La Storia senza cronaca di Marchesini

Roberto Gerace



Nelle poesie di Matteo Marchesini si sentono stridere gli ingranaggi delle macchine di tortura, con tutta la loro furia di chiodi e carrucole. Sintassi cucita e avvolgente, vocazione epigrammatica e disforica, predilezione petrosa per titoli e rime schioccanti (esorbitano le occlusive, spesso dentali, come in Patto): il grosso dell’arsenale retorico e metrico, cioè, è piegato a esprimere le pieghe e piaghe di un ingolfamento intellettuale, esistenziale, etico, estetico. Quasi tutti i componimenti di Cronaca senza storia imitano insieme il morso metallico che recide il legame tra l’intellettuale e i suoi sogni di totalità emblematica e il laccio che lo salda all’unica autenticità possibile: quella dell’autodenigrazione.
Si tratta di vere e proprie poesie sadomaso, come rivelano senza tanti giri questi versi in apertura:

La fantasia è una realtà sfregiata,
l’amore un bisogno di umiliare.
Perfette la scissione, le metà:
da adesso vivere è solo ingannare,
da adesso scrivere è solo confessare.


Il diavolo tentatore di Marchesini è il "bovarismo": quell’attitudine, cioè, che egli non si stanca di censurare da polemista nelle opere altrui, a nutrirsi di mitologie sentite come scadute e velleitarie, all’adesione a un immaginario titanico di terza mano che legittimerebbe le pretese onnincludenti (e sottilmente autoassolutrici) di certa letteratura contemporanea della palingenesi o metafisica o esotica. Una predisposizione fieramente demistificatoria che si è acuminata negli anni proprio perché l’autore ha imparato a levigarne le punte contro se stesso. Siamo di fronte a una lettura unilaterale di un Leopardi antipositivista e privato di lune e ginestre, di un Dostoevskij del sottosuolo senza principi idioti. Anche Fortini è dimezzato, perché se ne conservano il rigore sintattico e metrico e la pudicizia di aggettivi e immagini, ma si strappano i destini generali dalla carta dell’orizzonte. Dalla critica al velleitarismo agonistico si ottiene così un narcisismo concentrazionario e di ritorno, di cui del resto l’autore è ben conscio. Come già nel romanzo Atti mancati le relazioni, e in special modo quelle amorose, servono anzi soprattutto a imbastire un monologo a due voci, a farci ritornare cioè specchiate le nostre insufficienze e contraddizioni, come p. es. ne La nottola di Minerva si congeda, dove si parla di "narcisi eterni e loici".
Siamo insomma ben addentro agli imperativi novecenteschi al Negativo, sempre sul filo di quella sanciopancizzazione della dialettica hegeliana che del balbettio modernista da Beckett a Zanzotto, da Sanguineti a Frasca, ha fatto un vero e proprio canone arcadico. Per la poesia Fatti l’unico bene possibile (l’unico amaro eroismo) risiede nella contemplazione inesausta del Male (innanzitutto in se stessi) e l’unico vero male è quello "che va a male"; che lasciamo agire, cioè, senza assumerlo alla coscienza. Altrove la lirica è associata al "confino" oppure:

Mi chiedo a volte se in questa ignoranza
io possa mai conoscere cos’è
una patria dei corpi e delle menti
nel durare del tempo
o se mi tocchi ripetere l’inganno
breve del
grande amore.

Laddove l’ignoranza sta per l’incapacità di catalogare gli oggetti del mondo distinguendoli per genere e specie, ossia di renderseli aristotelici e domestici; e d’altra parte la vocazione platonico-agostiniana alla confessione, liricissima se è potuto esistere Petrarca, può darsi solo sotto il segno dell’inganno, ossia nel paradosso della propria negazione.
Né però vige il risarcimento del gergo, volta a volta esanime o logorroico, dell’afasia, come accade invece nei sunnominati. Come in Leopardi, cose terribili si scandiscono in una suprema compostezza argomentativa; la poesia nasce solo e sempre dal sospetto della poesia; la natura è rinnegare la natura. E tuttavia forse troppo spesso l’aspirazione all’idillio non è assunta tragicamente, ma frustrata e frustata e derisa o tutt’al più allontanata in un altrove mitico:

Forse più a sud, dove il giorno
si fa verticale –
forse più a sud dove il mare si specchia
nei templi si può sopportare.
Forse più a sud tutto è uguale
ad ognuno, più a sud, forse nella controra
si può sopportare: forse ora,
non qui.


Ed è infatti caratteristico che sia proprio "uguale" quasi l’unico aggettivo usato non disforicamente anche in quella che è forse la poesia più bella della raccolta, la raboniana Gli occhiali:

Da anni, al buio, quando non so più niente o quasi
le stesse mani mi tolgono gli occhiali
con la stessa dolcezza che si sa
senza futuro
e un breve tocco d’ironia per me
che li dimentico ancora e sempre addosso
perfino nell’amore – sì, malgrado i volti
mutevoli le stesse mani ripide
con identico cuore, con uguale
cura da anni mi piegano gli occhiali
su un comodino, un pavimento, un letto,
su un fianco nudo o sul bicchiere o il libro
di un poeta minore – e poi da anni gli stessi
capelli tiepidi (ricci più spesso,
lisci se m’illudo)
mi cadono di colpo sopra il petto
come un vento che taglia, ma non dura.
Così, con questa stessa
breve ironia, e con la stessa dolcezza che si sa
senza futuro,
nel futuro una mano toglierà
(ripida, identica a mille altre mani)
dal buio del mio sguardo i vecchi occhiali,
farà più uguali amore e cecità.


