Storia di Chiara. La voce non ascoltata delle vittime di violenza di genere in Italia

Testo e fotografie di Isabella De Maddalena



Fondazione Santa Lucia, Roma, 21 Febbraio 2016. Chiara Insidioso Monda, 21 anni, con il padre Maurizio, 44, nel cortile dell’Ospedale Santa Lucia dove Chiara è ricoverata da tredici mesi dopo le percosse del suo compagno, il coma e tre operazioni al cervello. Questa foto è solo un’anteprima che abbiamo chiesto all’autrice. L’intero reportage fotografico si può vedere qui. Sono immagini che non hanno sinora trovato spazio sulle testate giornalistiche, perché considerate “troppo forti, troppo reali”.


Sono le dieci del mattino di una domenica di febbraio alla Fondazione Santa Lucia a Roma, Ospedale di alta specializzazione per la riabilitazione neuromotoria.

È una bella giornata, c’è il sole, e Maurizio, quarantaquattro anni, accompagna in cortile la figlia Chiara, ventun anni, seduta su una sedia a rotelle. Sta per arrivare Molly, la cagnolina che a Chiara strappa sempre un sorriso. «Quando era assieme a lei – racconta Maurizio – Chiara non c’era per nessuno. Ora Molly non osa avvicinarsi come prima. Sembra abbia timore di farle del male, come se capisse». Appena Chiara la stringe fra le braccia, Molly diventa la cagnolina più docile del mondo. «Si fa fare tutto», dice Maurizio sorridendo.

«Per me Molly è stata importantissima. Non sto scherzando. Non ci fosse stata lei, non so come avrei fatto. Nei primi giorni dopo che è successo, e mi sembrava di impazzire, era l’unica che riusciva a tranquillizzarmi. Forse perché è stata così importante per Chiara».

Perché esistono un prima e un dopo nella vita di Maurizio e Chiara.

Tutto iniziò due anni fa, nel febbraio 2014, quando quello che era il “compagno” di Chiara, sedici anni più grande di lei, la massacrò di botte riducendola nelle condizioni in cui è oggi. Calci, pugni e la testa sbattuta contro il muro, percosse che hanno fatto cadere Chiara immediatamente in coma, causato lesioni gravissime al suo corpo e ridotto al 10% le sue facoltà cerebrali. Appena arrivata in ospedale sono state necessarie tre operazioni importanti al cervello per poterla salvare. Dopo dieci mesi di coma, Chiara, allora diciannovenne, è passata allo stato di minima coscienza in cui è oggi. Nonostante piccolissimi progressi ha bisogno di essere assistita e guidata in ogni piccola azione quotidiana, dal mangiare al riposo su un letto. E oltre al danno morale, infinito, la famiglia di Chiara ha dovuto sobbarcarsi quello economico. Essendo il carnefice di Chiara nullatenente, le spese per le cure, molto alte, sono a carico della famiglia.

«Chiara non era consapevole di essere in una situazione di pericolo?» chiedo a Maurizio. È seduto di fronte a me nel cortile del Santa Lucia. Mi spiega: «Chiara aveva un lieve ritardo, che la rendeva soggetta a essere sopraffatta facilmente. È stata plagiata». Falcioni, il convivente di Chiara, si era già dimostrato violento in precedenza, ma alle tre denunce che Maurizio gli aveva intentato prima dell’ultimo terribile pestaggio non è stato dato il giusto peso.

«Sai che quando le metto davanti le foto di prima le butta per terra?» dice Maurizio. «Come per dire: ma che cosa mi fai vedere». Capisce tutto, Chiara, per questo bisogna stare attenti a quello che si dice, a usare le parole giuste, a non parlare di certi argomenti.

Le è stata tolta anche la parola, insieme alla possibilità di avere una vita vera. Si esprime con un linguaggio fatto di cenni, e gli unici suoni che ora escono dal suo corpo sono fievoli lamenti, quando le fitte di dolore le fanno contorcere il corpo, dalla gamba alla testa.

