Da quali rovine?

Roberto Gerace








Storia di un uomo che facendo sesso coi serpenti entra a far parte del circuito della pornografia clandestina, Dalle rovine di Luciano Funetta (ed. Tunué), è senza ombra di dubbio uno degli esordi più interessanti, originali e magnetici che la letteratura italiana abbia prodotto negli ultimi tempi. È un libro delicatissimo sulla crudeltà che si colloca abbastanza pacificamente e fin dall’incipit nel controverso regno del racconto perturbante:


Quando Rivera se ne andò, nessuno lo vide a parte noi. Lo guardammo mentre si allontanava e scompariva tra gli alberi, lo osservammo inoltrarsi nella prigione di rami, dentro la vegetazione dove ad aspettarlo erano in due, in tre o in venti, anche se in realtà lo aspettava una persona sola. Quando Rivera uscì dal suo nascondiglio, noi eravamo pietrificati dalla paura e dalla stanchezza. Rivera invece non tremava. Sapevamo che sarebbe entrato nella foresta che divorava la casa e che qualcuno lo stava aspettando nel buio. Nessuno sa cosa successe dopo a Rivera, tranne noi.


Come tutte le favole oscure, è un’opera che lavora molto sulle atmosfere. Funetta è giovane (ha appena compiuto trent’anni), ma è già un maestro nella sottile arte della rarefazione – forse la più difficile fra le cure dello stile. Qui siamo più che mai dalle parti del gotico: certe descrizioni (come quella del quartiere degli Inglesi) sembrano prese pari pari da Lovecraft. E certo nessuna delle città di questo romanzo (quella fittizia, Fortezza, ma anche Barcelona e Bucarest) è molto più di un indice, uno fra i tanti nomi di un’unica e metaforica "periferia eterna". Come in certe pagine di Dostoevskij o Moresco, il mondo sembra una nave piena di schiavi e di folli lanciata a capofitto nel vuoto del cosmo, tra le risate delle galassie.
Anche i nomi dei protagonisti sono del tutto disincarnati e favolistici: Jack Birmania, Klaus Traum, Alexandre Tapia sono nell’ordine due celeberrimi registi di pornografia estrema e uno sceneggiatore che ha scritto per loro il copione di uno snuff movie ancora più eccentrico degli altri e, per così dire, esemplare e definitivo; Rivera, invece (quello che fa sesso coi serpenti), viene ingaggiato come attore. È evidente, e non solo nei nomi, la matrice bolañana dell’immaginario di Funetta: solo che si tratta di un Bolaño, diciamo così, apolide, la cui unica patria non è, come vuole il motto di Borges, la lingua spagnola, ma una letterarietà assoluta, distillata, raffinatissima, alle cui spalle incombe continuamente un rischio di estetizzazione. In questo senso, al contrario di quanto comunemente si dice, Dalle rovine è un libro profondamente italiano, se è vero che i nostri scrittori e poeti sono sempre stati i più bravi di tutti a rielaborare per sottrazione le tradizioni straniere, a farne un consumatissimo petrarchismo. E certo il suo alterno successo (il rifiuto pressoché unanime delle case editrici, il plauso altrettanto ecumenico di critica e pubblico) sta a segnalare uno smottamento che non era del tutto prevedibile nella sensibilità dei lettori italiani: la nostra America è sempre di più quella del Sud. Ed è comprensibile che sia così, perché l’Italia sta diventando un paese sempre più terrone (di “linea della palma” scriveva già Sciascia); i nostri giovani, come quelli di Bolaño, sono sempre più dei veri e propri desaparecidos; come per i poeti d’avanguardia dei Detective selvaggi, il discorso pubblico dei nostri scrittori è sempre più velleitario. In questo senso per Funetta il Sudamerica è una provincia dello spirito.
È certo vero, però, che anche le favole bisogna saperle scrivere. E che in ogni favola, per quanto disincarnata, è racchiuso un metodo di critica dei costumi. Così, se c’è una cosa che rende insieme originale e inattuale questo libro è proprio la postura etica dei suoi personaggi principali, che sono tutti anime dolcemente turpi, malinconiche, randagie. Come accadeva già in Baudelaire, Lautréamont, Dostoevskij, in Dalle rovine rappresentare il (e persino aderire al) Male con la maiuscola non serve a confermarci in un’idea sclerotizzata e speculare di Bene, ma a polemizzare sotterraneamente col male con la minuscola, quello mediocre, cinico, ironico, fatalista e disilluso. Serve, cioè, a reimpostare un rapporto agonistico, tragico con la morale, protestante in senso alto. I personaggi di Funetta compiono infatti azioni mostruose non col superiore (e alienato) distacco dei fantocci di Woobinda, ma con la coscienza commossa di chi si accinge quasi controvoglia a un sacrificio inevitabile. In questo romanzo il destino dell’uomo sulla Terra è costitutivamente votato alla distruzione e all’apocalisse; eppure (sembrerà strano) non c’è niente da ridere. La morte non rende affatto meno seria la vita, al contrario! Il dolore non rende meno seria la gioia, al contrario! Ecco da dove viene, a mio avviso, il piccolo miracolo di questo libro che ha già lasciato una traccia profonda nei lettori italiani: quella sensazione di essere di fronte a una storia terribile e in qualche modo proprio per questo gentile. Ogni Medioevo ha bisogno delle sue morali ergonomiche, ogni Rinascimento dei suoi principi di disperazione sublime.
In questo senso lo straordinario "noi" vuoto di Dalle rovine, che ci racconta le vicende dall’inizio alla fine e che trasmette a ogni pagina un’elettricità paranoica, è innanzitutto una grande possibilità di identificazione allegorica. È la porticina che apre questo romanzo cupissimo alla luce fioca di una Storia da riscrivere. Chi è questo noi? Se Bolaño ha dedicato i suoi libri ai giovani sudamericani, Funetta a chi? Da quali rovine storiche, culturali e politiche ci parla davvero? Qualcuno, scrivendo di Dalle rovine, ha parlato a ragione di "canto degli ultimi". E ciò che rende in definitiva nobili le parabole distruttive degli eroi di Funetta, ciò che dona loro "quell’aria di insondabile serenità", che ascrive insomma il loro destino di maledizione ai modi di una compostezza atarassica e quasi neoclassica, è proprio la loro capacità di recitare la morte in coro; di percepire l’isolamento assoluto come una forma di tenacissima fratellanza. Come sanno i serpenti, non c’è alcuna contraddizione tra stringersi in un abbraccio e preservare il proprio mistero. Così a me piace pensare a quel noi come a una tenda che dobbiamo ancora montare nei continenti perduti del nostro futuro, come un luogo entro cui imparare a convivere nella più amara desolazione, articolando di giorno in giorno l’alfabeto insieme straniero e intimo di una comunione silenziosa. Mi piace credere che la "cavalcata di comete" su cui il romanzo va via sia un piccolo esercito in cui ci sapremo un giorno specchiare.


Luciano Funetta, Dalle rovine, Tunué








pubblicato da r.gerace nella rubrica libri il 4 giugno 2016