventa. Cerca di dare forma a un mito nuovo, un personaggio emblematico, una storia esemplare che prima non esistevano. O almeno ci prova.

E allora che cosa c’è che non va? La fantasia. Flaminio Ronchi non sa governarla. Il suo pregio è il suo difetto. Inventa troppo. Esagera. Gioca a spararla grossa. Non solo nella trama principale, ma sempre, in ogni snodo, in ogni scena, in ogni personaggio. Tutto è orchestrato, deliberato, caricato a molla per fare il botto. Troppe coincidenze, troppe madornali ricorrenze.

Non riassumerò le mirabolanti vicende raccontate in Il baricentro delle bandiere (Timavo Press, pp. 186, euro 17). Prenderò come esempio soltanto uno dei fili secondari della storia, che mi sembra sufficiente a illustrare come funziona l’ideazione compositiva di Ronchi.

I protagonisti del romanzo sono altri, ma a un certo punto si incontra un politico del Partito Democratico che ha una sessantina d’anni. Ha cominciato a militare nel partito quando questo si chiamava ancora PCI. Ne ha viste tante, ha vissuto tutti i passaggi, da PDS a DS a PD. Si chiama Pietro Fanossi. C’è una scena del libro in cui Fanossi interviene in un talk show televisivo. A proposito di Giuseppe Grolli, ex cabarettista, nonché leader di un improbabilissimo movimento popolare che nel romanzo ha un grosso seguito in rete e nelle piazze (basterebbe questo a indicare la spregiudicata irrisione di qualsivoglia verosimiglianza in Ronchi), Fanossi dichiara: «Se Grolli vuol far politica, fondi un partito, metta in piedi un’organizzazione, si presenti alle elezioni, vediamo quanti voti prende... E perché non lo fa?» [p. 49]. Manco a dirlo, in men che non si romanzi, dopo neanche trenta pagine Grolli fonda, mette in piedi, si presenta: e prende una paccata di voti; il suo movimento diventa il primo partito d’Italia. Bum!

Reincontriamo Pietro Fanossi qualche anno dopo, nella seconda parte del romanzo. È diventato sindaco della sua città, che Ronchi non nomina, ma lascia intuire che si tratti di una delle più grandi del nord d’Italia.

In una seduta del consiglio comunale, il sindaco Fanossi polemizza con un’esponente dell’opposizione, tale Clara Armadietto (cognome patetico, da matita blu lampeggiante per un romanziere; ma sorvoliamo sull’attendibilità onomaturgica di Ronchi e la sua incontenibile attrazione per il grottesco), una giovane e tosta consigliera comunale che, guarda caso, milita nel partito fondato da Grolli. «Un giorno lei si segga su questa sedia – la sfida Fanossi, indicando il proprio scranno di sindaco – e vediamo se poi sarà capace di fare tutto quello che oggi ha auspicato di poter fare... Mh! E comunque lo decideranno gli elettori... Ecco» [p. 125].

Dopo questa scena, ho letto gli ultimi capitoli di Il baricentro delle bandiere trepidando: e infatti, come temevo, sono puntualmente incappato in una nuova apparizione di Fanossi, questa volta in lizza alle elezioni per riconfermarsi sindaco: contrapposto – indovinate un po’? – proprio a Clara Armadietto. Qui Flaminio Ronchi ha avuto il buon gusto di trattenersi, anche perché, lo ripeto, si tratta di personaggi secondari, cosicché il romanzo si congeda da loro e resta reticente sulle loro sorti. Per fortuna. Ci mancava solo che facesse diventare sindaca Clara Armadietto, facendo scontare per la seconda volta allo sventurato Fanossi le sue parole avventate. Perfino a un fantasmagorista come Ronchi deve essere sembrato troppo.

Ora, se sento ancora qualcuno dire che la realtà supera la fantasia, non metterò mano alla pistola, ma giuro che mitraglierò citazioni da Il baricentro delle bandiere di Flaminio Ronchi per massacrare una volta per tutte una tale scemenza. La realtà supera la fantasia? Ma quando mai. Si trovano panzane talmente crasse nei romanzi di oggi, che sfido non dico la Storia, ma anche solo l’attualità e la cronaca a farne succedere di altrettanto madornali.

Al di là del giudizio letterario, però, la questione è grave. Mi sono chiesto: perché lo fa? Perché un promettente narratore sente il bisogno di stipare il suo romanzo di simili smargiassate? Non si è reso conto che nelle fiacche spiritosaggini della sua trama i lettori non compatiscono le batoste del destino ma semmai sgamano al volo la premeditazione d’autore, il suo futile divertimento nel prendersi gioco a buon mercato dei propri personaggi? A che cosa si è ridotta la nostra letteratura, se un esordiente di talento deve escogitare questi espedienti per farsi notare? E i suoi editor, mi dico, dov’erano i suoi editor? Perché non l’hanno fermato?

Intendiamoci: se fantasticherie come quelle di Flaminio Ronchi accadessero sul serio, io farei festa. Sarebbe una notizia stupenda per noi romanzieri. Vorrebbe dire che avremmo il permesso di scatenarci pazzamente: nessuno potrebbe mai più accusarci di vivere in un mondo tutto nostro, inconsistente, strampalato, assurdamente gratuito e slegato da quello reale, nemmeno se dessimo la stura alle nostre invenzioni più sfrenate.

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pubblicato da t.scarpa nella rubrica in teoria il 21 giugno 2016