Ora le giornate di Maurizio ruotano tutte attorno a lei, alla battaglia che sta portando avanti: il processo, la lotta perché le cure che sua figlia riceve oggi siano possibili anche domani. Ogni giorno Maurizio si sveglia alle cinque e venti del mattino, e dopo il suo turno alle poste dell’aeroporto di Fiumicino, alle due e venti del pomeriggio stacca, e venti minuti dopo è già al Santa Lucia per dare il cambio alla mamma, Danielle, di origini olandesi, che ha passato la mattinata con Chiara. Maurizio e Danielle sono separati da molti anni, si danno il cambio per poterle stare vicino. Ogni sabato e domenica, Maurizio è sempre lì, accanto a Chiara, per proteggerla, imboccarla, capire se ci sono piccoli miglioramenti. Tutto è scandito dai tempi di Chiara, gli orari dei pasti, le medicazioni, le brevi uscite in cortile. Non c’è più spazio per le sorprese, le domeniche al mare o fuori Roma.

«Non riesco più a fare una vita normale. Se vado in un posto come un centro commerciale, dove c’è altra gente, mi sento a disagio, non riesco a starci, devo uscire per correre qua. Non posso fare più nulla di quello che facevo prima. Ci crede che la prima estate dopo che è successo, ho preso una cabina al mare per andare in spiaggia alle otto ed essere qua in ospedale alle dieci? Il mare non lo vedo quasi più, ora». E a Chiara il mare piaceva tanto.

Glielo chiedo, a Chiara, se il mare le piace. Risponde col suo linguaggio, quello che le è possibile, alzando il pollice della mano destra. Chiude gli occhi quando le chiedo se invece ama la montagna. È il suo segno per il no. Perché dietro quel corpo che oggi non può più muoversi, che per passare dalla sedia a rotelle al letto deve essere sollevato con un argano, quel corpo che a soli ventun anni necessita di un serrato programma di riabilitazione, che non può più camminare, correre, nuotare, cantare, abbracciare, che non può più fare nessuna delle cose che una ragazza dell’età di Chiara dovrebbe fare – dietro quel corpo c’è Chiara. Ci sono i suoi pensieri, le sue paure, i suoi sentimenti, i suoi diritti. Diritti che sono stati schiacciati e che devono essere ricordati ogni giorno.

Tra meno di un mese, Chiara dovrà lasciare il Santa Lucia. Mi spiega Maurizio che in una struttura come quella il periodo massimo di degenza sarebbe di tre mesi e che ne sono già passati tredici. Che sua figlia, uscita da lì, dovrà continuare un percorso riabilitativo altrettanto intenso e impegnativo. Vale a dire che dovrebbe essere seguita dalle stesse figure professionali che ha al Santa Lucia: fisioterapista, logopedista, foniatra. Tutte cure che hanno un costo molto elevato. Se Chiara andrà in un altro istituto dovrà continuare a fare le terapie privatamente. Lo stesso se riuscissero a portarla a casa. «Siamo tutti qua con la speranza che qualcuno là fuori ci aiuti, però fino ad ora gli unici che l’hanno fatto sono state le persone comuni, anche tanti operai. Lo Stato nei fatti non ci ha supportato».

La struttura a cui è destinata Chiara dopo il Santa Lucia è Casa Iride, una residenza a sudest di Roma per persone in stato vegetativo o di coscienza minima, che si basa sul criterio di coabitazione. Una struttura modello, nel suo genere, dove i familiari di Chiara impareranno a seguirla in modo da potersi preparare anche all’eventualità, sognata da Maurizio, in cui Chiara possa tornare a casa. La vicinanza delle persone care e lo stare in un ambiente familiare potrebbe essere uno stimolo per una ripresa più significativa, anche se molto graduale.

Maurizio si è impegnato molti mesi nella battaglia per ottenere una casa adeguata ad accogliere Chiara attraverso il Comune di Roma. Dopo una lunga serie di appuntamenti e moduli da compilare ha avuto la proposta di una casa di 62mtq, una metratura non sufficiente ad ospitare Chiara e il personale di assistenza necessario. Le condizioni di Chiara rendono infatti indispensabile un’assistenza ventiquattr’ore su ventiquattro di almeno due infermieri, quindi è necessario un ambiente che, oltre a lei, possa ospitare il personale. Ora, stanco, ha deciso di continuare la ricerca da solo. L’appartamento dove abita attualmente con la compagna a Roma non sarebbe abbastanza grande.

«Chiara, c’è da ricordarlo – continua Maurizio –, è stata vittima di una violenza ben precisa, non ha avuto un incidente in moto, né è stata presa da un brutto male: ce l’hanno fatta diventare così. E in Italia come lei non c’è rimasto nessuno. Secondo me in un caso come il suo sarebbe stato giusto ricorrere ad un provvedimento ad hoc». Maurizio, ora, ha bisogno di dimostrazioni concrete: «Si parla tanto di violenza, si organizzano eventi quando arrivano le date fatidiche, venticinque novembre, otto marzo, però poi, al dunque, per le persone come Chiara, al di là degli slogan non si va. Restano abbandonate, come sono state abbandonate prima. E io penso: se non vengono aiutate le persone così, ma chi deve essere aiutato?».

