“Fervore” di Emanuele Tonon

Antonio Moresco



In questo libro Emanuele Tonon rivive il suo anno di noviziato tra i frati cappuccini nel convento di Renacavata, nel Centro Italia. Lo fa in modo intenso e fervido, esprime il fervore con il fervore, anche della lingua e della singola frase.

Questo è un libro particolare, e io non sono un recensore, e allora anche la mia recensione sarà particolare. Cercherò di dare al lettore, più che una sintesi a posteriori o una descrizione, un’idea ravvicinata del libro. Cercherò di farvi arrivare direttamente la voce e il sentimento del mondo che animano questo scrittore, attraverso la sua stessa voce e il suo stesso canto. Cercherò di non chiudervi ma di tenervi aperta la strada per arrivarci.

Come si può definire un libro simile? È un romanzo? No. Non è un romanzo? No. È un libro religioso? No. È un libro irreligioso? No. È un libro laico? No. Ma allora che razza di libro è?

È un poema in prosa? È prosa d’arte? Ma come può essere accomunato a quella cosa variamente esecrata e stigmatizzata sotto il nome di “prosa d’arte” se è attraversato da un’intensità così grande da bruciare dall’interno l’alveo protettivo della prosa d’arte?

Ci si può avvicinare dicendo almeno che è un libro dal forte accento intimo, confessionale ed oratoriale e dalla spiccata inclinazione poetica, mostrata già da Tonon nei pochi ma densi libri da lui finora pubblicati. Che sono: Il nemico, calato nel duro lavoro e nella dura vita degli operai del legno e nella corporeità amorosa; La luce prima, libro innico e conflittuale sulla propria madre; I circuiti celesti, sul motociclista Simoncelli, sulla sua vita e sulla sua morte nei circuiti mistici delle corse.

Ci sono scrittori di vario tipo e per tutti i gusti, e tutti possono avere una loro ragion d’essere, una loro bellezza e una loro forza, ciò che conta è la loro proporzionalità interna e la loro libertà. Io sento vicini quelli che sfondano le pareti della letteratura e del mondo con l’onda narrativa fluidificante che tiene insieme espansione romanzesca, poesia, invenzione e pensiero che si moltiplicano e crescono esponenzialmente nel loro andare. Ma amo anche certi scrittori che operano invece per contrazione e distillazione, che sono simili ad alambicchi e le cui frasi cadono in rare e dense gocce sulla pagina. Tonon è uno di questi. La sua legge interna è questa, il suo fervore di scrittore è questo.

Nel suo ultimo libro incontriamo un gruppo di novizi in un convento francescano, li vediamo muoversi dentro lo stesso sogno, il sogno di Dio, di un Dio a sua volta sognatore. Un Dio dai mille aspetti e avvicinato attraverso una continua animalizzazione: un Dio pesce, un Dio gatto, un Dio cane... E così i novizi che, presi anche loro nel gran numero di identificazioni poetiche e incarnazioni animali, sono di volta in volta: foche, topolini, pesci, angeliche scimmie, piccoli girini santi, lumache bavose, uccelli, cervi, frati asini, cetacei lunari, cetacei solenni, serpenti in muta, salmoni, pesci boccheggianti, pesciolini ciechi, pesciolini senz’acqua, palombari, vitellini, vacche rinsavite (“tu eri la vacca rinsavita, quella che aveva visto il gancio e aveva preso a scalciare, quella che aveva già imparato a riconoscere le mani di chi le avrebbe tirato via le feci dall’intestino dopo lo squartamento”), canarini, mezzi girini, pulcini di Dio pigolanti, salmodianti, fringuelli, uccelli in volo sognati dagli alberi, delfini sognati dall’acqua, uccellini santi, rondini, falchi, aquile, pettirossi, quaglie, polli da batteria… Ma anche: eunuchi pelosi, serafini destinati al macello, alghe che donano luminescenza all’acqua marina, luce circondata da falene che non sarebbero andate a morire…

E poi ci sono le preghiere e i canti dei novizi con le gambe nude e ancora rigate di sperma sotto la tonaca, di prima mattina, nel coro. I vecchi frati dalla facce come intagliate nel legno, i figli dei contadini e dei poveri che entrano in questo sogno, che è stato anche il sogno del folle ed estremista Francesco, figura che aleggia continuamente in queste pagine. I “frati della fatica” e i “frati dotti”, le vipere e gli angeli, il santo russare dei frati, i frati vestiti da femmine a carnevale, i novizi e i frati con la vescica piena, di notte: “… e c’era quella fiammella sfuocata che ti indicava la via, e mentre camminavi avevi tremore, e c’erano tutti quei santi barbuti che ti avevano preceduto in quella camminata notturna, che come te avevano tremato colla vescica piena, di notte, sognanti, deliranti, felici, così maestosamente fuori dal mondo, così condannati ad attraversare l’illusione del tempo.”

Ecco, questo libro va avanti così, per illuminazioni, in modo nello stesso tempo materico ed epifanico. Altro esempio. Qui il protagonista sta offrendo ai fedeli inginocchiati la particola della comunione e chi la riceve spalanca “la bocca offrendo alla tua visione la sua dentatura e la memoria ancestrale di una grotta. Riconoscevi crateri, piombo, carie viva, pareti di tartaro, mucose biancastre...”

Ma c’è sempre il sogno: “E dopo la Compieta salivamo le scale, imboccavamo il corridoio della clausura, verso il sonno. Sognavamo gli stessi sogni? I nostri mondi onirici erano comunicanti? Passavano, attraverso le pareti, di cella in cella, di mente in mente, a costruire un unico, grande sogno mentre stavamo distesi? Faceva sera e poi faceva mattina, come la prima volta che tutta la creazione era uscita dalla mente sognante di Dio.”

E allora, per finire, torniamo alla domanda iniziale: Che razza di libro è questo? Ma poi è proprio così importante definirlo? Non è una buona cosa e una benedizione che ci siano in giro degli scrittori e dei libri indefinibili? In letteratura i confini sono lì proprio per essere attraversati e sfondati. Si può sconfinare. Sì, ma allora che cos’è la letteratura? Vallo a sapere!








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 23 maggio 2016