Quattro poesie

Zbigniew Herbert



Quattro poesie di Zbigniew Herbert (1924-1998) su cosa sia lecito usare in poesia, su chi abbia vinto davvero tra Apollo e Marsia, sul dio dell’ironia e su cosa resterebbe di noi se oggetto dell’arte fosse una piccola anima infranta colma di autocommiserazione.

***

I cinque

1

Li conducono fuori il mattino
nel cortile lastricato
e li mettono contro il muro

cinque uomini
due molto giovani
gli altri adulti

niente di più
si può dire di loro

2

quando il plotone
punta i fucili
tutto d’improvviso appare
nella luce abbagliante
dell’evidenza

il muro giallo
il freddo azzurro
il nero filo spinato sul muro
al posto dell’orizzonte

questo è il momento
in cui i cinque sensi si ribellano
fuggirebbero volentieri
come topi da una nave che affonda

prima che la palla giunga a destinazione
l’occhio percepirà il proiettile in volo
l’udito registrerà il fruscio dell’acciaio
le narici si empiranno di fumo acre
un petalo di sangue sfiorerà il palato
e il tatto si contrarrà e rilasserà

ora giacciono a terra
coperti fino agli occhi dall’ombra
il plotone se ne va
i loro bottoni cinghie
e gli elmi d’acciaio
sono più vivi
di quelli che giacciono ai piedi del muro

3

non l’ho appreso oggi
lo so non da ieri
perché dunque ho scritto
futili poesie sui fiori

di cosa parlarono i cinque
la notte prima dell’esecuzione

di sogni profetici
di una scappata al bordello
di pezzi d’automobile
di un viaggio in mare
del fatto che quando aveva picche
non avrebbe dovuto aprire
del fatto che la vodka è migliore
che il vino fa venire il mal di testa
di ragazze
di frutta
della vita

e allora è lecito
usare in poesia nomi di pastori greci
tentare di fissare i colori d’un cielo mattutino
scrivere d’amore
e anche
una volta ancora
con serietà mortale
offrire al mondo tradito
una rosa

***

Apollo e Marsia

Il vero duello fra Apollo
e Marsia
(orecchio assoluto
contro enorme gamma)
avviene verso sera
quando come già sappiamo
i giudici
avevano assegnato la vittoria al dio

saldamente legato all’albero
meticolosamente scorticato
Marsia
grida
prima che il grido giunga
alle sue alte orecchie
egli riposa all’ombra di quel grido

scosso da un fremito di disgusto
Apollo pulisce il suo strumento

solo in apparenza
la voce di Marsia
è monotona
ed è formata da una sola vocale
A

in realtà Marsia
narra
l’inesauribile ricchezza
del suo corpo

i monti calvi del fegato
le bianche forre dei cibi
le selve fruscianti dei polmoni
le dolci alture dei muscoli
le giunture la bile il sangue e i fremiti
il vento invernale delle ossa
sul sale della memoria

scosso da un fremito di disgusto
Apollo pulisce il suo strumento

adesso al coro
si unisce la colonna vertebrale di Marsia
in sostanza quella stessa A
solo più profonda con l’aggiunta di ruggine

questo supera ormai la resistenza
del dio dai nervi di fibre artificiali

per il viale ghiaioso
fiancheggiato da bosso
il vincitore si allontana
chiedendosi se
dall’ululo di Marsia
non sorgerà col tempo
un nuovo ramo
di arte – diciamo – concreta

d’improvviso
cade ai suoi piedi
un usignolo pietrificato

volta la testa
e vede
che l’albero al quale era legato Marsia
è canuto

completamente

***

Dalla mitologia

In principio era il dio della notte e della tempesta, un idolo nero senz’occhi, dinanzi al quale saltellavano nudi e unti di sangue. Poi, ai tempi della repubblica, c’erano molti dèi con mogli, figli, letti cigolanti e il tuono che esplodeva innocuo. Alla fine ormai solo nevrotici superstiziosi portavano in tasca una statuetta di sale, raffigurante il dio dell’ironia. Non esisteva a quel tempo dio più grande di lui. Allora giunsero i barbari. Anche loro apprezzavano molto il piccolo dio dell’ironia. Lo frantumavano coi tacchi e lo spargevano sui cibi.

***

Perché i classici

1

Nel quarto libro della Guerra del Peloponneso
Tucidide narra la storia della sua sfortunata spedizione

tra le lunghe arringhe dei capi
le battaglie gli assedi la peste
la fitta rete di intrighi
gli sforzi diplomatici
quest’episodio è come uno spillo
in un bosco

la colonia ateniese di Anfipoli
cadde nelle mani di Brasida
perché Tucidide tardò coi soccorsi

pagò per questo alla sua città natale
con il bando perpetuo

gli esuli di tutti i tempi
sanno quale prezzo esso sia

2

i generali delle ultime guerre
se capita un simile imbroglio
guaiscono in ginocchio dinanzi alla posterità
lodano il proprio eroismo
e innocenza

accusano i subalterni
i colleghi invidiosi
i venti sfavorevoli
Tucidide si limita a dire
che aveva sette navi
era inverno
e navigava veloce

3

se oggetto dell’arte
sarà una brocca infranta
una piccola anima infranta
colma di autocommiserazione

allora ciò che resterà di noi
sarà come il pianto di amanti
in un sudicio alberghetto
quando albeggia la carta da parati

***

Traggo i testi da: Zbigniew Herbert, Rapporto dalla città assediata, Adelphi 1993. Cura e traduzioni di Pietro Marchesani.

Per chi volesse approfondire, segnalo un mio scritto sulla poesia di Herbert pubblicato nel 2008 sulla rivista del Primo amore e reperibile in PDF qui.








pubblicato da s.baratto nella rubrica poesia il 30 maggio 2016