Guardando Maurizio, la sua espressione amara ma risoluta, non posso fare a meno di provare una profonda empatia. Si vorrebbe fare di tutto per restituirgli la Chiara “di prima”, per aiutarlo nella sua lotta, perché la vita possa essere più lieve per tutti e due.

Lo scorso novembre, il carnefice di sua figlia ha ottenuto uno sconto di pena di quattro anni, la condanna è stata ridotta da venti a sedici anni, e Maurizio per il dolore è svenuto in aula. «Si pensa tanto a riabilitare i colpevoli, ma non al futuro delle vittime», commenta. «Siamo in un paese dove la gente dice che vent’anni di pena sono tanti perché Chiara in fin dei conti è viva. Sì, ma viva come? Io vorrei invitare qua sempre più persone a vederla: giudici, avvocati benpensanti, perché allora si renderebbero conto».

Fa una pausa, poi continua: «Io, ogni tanto, non mi vergogno a dirlo, penso che se Chiara fosse morta sarebbe stato meglio. Pure poco fa, dentro di me lo pensavo. Certo, quando sorride e mi prende il dito è bellissimo... Ma vedere tua figlia costretta a una vita così, a ventun anni… Io soffrirei, ma forse lei sarebbe libera».

C’è il vento nel cortile del Santa Lucia. Maurizio abbassa lo sguardo: «Io non lo so se c’ho da dì qualcos’altro eh?». Io annuisco. In questi due giorni che Chiara l’ho vista, che sono stata con lei e con Maurizio, capisco tutta la sua rabbia, capisco quanto senso di impotenza può provare un padre trovandosi davanti agli occhi una figlia con la vita spaccata a ventun anni. «La Chiara di prima per me non c’è più. Mi sono immedesimato come se c’avessi un’altra figlia, una figlia disabile».

Dentro di me sento che Maurizio, nonostante il dolore e la rabbia, non si darà per vinto. La sua forza è stata anche quella di avere compreso, nella sua lotta, il potere di diffusione della rete. La pagina facebook che ha aperto per dare aggiornamenti sulle condizioni di Chiara conta ogni giorno innumerevoli messaggi di solidarietà. Il suo post dello scorso novembre, dove sfogava indignato il suo dolore dopo lo sconto di pena a Falcioni, è stato condiviso in poche ore da più di quarantamila persone: «Chiaré’, oggi non ci vediamo, so’ stato male e non mi sento bene… Ma vedrai che domani mi rialzo e ci rivediamo… Tu sei la mia guida e ti ringrazio perché senza di te non posso sta’». Così terminava quel post, accompagnato da un’immagine, fortissima, di com’è Chiara oggi.

Non avendo ottenuto alcun sostegno economico dalle Istituzioni, Maurizio ha aperto una carta Postepay per ricevere donazioni per le cure di sua figlia. Un gesto che non ha fatto certo a cuor leggero: «Non è giusto che io debba andare a eventi e cene organizzate per raccogliere fondi per lei. Io, sia chiaro, apprezzo tantissimo l’aiuto delle persone, ma questa condizione, essere ridotto a dover chiedere, mi fa sentire a disagio. Mi sarei aspettato un aiuto dalle istituzioni».

Ma forse l’empatia maggiore rimane ancora oggi quella delle persone comuni, che hanno aperto petizioni spontanee per i diritti di Chiara e continuano a mandare messaggi di speranza e conforto: «Diciamo che nella storia di Chiara ho perso tanti amici, ma ne ho trovati tanti di nuovi».

Per aiutare Chiara è possibile fare una donazione sulla carta Postepay numero 5333 1710 1345 1378 intestata a
Maurizio Lazzaro Insidioso Monda
codice fiscale NSDMZL71P24H501N
Iban: IT09Q0760105138245619145623


L’intero reportage fotografico di Isabella De Maddalena, con immagini che non hanno sinora trovato spazio sulle testate giornalistiche perché considerate “troppo forti, troppo reali”, è stato pubblicato dall’autrice in forma indipendente, e si può vedere qui.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 9 giugno 2016