"Uguale" e non certo "ignoto"; "identico", non "vago e indefinito". Quel che è sublime in Leopardi è una dismisura instancabilmente cercata, intravista e negata. Qui l’impossibilità del sublime è data quasi antropologicamente per scontata e non si esce mai davvero da una dimensione di disincanto umoristico ("un ghigno ironico / come antidoto al pianto"). La poesia è il regno di un io maledetto che misura tutto su se stesso, anche e soprattutto la propria maledizione: ma è pur sempre un regno, come può esserlo una camera di tortura edificata nello scantinato della nostra coscienza. Ma la camera di uno scantinato non è un campo di battaglia. Negli scantinati non batte il vento della Storia: tutto si riduce per l’appunto a cronaca e referto e idiosincrasia.
Ma sul serio è possibile condursi al chiuso in questo modo, esiste poi davvero la totale alienazione?

"Bisogna solo fingersi una cosa"
dice allora a se stesso, ripiegando
le gambe come un feto,
"una cosa compatta, inanimata,
vinta da un’altra senza volontà."


O non è proprio in questa finzione che il paradosso si fa altrettanto velleitario, facile, debole e totalitario, la tirannia dell’io più sottile? O non è forse un risarcimento illusionistico negare tutte le illusioni, far finta che siano tutte uguali fra loro come gli amori? O non sarà "necessaria nelle somme opere dell’arte", come si dice in una delle prime pagine dello Zibaldone, "quella negligente e sicura e non curante e dirò pure ignorante franchezza" che rende possibili "quelle cose secolari e mondiali" che sono Omero, Dante, Ariosto, per cui "il Parini il Monti sono bellissimi ma non hanno nessun difetto"?
Per chi come Marchesini abbia affilato negli anni le armi della satira, facendone un uso vario, orizzontale e poliedrico, sottrarre il proprio discorso a qualunque pretesa di universalità emblematica facendosi parodia da sé equivale a rintracciare nella propria parabola quel fondo non superabile, non criticabile, incontestabile, di cui non si può ridere proprio perché si può ridere. E certo in questo senso la superiore intelligenza dei suoi versi è contemporaneamente la loro povertà; la sua geometria dolorante ha insieme un che di cartesiano e di mostruoso. Lungi dal rappresentare solo se stessa, la poesia di Marchesini è perfettamente integrata nei ranghi e della Storia con la maiuscola e della storia con la minuscola della nostra attuale poesia: nel postulare una scissione insanabile tra l’io e il mondo è anzi canonicamente decadente; nell’incapacità di instaurare una qualunque connessione sentimentale (la già citata "patria dei corpi e delle menti"), non importa se per scelta estetica o per predeterminazione etica e spirituale, è compiutamente individualista, monadica, isolazionista; e il suo narcisismo è così innanzitutto quello dei tempi. Vige insomma in tutto il lavoro di Marchesini un fortinianissimo regime di verifica delle precondizioni istituzionali, contestuali, comunicative da cui sorge e verso cui promana la parola letteraria; ma manca completamente la controparte ideologica del sondaggio critico; manca Gramsci: nel rimandare il terremoto nervoso dell’io poetico a una non meglio definita colpa infantile si bypassano fin troppo allegramente gli snodi strettamente politici del disagio dell’intellettuale; si rinuncia a tracciarne diagrammi sociologici; lo si estetizza ontologizzandolo, dando per ovvio arbitrariamente che la percezione del singolo possa scindersi dalla condizione della comunità e rappresentare un’ecceità assoluta, cui si conferisce altrettanto arbitrariamente (e surrettiziamente) un privilegio di rappresentatività simbolica, laddove corre più che altro il regime orizzontale del sintomo. Non si può in alcun modo, in altre parole, chiamarsi fuori dalla Storia, a meno che di quest’ultima non ci si faccia una caricatura escatologica, un’apocalisse di carta: scrivere comporta statutariamente (oggettivamente e formalmente) la responsabilità dell’aspirazione all’emblema; cui non ci si sottrae affatto per scelta di poetica, se non per una coscienza falsa, finta, non importa quanto dolorosa (altrimenti il dolore diventa un rifugio, se non addirittura un ricatto), della propria posizione. Se si resta nella poesia, se si fa poesia, se si fa un uso consapevole e esteso degli strumenti intellettuali e retorici della tradizione (come Marchesini fa mirabilmente), se si elabora, in definitiva, una forma, non ci si può sottrarre all’onere di una responsabilità istituzionale, cioè ultraindividuale. Ridurre a bovarismo qualunque tensione utopica (e dunque simbolica) ha per esito oggettivo un italianissimo fatalismo; anche se bisognerà ammettere che soggettivamente, almeno in questo caso, la disperazione acida merita un principio di rispetto, non foss’altro perché è una scuola anche quella del dolore - soprattutto quando, come qui, non cede spazio alcuno all’estetizzazione.
Mi viene da chiudere dicendo che Cronaca senza storia è un libro importante, purtroppo. Dal percorso del suo autore risulta forse, in definitiva, la più onesta pars destruens sulle possibilità dell’arte che si possa dare una volta partiti da posizioni adorniane. E la più acuta, sincera e commossa critica della cultura borghese che si possa fare senza riconoscerne e rinnegarne le premesse ideologiche; niente tuttavia di davvero simile a un libro di cronaca.


Matteo Marchesini, Cronaca senza storia, Elliot








pubblicato da r.gerace nella rubrica poesia il 26 maggio 2016